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7 marzo 2014 / miglieruolo

Magico Vento muore, il western no

dal blog di Daniele Barbieri

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La notizia è ormai vecchia ma essendo un antidiluviano lettore di Tex e altre edizioni della Bonelli mi è parso doveroso partecipare, anche se con grave ritardo, ai funerali.

Mauro Antonio Miglieruolo

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E’ un coro: maledetto sia il 130. Questo numero fatale segnerà, a ottobre, la fine di «Magico vento», il fumetto della Bonelli ideato e scritto dal proteiforme Gianfranco Manfredi. Per molte persone non sarà una tragedia ma per chi ama «Magico vento» (e per estrema correttezza devo avvisare chi legge che della “setta” fa parte db nonchè il suo figliuolo) è un bel dispiacere.

Circolano già leggende su questa chiusura. La più fantasiosa è che l’editore Bonelli ha dovuto cedere alle minacce della dittatura birmana, offesa perchè Manfredi si è rifiutato di comporre il nuovo inno nazionale di Myanmar. Può darsi che Manfredi componga inni, visto il suo passato di cantautore e il suo presente di musicologo, ma è inverosimile che i militari birmani si rivolgano a lui. Questa leggenda ci serve comunque per ricordare che è meritorio denunciare e boicottare (in ogni modo, turismo incluso) l’orrenda giunta birmana .

Torniamo dalle parti del wstern.

Mensile e poi bimestrale (non per calo delle vendite ma per una scelta dell’autore), «Magico Vento» è nato nel luglio 1997: molti i disegnatori ma sempre fedeli al bianco e nero (tranne nel numero 100). Il protagonista è un «uomo strano» come i Sioux definiscono chi unisce le doti di sciamano e di guerriero. Un tempo Magico Vento si chiamava Ned Ellis ed era una Giacca Blu. Sfugge all’esplosione di un treno blindato ma rimane gravemente ferito e perde la memoria. Viene raccolto da Cavallo Zoppo, un anziano sciamano Lakota che vede in lui le doti per «nascere di nuovo» e per trovare il suo popolo fra gli indiani. E’ per loro anzi con loro che Magico Vento si batte, per la difesa di una cultura (ma senza reticenze su ciò che non va nel suo “nuovo” popolo) che sta per essere assassinata da una conquista sanguinosa e dalla pretesa di una civilizzazione. Al fianco dell’uomo che fu Ned Ellis si trova spresso un bravo giornalista e ubriacone redento, Willy Richards che tutti chiamano Poe per la sua somiglianza con il famoso scrittore.

Se il fumetto esteriormente ricorda abbastanza «Tex» e simili, il protagonista e le trame hanno ben poco in comune con i fumetti western classici, escluso «Ken Parker» del grande Berardi (chapeau, come dicono i francesi).

Nella affollata rubrica delle lettere – «la posta di Poe» – c’è chi ha accusato Manfredi di avere in testa (ma lui nega) sin dall’inizio una super-trama e questo spiegherebbe la decisione di mollare a quota 130. I ricordi perduti di Ned vengono recuperati un po’ alla volta ma qualche mistero sarà svelato solo nel fatidico numero 130. C’è chi si lamenta: non è sempre chiarissimo se Ned ha visioni o se sta recuperando la memoria (ma questa ambiguità potrebbe essere un pregio, vi pare?). Però lettori e lettrici gradiscono l’approfondimento psicologico dei personaggi, la complessità delle storie, lo scavo nella storia dei bianchi e in quella dei pellerossa che si articola anche nella pagina intitolata «Blizzard Gazete, notizie dalla frontiera» dove Manfredi ha fra l’altro consigliato una marea di saggi, romanzi e film, purtroppo in alcuni casi introvabili da noi.

Non umanimi invece, a giudicare dalle lettere, i giudizi sui vari sottogeneri nei quali Manfredi si muove: infatti storie magiche-horror (e persino i vampiri cinesi) si alternano con numeri che ricostruiscono – a volte con precisione maniacale – le vicende vere dello scontro fra pellerossa e musibianchi. Non è detto che chi ama il magico apprezzi pure il realismo e viceversa.

Allora – per dirla cantando – è finita così, senza un vero perchè? O, pressato dai fans, ci ripenserà Manfredi? Lui giura di no ma… forse conoscete quel modo di dire «visto che hai fatto (1)30 ora fai (1)31». Ecco, sommerso di lettere, Manfredi fa sapere che dopo l’ultimo numero ci sarà un ultimo-bis, il 131.

La domanda che forse qualche appassionata/o di western si pone è se la fine di «Magico Vento» sia un segno dei tempi, se insomma il genere sia agonizzante. Magari anche al cinema.

Pensateci: da quanti anni non si vede un film del valore di Corvo rosso non avrai il mio scalpo (titolo italiano del cavolo), del nostrano Giù la testa, dei disillusi Il mucchio selvaggio o Piccolo grande uomo, del mai invecchiato Ombre rosse, dell’ingiustamente dimenticato Uomini e cobra, di Non toccate la donna bianca del perfido Marco Ferreri? Non era malaccio Balla con i lupi ma guardate la data, 1990.

Se questo è innegabile, vanno pure registrati segnali in controtendenza. Per esempio sui banconi delle librerie.

Aspettando che Valerio Evangelisti ci restituisca Pantera segnalo che Luca Barbieri (nessuna parentela con me) ha appena pubblicato con successo una «Storia dei pistoleri» da Odoya. Se il poeta e baro Wild Bill Hickok, il clan degli Erap, Billy the Kid, Pat Garrett («il Giuda della frontiera») e gli altri – con qualche Calamity Jane, più o meno fasulla a rendere meno maschile la galleria – appartengono al vostro immaginario filmico-letterario o se vi incuriosisce la mitologia della frontiera “armata” questo è il libro, agile e divertente, che fa per voi.

L’autore non può vantare scoop clamorosi del tipo un testimone segreto sulla partita durante la quale il 2 agosto 1876 venne ucciso James Hickok, più noto come Wild Bill: dunque non sapremo se veramente quel giorno aveva in mano la doppia coppia (a picche) di assi e di otto. Però, sempre per restare al poker, Luca Barbieri racconta un paio di trucchi sorprendenti. Sul piano storico l’autore non ha reticenze: se la sua simpatia per i pistoleri è evidente non dimentica i loro misfatti e soprattutto chiarisce quanto ambiguo fosse allora (e secondo me anche oggi) l’ «ordine sociale». Nel terzo capitolo possiamo leggere: «il confine fra i ruoli (difendere la comunità o depredarla) non fu mai netto, marcato, definito» e via con gli esempi. Non è colpa di Luca Barbieri o mia se alcune di queste storie vi indurranno nella tentazione di fare paragoni con capi di governo, ministri degli Interni, assessori leghisti dei giorni nostri, ladri (e puttanieri) di notte e sceriffi (catto-moralisti) di giorno.

«Storia dei pistoleri» insomma ha molti pregi e qualche difetto. A parte le illustrazioni (non banali), la precisione della ricerca, la bella scrittura, la schiettezza nel confessare ogni tanto «boh»… ha sempre un buon ritmo e garantisce di non annoiare anche coloro che non abitano dentro il barattolo “monomania western”. A me non piacciono espressioni tipo «mezzosangue» ma insomma sono peccatucci.

E i perdenti del West? Cioè i nativi, gli indiani, i pellerossa o come volete chiamarli? In libreria vanno sempre e, quel che più importa, le cronache si occupano spesso (nel bene e nel male) di loro. Nel dicembre dell’anno scorso la battagliera Elouise Cobell – detta Iron – della tribù Piedi Neri ha ottenuto un bel gruzzolo, quasi 3 miliardi e mezzo di dollari, dal governo degli Stati Uniti per le violazioni degli accordi stipulati nel… febbraio 1887.

Nei prossimi giorni su codesto blog racconterò di Lance Hernson, uno straordinario poeta  del popolo che (erroneamente) chiamiamo Cheyenne: è spesso in Italia e vi consiglio di cercarlo: ascoltarlo dal vivo è meglio che leggerlo.

Uno dei più importanti saggisti e narratori statunitensi, Leslie Fiedler, pubblicò nel 1968 un gran libro che da noi è stato pubblicato come «Il ritorno del pellerossa» (e sarebbe ora che qualche editore lo ristampasse) ma il titolo originale era molto più suggestivo: «The Return of the Vanishing American». Fiedler era certo che gli Stati Uniti non si sarebbero mai liberati del vero americano “svanito”, cancellato dalla feroce conquista. Ed è così: le “ombre” rosse periodicamente tornano, ossessionando la cronaca come l’immaginario degli Usa. Un’altra faccia del western. Raramente musibianchi e pellerossa hanno mostrato di muoversi in una direzione comune: Ned Ellis rinato Magico Vento forse è stato tanto amato anche per il coraggio di inseguire questo sogno. Ma sono «i treni che non abbiamo preso» (per rubare una bella espressione dello scrittore Joe Lansdale, citato da Luca Barbieri) e ormai non possiamo salirci su.

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