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9 marzo 2014 / miglieruolo

Antonio Caronia: le lusinghe dell’universalismo

dal blog di Daniele Barbieri

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Sono stato uno dei protagonisti di quell’indimentivabile momento per la fantascienza italiana che è stato Un’ambigua Utopia. Un’esperienza che non ha saputo crescere e radicare, nonostante un inizio promettente e con una platea di lettori che farebbe invidia a molte Case Editrici di oggi. La cifra che contraddistingueva il movimento, poiché d’un movimento si è trattato (non solo letterario) e non di una normale fanzine, era appunto la capacità di fondere il discorso fantascientifico sul futuro con il desiderio di cambiamento del presente. L’interpretazione della fantascienza, che la natura della fantascienza autorizzava, era che l’immediato della militanza politica era passibile di diventare subito dimensione letteraria.

Per un momento quell’esperienza ha dato senso al mio interesse per questa forma di letteratura che indubbiamente è stata la più importante interprete del Novecento.

Non è stato lo stesso per molti altri che all’epoca di fantascienza si interessavano. In questo caso credo abbia giocato non la solita tendenza (un vero e proprio vizio) a coltivare il proprio orticello, ma la diffidenza verso una iniziativa che portava a compimento il sogno dichiarato di tutti d’uscire dal ghetto, ma che non tutti desideravano avvenisse in quelle circostanze, con quelle modalità e per merito di quei personaggi. Ciò che più piaceva a me, la presenza in quel contesto persino, mi sembra di ricordare, di un delegato di fabbrica, spiaceva più o meno segretamente all’ambiente. Che voleva uscire dal ghetto, ma senza fare però i conti per la parte di responsabilità che si aveva nell’essere in quel ghetto. Un cambiamento era d’obbligo. Un’Ambigua Utopia ha tentato di percorrere una sua via, nessun altro, a parte la  Robot, ha saputo faro lo stesso. In sostanza si voleva la valorizzazione della fantascienza, senza far nulla per guadagnarla.

Ora un’Ambigua Utopia è quasi dimenticata (grazie a Caronia per l’offerta di questo bel ricordo); chi non ha saputo cogliere l’onda di allora non si può dire abbia avuto un destino migliore. Per altro senza godere della gloria di cui Un’Ambigua Utopia ha goduto.

Mauro Antonio Miglieruolo

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Postfazione all’antologia “Ambigue utopie” (19 racconti di fantaresistenza)

Le differenze fra destra e sinistra, nei mondi della cultura, sono state e sono ovviamente tante, ma una per me è più fondamentale di altre, tanto che consentirebbe – da sola – di distinguerle, ed è la seguente. La sinistra (e più radicale è, più chiaramente lo fa) rivendica il suo approccio partigiano, lo dichiara, a volte in modo discreto, a volte più orgoglioso ed esibito, ma quasi sempre (lasciatemelo dire) onesto. La sinistra dice “non esiste un punto di vista neutro, oggettivo, equidistante, disinteressato, universale – neanche nelle questioni della cultura e dell’arte. Chi parla lo fa sempre da un luogo preciso, da un corpo preciso, da un nodo della storia, da un insieme di interessi di cui è portatore, dall’interno di una classe sociale, di un sesso o di un genere. Il discorso è sempre un discorso storicamente e socialmente determinato. E sta all’analisi critica smascherare il falso universalismo di cui – a volte – i discorsi si ammantano e si travestono, per portare sotto gli occhi di tutti ‘di che lacrime grondi e di che sangue’ anche la più innocente apologia dell’esistente.” Io, se mi permettete la notazione autobiografica, l’ho sempre pensata così sin da quando ho pensato coscientemente, anche prima di leggere Foucault, Deleuze, Haraway, Muraro e Braidotti. E ho sempre cercato di applicare questo metodo (per come lo so applicare) non solo ai discorsi della destra, ma anche a quelli della sinistra, quando anch’essa si fa ingabbiare dal suo universalismo. Perché c’è anche un universalismo di sinistra, che risale tanto a Rousseau e all’illuminismo quanto alle radici hegeliane di Marx. Ma la sinistra, per come ho cercato di viverla io, deve essere il più possibile impietosa anche verso i propri errori.
La destra, se ci fate caso, quasi mai fa così. Soprattutto (non solo) nel campo della cultura, della letteratura, dell’arte. “Perché,” dice la destra, “si deve proporre una lettura ‘politica’ di un romanzo, di una poesia, di un’opera d’arte? Un romanzo, una poesia, una teoria filosofica, un quadro, una sinfonia, sono creazioni dello spirito umano, sono prodotti delle nostre facoltà più elevate: quando sono grande arte o grande pensiero ci parlano di noi in un modo in cui nessuno ci ha mai parlato, ci dicono cose che neppure noi avevamo capito di noi stessi, ci danno un ritratto dell’uomo – dell’uomo universale, della natura umana – così limpido e completo che ci soggioga, ci costringe a esclamare: ‘ma è proprio così, come avevo fatto a non pensarci?’ Oppure: ‘ecco, questo è,  quello che ho sempre pensato e che non avevo mai saputo di pensare.’ E quando non sono grande arte, ma solo onesto e ben costruito divertimento, rilassano nello stesso modo ricchi e poveri, borghesi e proletari, fascisti e comunisti. Voi invece,” dice la destra rivolta a noi, alla sinistra radicale e antiuniversalista, “voi, con la vostra lettura piattamente e banalmente politica, partigiana, immiserite l’arte e la letteratura, le riducete a ideologia, le abbassate a propaganda, impedite di coglierne lo squisito e universale valore umano. Voi siete contro l’uomo, perché la classe, la società, il sesso, l’ideologia, rendono l’uomo parziale e limitato. Voi non capite l’arte, e scambiate per arte i vostri pregiudizi ideologici.” Così, per esempio, più o meno, mi apostrofò anni fa Vittorio Sgarbi in un dibattito pubblico a Rimini – con parole meno tranquille di queste, certo, anzi con le vene del collo pericolosamente inturgidite e i capelli agitati, inchiodandomi poi di fronte alla mia più enorme responsabilità: essere stato corresponsabile, con Stalin, dello sterminio di un milione di ebrei sovietici! Comprensibile reazione (dato il personaggio): avevo osato ipotizzare che la sua conoscenza di Duchamp lasciasse un po’ a desiderare, e soprattutto che il suo discorso sull’alienazione nella società moderna fosse curiosamente simile a quello di Marx.

Aneddoti e amenità a parte, quella contrapposizione fu una delle chiavi di lettura più significative, a mio parere, della scossa che subì il sonnacchioso mondo della fantascienza italiana alla fine degli anni 1970 per effetto delle dinamiche sociali dell’epoca. Quando, per esempio, Un’ambigua utopia irruppe nel 1977 in quel piccolo mondo (forzando e allargando uno spazio già aperto negli anni precedenti da Robot), l’accusa che da più parti ci venne rivolta fu proprio quella di voler artatamente e ingiustificatamente politicizzare qualcosa che politico non era, introducendo divisioni in un campo che non ne aveva conosciute sino allora perché non ne aveva bisogno. Più o meno quello che più di recente (un paio d’anni fa) Gianfranco de Turris ripeté in un dibattito con me, ribadendo la sua avversione a una lettura della fantascienza (come della letteratura in genere) filtrata attraverso l’analisi sociale e politica. Ma perché ho scelto di sottolineare questo aspetto della contraddizione, scrivendo nel contesto di un’antologia di fantascienza italiana “politica” (iniziativa alla quale plaudo con convinzione) che si pubblica alla fine del primo decennio del XXI secolo? Riproporre questo punto di vista significa allora credere che le cose non siano cambiate da allora, che il dibattito e la polemica possano ricominciare dal punto in cui si chiusero (per stanchezza) quasi trent’anni fa? Questo sarebbe ovviamente errato, nostalgico e stupido. La scoperta di una lettura critica della fantascienza avveniva alla fine degli anni 1970 in concomitanza con il più grande movimento di lotte e di presa di coscienza della seconda metà del Novecento, un movimento che nel 1977 era già in fase calante, ma che proprio in quella fase, esprimendo tutta la sua crisi, poneva anche i suoi problemi teoricamente più maturi e praticamente più espansivi, toccando con passione (e magari con ingenuità) i nodi del rapporto tra attività politica e vita quotidiana, tra rivoluzione e liberazione, tra progettualità e pratiche di vita. La fantascienza, in quel contesto, pareva ad alcuni di noi un sintomo e una descrizione interessante della crisi che stavamo vivendo, e insieme un invito a praticare nel modo più conseguente e radicale i nostri desideri: a condizione che sapesse superare se stessa, che non si accontentasse di restare “letteratura”, ma che trasmigrasse dalle pagine dei libri per calarsi nell’esperienza. Non dico di più, perché chi fosse interessato ad approfondire questi temi può rivolgersi all’introduzione (di Giuliano Spagnul e mia), e al dibattito riportato in appendice alla recente riedizione della rivista Un’ambigua utopia (2 voll., Mimesis 2009), e volendo anche all’introduzione al mio Universi quasi paralleli (Edizioni Cut-Up, 2009).
Ma la rivoluzione dei modi di produzione, delle tecnologie, dell’assetto geopolitico del mondo che si sarebbe rivelata negli anni 1980 (società postindustriale, produzione postfordista, informatizzazione della vita quotidiana, trionfo della “virtualità”) era in quegli anni ancora in embrione. E ancora nascosta era la profonda crisi e la trasformazione della fantascienza come genere letterario che sarebbe esplosa sempre negli anni 1980 con il cyberpunk. E quindi adesso non avrebbe più senso riproporre una “lettura critica” della fantascienza (di cui possiamo, anzi, fondatamente sospettare oggi la morte o il superamento come genere letterario), né una “pratica dell’utopia” come noi allora tentammo di agitarla. Il discorso universalista non sembra neppure più avere la stessa presa di allora, almeno a destra, se anche il richiamo a vecchi armamentari universalisti come le “radici cristiane”, o la rivalutazione delle tradizioni, viene utilizzato esplicitamente e coscientemente non per unire, non per tracciare una via di progresso “per tutta l’umanità”, ma al contrario per meglio alimentare uno “scontro di civiltà” o una meschina ed egoistica difesa di una società occidentale percepita (e certo, non senza qualche ragione) come accerchiata e minacciata. Minacciata dai propri stessi fantasmi, magari, o da una resa dei conti con un passato imperialista mai ripudiato con chiarezza e coerenza: ma sino a che la televisione non lo conferma con qualche servizio in prima serata, tutto ciò può essere sfacciatamente e spudoratamente tacciato di “ideologia”.

Ma se nessuno potrebbe quindi oggi sensatamente riproporre la resurrezione di un’esperienza del genere, che cosa ne rimane? Come sottrarre il discorso su letteratura e società all’aridità del dibattito accademico o (peggio ancora) alle secche della “operazione nostalgia”? Bene, la mia risposta a questa domanda sta proprio nel modo in cui ho impostato la questione dell’universalismo a proposito di letteratura e di cultura in genere. Quello che si può conservare dell’esperienza di una lettura “politica” della fantascienza non è certo la ricerca di una linea di demarcazione (sempre sfuggente e incerta) fra destra e sinistra all’interno di un genere letterario, né tanto meno lo spostamento di un discrimine di questo tipo tra i generi in quanto tali. Può darsi che in Un’ambigua utopia o in altre esperienze consimili qualche errore in questo senso sia stato fatto, in passato. Non lo rivendicheremo, né lo proporremo ad esempio. Ma il metodo sì, quello mi sento di proporlo a Gian Filippo Pizzo, a Walter Catalano, a chiunque voglia oggi riprendere le fila di un discorso sulla “non neutralità” della letteratura e della cultura. Ricercare ostinatamente le tracce dell’ideologico nei testi anche apparentemente più neutrali, impegnarsi a tracciare il percorso (accidentato, tortuoso e quasi sempre sotterraneo) che lega le opzioni e le sottoscrizioni inconfessate del “senso comune” dominante a tanti bei romanzi e a tante storie affascinanti, disinnescare le lusinghe del falso universalismo, quello che traveste da valori universali i tratti specifici (e spesso più odiosi) di una cultura per farne strumento di dominio. E dichiarare, anche oggi, anche nell’era della globalizzazione sfrenata, degli OGM e del dilagare mondiale del liberismo, da che parte si sta. Se da quella dei monopolisti dell’informazione e dei semi geneticamente modificati, dei professionisti della demagogia e dei supermanager da 100.000 euro l’anno, oppure da quella dei nuovi schiavi, dei lavoratori con contratto a progetto, dei contadini africani e sudamericani strozzati dalle multinazionali dei semi, degli operai cinesi senza potere e degli studenti senza internet libero. Se dalla parte della redditizia pace sociale o da quella del conflitto. Se dalla parte di un potere sempre più astuto e subdolo o da quella dell’autonomia, dell’autocoscienza, dell’autodeterminazione. Diciamolo, da che parte stiamo. La fluidità della scrittura, la potenza dell’immaginazione, lo sviluppo della sperimentazione, i plot ben studiati seguiranno. E se non arriveranno subito, avranno una bella atmosfera in cui maturare.

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