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23 marzo 2014 / miglieruolo

Nel cuore della notte

di Mauro Antonio Miglieruolo

(dal blog di Daniele Barbieri)

Fui svegliato nel cuore della notte dal rombo del torrente, che s’era messo a mugghiare come non l’avevo mai udito. Con lui, lo scroscio della pioggia, anch’essa minacciosa. Scesi dal letto e tentai di accendere la luce. Il buio restò fitto. Inconcludente possibilità di luce. Presi allora una lampada tascabile e tentai affacciarmi. L’acqua scendeva fitta, occultando più del buio ogni cosa. Potei solo intravvedere l’enormità della massa d’acqua che scendeva a valle. Da sinistra veniva giù da un’altezza che eguagliava già il livello di quel mio primo piano. Ne dedussi che doveva avere già invaso il magazzino sottostante, scuotendo i pilastri su cui reggeva quel lato della casa.

Un sinistro scricchiolio me lo confermò. Se eravamo ancora in piedi era per il lato opposto, ancorato alla solida roccia. Infilai in fretta sul pigiama ciò che capitò e mi precipitai nella stanza accanto. Rina dormiva ancora, indisponibile a lasciarsi sfilare qualcuna delle sue sacrosante nove ore di sonno. Minimo. Dovetti scuoterla per bene, più di quanto il torrente stesse scuotendo la casa, per indurla a tornare tra noi piccoli pedestri dell’inutile mondo materiale (bisogna capirla: Rina era gratificata da sogni così splendidi che le sue nove ore sarebbero diventate dodici, quindici, non ci fossi stato io a sorvegliarla). Le feci infilare in fretta impermeabile e stivali e la condussi fuori.

Arretrò davanti al muro compatto, una cascata d’acqua che scendeva.

“No, pa’,” si ribellò.

Non ci fu bisogno di imporsi. Raramente lo facevo e raramente dovevo faticare. Rina, salvo quando si ricordava di essere piccola, mostrava una malleabilità e una saggezza che non mancava di stupirmi. Fu la casa stessa a indurla a inoltrarsi. Uno scossone violento le fece intendere molto più di quel che ero riuscito io con le mie parole secche d’urgenza. Volò da sola incontro al muro d’acqua. Incontro al declivio che portava alla cima del monte.

19febb-contadina-bambinaDieci secondi più tardi e qualche metro più in alto, nonostante impermeabile e stivali eravamo fradici di pioggia. Si fermò per mettersi a piangere.

“Dobbiamo salire ancora,” mi chinai per suggerirgli all’orecchio. Il clamore della tempesta impediva ogni conversazione ragionevole, anche gridando.

“Moriremo…” singhiozzò, più affermazione angosciata che richiesta di conferma.

“Andiamo,” sollecitai. “La grotta dei Draghi…”

Il ricordo dell’antro nel quale avevamo giocato e aveva giocato occasionalmente con chi veniva a trovarci dalla città, con il solito seguito di figli, la rianimò. Le diede il coraggio necessario e la forza per muovere i pochi passi necessari per arrivarci.

Impiegammo non più di quattro o cinque minuti, ma furono terribili e oltremodo faticosi. Si scivolava ormai sul pendio, insieme alla terra che scendeva a valle, trattenuta a stento dalla vegetazione e dai pochi alberi che, pur anticipando fastidiosamente con le loro ombre l’avvento del tramonto, mi ero rifiutato di tagliare. Qualcuno già inclinato minacciava di caderci addosso.

Si vedeva e non si vedeva. Ed era questo il più della nostra fortuna. La visione piena del disastro che la pioggia stava provocando ci avrebbe sicuramente paralizzati dalla paura.

Arrivammo affannati, zuppi d’acqua. La grotta non era piccola, ma bisognava disputarla alle nottole. Per non dover litigare ci tenemmo nelle vicinanze dell’ingresso. Era più prudente. Si fosse reso necessario potevamo abbandonarla per tempo. Il rombo di una frana, da qualche parte, non molto lontano, ne suggerì la possibilità. Nonostante il sicuro della grotta, tutta pietra, tremai. Fosse scesa giù quella parte della montagna, rischiavamo di veder trasformato il rifugio in una tomba.

Tremava anche la mia piccola Rina, che per fortuna non aveva notato l’intensificarsi, incerta tra paura e gelo, dei segnali minacciosi. Né deciso a chi dovesse il più dell’attenzione. Gli mostrai che lo doveva ancora a me. La liberai degli abiti bagnati e la infagottai in quelli asciutti che avevo rubato a caso nel buio durante gli ultimi istanti.

“E tu?”

Gli dissi “voltati”, non glielo dicevo mai, provvedeva da sola, non per pudore, il rispetto reciproco era istinto tra noi, il primo patto che avevamo stabilito. Si voltò e potei cambiarmi a mia volta. Quasi, cambiarmi. Il pantalone inzuppato restò tale, ma mi fu permesso di indossare una maglia sulla parte superiore del pigiama, rimasto asciutto. Poi tornai a indossare l’impermeabile.

Invitai anche lei a farlo.

“L’impermeabile, Rina. Dobbiamo essere pronti, non si sa mai.”

Ma pronti a che? Se il maltempo perdurava, cancellando oltre il paesaggio anche la casa, avrebbe cancellato anche noi, se pure fossimo riusciti a sopravvivere alle sue intemperanze. Travolti dall’inverno e dall’indigenza, se non dal temporale. Il quale, per altro, non dava segni di cedimento.

Si è rivoltato il mondo, pensai. Contro di noi. Il mondo ci aveva dichiarato guerra, stava organizzando la nostra distruzione.

Nello stesso istante che il pensiero si affacciò alla mente, il mondo volle manifestare la benevolenza con cui ci aveva sempre accolti. Rina e me. Prima me e poi Rina. Benevolenza anche quando la madre se n’era andata, travolta dalla sua stessa follia. Avevamo trovato allora quella casa nel bosco, fragile ma adatta ai nostri bisogni. Alla nostra fuga. Alla nostra difesa. Dal dolore e dall’impossibile che ci era caduto addosso. E tra noi un modus vivendi, più forte di quello di sempre, determinando un legame abbastanza forte da consentirci di affrontare, pur inermi, il vuoto che era intervenuto nelle nostre anime. E poi la scuola a valle, non difficile da raggiungere, e il mio precario lavoro di robivecchi, che ci dava il minimo di che campare. Non chiedevamo di più. Neppure Rina, possibilità di fanciullezza in fiore, sembrava aspirasse a qualcosa in più. Non ancora almeno. Più avanti avrebbe chiesto dell’altro, ora si contentava di me e della vita da eremiti che avevamo preso a condurre.

Oh, ma i problemi dell’imminente signorina… molti cambiamenti avrebbero ben presto avuto corso. Purché il temporale ne concedesse l’opportunità, purché ci fosse ancora per noi un domani…

La benevolenza del creato prese corpo in un rallentamento della violenza del temporale. Quasi solo un indizio, ma fu sufficiente a  confortarci.

Ma non era finita, solo il segno della possibilità che finisse. La pioggia riprese d’intensità, tempestò, moltiplicando il mugghiare del torrente, l’ostilità del momento. L’acqua che scendeva a valle densa come fango. Sembrava fosse la montagna stessa a scendere, spogliandosi d’ogni decorazione. Alberi, cespugli, pacciame, terra… Di nuovo, un breve rallentamento, segno di stanchezza che tentò di dissimulare con un nuovo slancio d’intensità. Al quale subentrò un momento di tregua. Riprese ancora a battere, la prima di una serie di colpi di coda con i quali ci ammonì ad attendere (era ancora presto per esultare) e infine un deciso volgere alla calma. Ci vollero però diverse ore perché lo scroscio tramutasse in una tranquillizzante pioggerellina leggera, anche se fastidiosa e insistente. In coincidenza con i primi chiarori del giorno, smise di cadere. Passati i bollenti spiriti.

Fu a quel punto che Rina riprese a piangere.

“Sto morendo,” la udii sussurrare. Imprevedibilmente.

Non so perché, io che sono tanto tardo nel capire le peculiarità delle donne, cose che loro si dicono anche senza dirsele (un cenno appena a loro basta) e che per me appartengono al regno degli enigmi, capii al volo.

“No, che non muori,” corressi. “Lo sai, ne abbiamo già parlato.” Ne avevamo parlato sì, però con mio imbarazzo e qualche reticenza. Non dovevo essere riuscito davvero convincente.

“Cosa devo fare?”

“Aspettare che il temporale finisca, tornare a casa e cambiarti di nuovo…”

La facevo semplice, ma semplice era, perché tale doveva essere. Non avevamo alternative. Né io parole migliori, né la familiarità e scioltezza che una madre avrebbe avuto. Chiesi allora aiuto alla defunta moglie, con lo stesso impeto con cui alcuni si rivolgono alla Madonna, chiedendo non miracoli, ma una ispirazione, un suggerimento adeguato. Il miracolo non chiesto venne ugualmente e mi ritrovai, senza sapere come, a imprigionarla tra le braccia, a baciarla sul naso e carezzarle i capelli.

“Tempesta fuori e tempesta dentro…” scherzai. “Quale dici che sia la peggiore?”

“Oh, non è una tempesta… non proprio,” mi corresse. Immediatamente rasserenata dal gesto.

“Hai ragione tu. È una festa. Domani mangeremo polenta con il ragù di salsicce, che ti piace tanto…”

“A te fa male alla pancia…”

“Fa niente. Basterà tu ti impegni a lasciarmi a disposizione il bagno per un giorno intero…”

Lo dissi per ridere e perché era vero. Ci sarebbe stato bisogno. Rina però non rise. Si contentò del calore del mio corpo, contro il quale si assestò, raccolta, come in un uovo, quasi avesse deciso di non staccarsi più.

Rasserenati aspettammo che il più dell’acqua defluisse, gli alberi che lo dovevano finissero di cadere, crepitio di legno torturato e rumore di rami spezzati e scendemmo verso casa. La mia bambina e io. Lei non avrebbe voluto, si schernì, ma pretesi di scendere mano nella mano, come non capitava più da diversi anni. Io guida e sostegno, lei gioia e consolazione per lo scampato pericolo.

19febbpollein027Scendemmo scivolando e ridendo, attenti a dove mettere i piedi. Consolati dall’improvviso della bellezza che spesso è dopo una tempesta. Davanti a noi l’incanto dell’arcobaleno, segno inequivocabile di pace rilasciato dagli elementi.

“Vedi?” dissi indicandoglielo. Ma lei guardava altrove. In una direzione che io non osavo sondare.

Scendemmo ancora. Quando già a pochi passi non mi fu più possibile ignorare il disastro che la piena del torrente aveva provocato. Metà della casa non c’era più, divorata dall’impeto delle acque. Dell’altra rimaneva solo la cucina e la stanza ch’era stata di Rina e che adesso più di nessuno, non essendo una stanza, ma ripiano esposto alle intemperie, mancando del tetto e di una delle pareti. I mobili andati, il lettino suo inzuppato… Sulla veranda invece, ancorata alla solida roccia, le due sedie di metallo su cui sedevamo d’estate per raccogliere il fresco, miracolosamente asciutte.

Una accolse il me affranto, l’altra restò vuota. Mi piegai in avanti, le mani sul viso, pensando a come avrei fatto a assicurare conforto e protezione per la prossima notte. E per le tante notti che sarebbero seguite. Io impotente. Mi venne da piangere. Lacrimai infatti, ma riuscii a trattenere i singhiozzi.

“Pa’” udii, come provenire da lontano. E subito dopo la sua mano sul capo. Il tocco leggero, amorevole.

“Risolveremo, vedrai…”

Ho fiducia in te, fu lo stesso che dire. Abbracciandomi, baciandomi sul naso e carezzandomi i capelli. Per restituirmi il coraggio e la fiducia perduta.

Mi volsi per abbracciarla, mio unico estremo conforto, imprigionandola quasi all’altezza delle spalle. Era ancora troppo piccola per afferrarla alla vita. Donna già fatta comunque, in grado di riempirmi del coraggio che mi veniva a mancare.

“Bambina mia” quasi mi stava per sfuggire. Mi trattenni.

Sapevo ormai che non solo lei su di me poteva contare, ma più ancora io su di lei: su quella che ieri era stata mia figlia e effettivamente e irreversibilmente ora una donna.

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