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18 aprile 2014 / miglieruolo

Ritratto di Philip K. Dick

(ovvero: ritrattino)
di Mauro Antonio Miglieruolo
Il gran fiume sotterraneo della fantascienza, tenuta ai margini della cultura da un sostanziale ostracismo del mondo accademico (la cui responsabilità non è però solo di coloro che quel mondo frequentano, ma degli stessi addetti ai lavori: del ghetto nel quale nel recente passato hanno voluttuosamente accettato di rinchiudersi i fantascientisti) affiora a tratti in cristalline polle d’acqua dai nomi esotici quali Van Vogt, Heinlein, Sturgeon, Pohl, Sheckley ecc. ecc.; e trova infine (almeno così a me sembra) sbocco in un enorme lago chiamato Dick, Philip Kindred Dick.

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I mille rivoli che scrivono questo fiume, le molteplici qualità delle acque chiamate a comporlo, trovano rappresentazione, funzionalità e direi anche giustificazione (una giustificazione che somiglia molto a una redenzione), in questo singolare autore che dopo averne sperimentato tutte le tematiche, riduce la propria ispirazione, ne concentra l’opulenza, percorrendo la possibilità di una sola: quella del mentale.
Dick, alle sue origini, fa ricorso all’insieme dell’armamentario convenzionale (che è anche corpo di miti) della fantascienza; lo fa non solo per sperimentarsi, per apprendere i rudimenti del mestiere, ma perché gli sono congeniali, sa adoperarli bene tutti. Certo, si nota subito che inclina più per un motivo che per l’altro: esempio, il tema del mutante psi; ma con grande disinvoltura si muove tra di loro, passando con facilità da uno all’altro (i viaggi nello spazio e nel tempo, le macchine meravigliose e da incubo, le complesse alchimie sociologiche, il robot, l’androide, le guerre da fine del mondo, sulle quali insiste, l’incubo del consumismo, le domande su quel che ne sarà di noi e la risposta costante che non è dato saperlo: solo immaginarlo); fino a approdare alla sua propria grandezza tematica, una tematica che lo pone all’altezza del miglior mainstream: le domande sull’essenza della realtà, una realtà che da una parte è annullata dall’incapacità del soggetto a condensarla (e persino a volte nel consumarla: paradosso della società dei consumi); dall’altra si “materializza” attraverso macchine di perversa potenza che costituiscono tutto il reale che è possibile immaginare e descrivere. La realtà del mondo riassunta in queste macchine, nelle droghe che a volte le sussidiano o sostituiscono, nelle improvvise oscillazioni temporali delle quali non si sa nulla e delle quali non occorre sapere nulla, essendo il tutto che domina le nostre vite una sorta di acqua in cui nuotano i pesci, per noi invisibile e nella quale neppure ci rendiamo conto di nuotare; e che è conseguentemente infrequente (salvo in Dick o chi si imbatte in Dick) ci si ponga domande su come uscirne.
Tuttavia accade che a nessuno sembra di essere protagonista di esperienze allucinatorie quali quelle descritte da Dick. Non si tratterebbe di un invisibile ben travestito, altrimenti. Squarciato il velo di Maya delle illusioni però, a volte, se non in maniera rocambolesca, in modo altrettanto agghiacciate, può succedere che effettivamente il dubbio sorga; che effettivamente appaia la verità di questo nostro essere schiavi ai quali si dice che sono liberi; e che appaia la vanità di questo modo di vivere che è solo uno sprecare la vita. Lo si vede con facilità, ad esempio, guardando con attenzione nel sovrabbondare di cose che si gettano via a volte ancora nuove; mentre, è l’inaudito contemporaneo, in altre parti della terra esiste chi non ha nemmeno l’essenziale per sopravvivere.
09apr-High CastleIl mondo che emerge dal vasto corpo di scritture dickiane, non solo dai suoi capolavori, è un mondo fluido e indefinito (forse perché non finito: un incostruito mondo inconsistenziale); è un prodotto dello scontro di forze che giocano (giocando a distruggerla) con una realtà troppo fragile per poter opporre resistenza (la fragilità di Dick?), troppo incerta per sottrarsi alle manipolazioni di individui incontrollati e in gran parte incontrollabili che ignorano ciò che sono e la natura vera di quello in cui sono. Non altro che mine vaganti cosmiche, caratterizzati dal solo potere e volontà di accedere e adoperare questo potere; che lottano o per il predominio sugli altri uomini o per cancellare l’umanità dalle possibilità espresse dal reale. Superuomini ignoranti, che ignorano le conseguenze remote, a volte anche quelle immediate, delle loro azioni. A loro si oppone una congerie di attori che, persi nei loro piccoli sogni di benessere o di successo o d’evasione, si muovono come marionette nella cassetta del puparo; finché non capita loro di aprire gli occhi (Dick ipotizza che ogni tanto possa succedere) e allora la sovrumana potenza delle forze messe in gioco sembra dissolversi. È che guardando con attenzione, sembra volerci suggerire Dick, aprendo gli occhi, è possibile scoprire le immani forze in azione. Ed avendole viste e analizzate è possibile anche batterle.
09apr-philip-k-dickL’ignoranza allora potrebbe essere il sostantivo che specifica il carattere in ultima istanza dell’opera dello scrittore: l’esistenza di tenebre intellettuali che ostacolano l’intelligenza e dalle quali l’intelligenza si salva (in ragione dell’amore dello scrittore per le sue creature) solo quando è permesso loro di guardare occhi negli occhi i pericoli dei quali all’inizio sono stati ignari. Non si tratta qui né di illuminismo, né di catarsi. Non illuminismo perché la tesi che Dick sostiene non si fonda sui benefici dell’educare o del rieducare, ma di scoprire (essere scienziati della realtà) ed essere scoperti con modalità simili a quelle con cui l’investigatore scioglie il mistero di un delitto; non catarsi perché l’individuo non si sgrava di nulla, sono i fantasmi che lo accerchiano che muoiono sotto il feroce esame di uno sguardo che si improvvisa e impara a essere consapevole. Il suo sollievo deriva appunto da questo: dall’essere in grado di difendersi dai pericoli. Quelli di dentro e quelli di fuori.
09apr-stimmatelibroOra è paradossale che quanto più si avvicina alla fantascienza intensificando le sue tematiche sull’ignoranza, o sull’insondabilità del reale, tanto più Dick sembrerebbe volersene allontanare. Il che, lo sappiamo tutti, e lo sappiamo irrimediabilmente, l’opera sua non può più essere modificata, non si verifica. Di opera in opera Dick accosta sempre più la fantascienza, diviene sempre più scrittore (nell’essenziale) di fantascienza. Non credo anzi si possano annoverare scrittori più aderenti al dettato fantascientifico di Dick; e questo nonostante la fantascienza sia lettura dell’intelligenza immaginativa, della conoscenza e sia inclinazione razionale, non abbandono ai deliri e ammissione di relativa impotenza rispetto i propri (deliri).
09apr-svasticasoleQuesto può avvenire in quanto il rapporto con la razionalità (e con la scienza) è essenzialmente un rapporto formale, cioè esteriore alla fantascienza medesima; sia, al contrario, più infatuazione che tentativo di prendere le esatte misura al reale e alle dinamiche che guidano i mutamenti della realtà (è petizione di principio). La fantascienza propende verso la razionalità e la conoscenza connessa come qualsiasi uomo della strada, che delle grandezze della scienza subisce il fascino, senza però assumere in toto le metodologie, la responsabilità e i modi. Si tratta più che altro di un vestito mentale (per altro prezioso), la cui integrità è insidiata da molteplici controtendenze (il piano immaginifico; la necessità di grandi se non smisurati scenari; il piegare le necessità dell’invenzione tecnologica a quella dell’invenzione narrativa ecc.). Per tale motivo la fanta&scienza solo idealmente aderisce alla scienza. Più che altro si tratta di una immagine di sé che ama sfoggiare, non certo di un dato di fatto. Subito dopo essersi lasciata suggestionare dai sogni degli scienziati (e specialmente da quelli dei divulgatori scientifici), scatta la necessità della sua vera vocazione, l’utilizzo di questi sogni per costruire ulteriori sogni, per mezzo dei quali pervenire agli effetti – narrativi e non: comunque mitici quando sono narrativi – che costituiscono il suo proprio obiettivo (narrativa+didattica+espressione di inquietudini). Di fatto la fantascienza attiene più alle visioni del mondo, all’ideologia e quindi alla filosofia che alla scienza. Con un rivestimento di carabattole tecnologiche, che servono da abbellimento, per procedere a giochi d’evasione adolescenziali e sono anche esplorazione (spesso sommaria) del nuovo universo di possibilità hardware e software che la scienza offre all’uomo.
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09aprValis-AFPK_15Si pone qui la necessità di una piccola digressione, a partire da una domanda retorica: cosa c’è in effetti di scientifico nella fantascienza se non il suo risvolto tecnologico? presentato anch’esso, tra l’altro, come sogno, come aspirazione, non nell’effettività delle complicazioni e problematiche che il progresso tecnologico medesimo comporta (tra cui c’è quello dei complessi industriali e della complessità di rapporti tra coloro che vi lavorano). Di scientifico io vedo la preferenza, rispetto a altre letterature, a immergere i propri protagonisti in ambienti altamente tecnologicizzati, pieni di macchine invadenti e macchine miracolose; o collocarli, a volte, dentro presunti laboratori dove si effettuano ricerche scientifiche ad hoc; non mai la scienza (quantunque fantastica) che dovrebbe essere articolata come sono le scienze, con formule e teoremi e tesi acconce.
Se gli scienziati si interessano di fantascienza, a parte il piacere della lettura, è proprio per questo suo essere non scientifico, per il fatto che suggerisce possibilità, pensieri alternativi, aspirazioni e lo fa in un modo che apre la mente; la apre al progresso scientifico e la apre alle infinite possibilità che il mondo reale offre.
09apr-u-dick-gioctitano-lOra, se indossare una veste critica sul presente rende migliore qualsiasi individuo, tutto ciò ha a che fare con la filosofia e l’ideologia, non certo con la scienza. O se ha a che fare con la scienza, lo ha nella stessa misura in cui la scienza produce filosofie scientifiche, il cui effetto di surdeterminazione favorisce o imbriglia il progresso scientifico medesimo.
Come dichiarato da molti ricercatori, leggere la fantascienza rende più elastici, permette di concepire la fuga dalle strettoie dell’ortodossia, ma non è già questa fuga. Non lo è per lo scienziato e nemmeno per un fanta-scienziato; il quale non sarebbe altro, volendo mantenere questo fittizio legame con la scienza, che uno scienziato che ha intrapreso una via sbagliata (o una via che non si sa se a sua volta si dimostrerà giusta o sbagliata).
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09apr-I giocatori di Titano_fronteTornando a Dick, c’è da evidenziare, come accennato, che il suo eroe tipico è colui che non sa. Ignora persino la propria identità e a stento scopre quel che gli sta accadendo.
Lo stesso processo che investe gli attori dei testi di Dick – accostamento alla realtà mentre se ne allontanano – investe Dick stesso. Ché quanto più si avvicina alla fantascienza, riempiendo romanzi e racconti del materiale convenzionale, rinnovato abilmente, più se ne allontana. Non che utilizzi la fantascienza, come è per tanti, come folklore, come cornice ideale e bella per le sue storie disorientanti, ma per arrivare a parlarci di materiale non solito nella fantascienza; parlarci cioè di smarrimenti umani, di turbamenti del profondo e turbamenti delle coscienze; per arrivare a descrivere vite schiacciate da eventi troppo grandi da affrontare per uno solo e che pure ognuno affronta con somma incoscienza. Noi tutti siamo immersi in una realtà che ci trascende, in balia di forze che non comprendiamo, forze che chi è dotato di coscienza religiosa identifica con Dio; chi di coscienza laica con una mitica angoscia esistenziale; e chi marxista con le strutture sociali che tutto comandano e alla cui volontà tutto deve assoggettarsi.
09apr-oscuro scrutareDunque Dick non fa altro che, partendo dal suo, realizzare i fini primi e ultimi della fantascienza, che sono di utilizzare la tecnologia per rappresentare gli immensi problemi che l’umanità ha di fronte. Per gettare gridi d’allarme sui pericoli che il presente prepara per il futuro, tra i quali campeggia le illusioni che tutti noi ci facciamo sulla densità del reale, nonostante un cinquantennio e più di meccanica quantistica. Aggiungendo però i suoi propri problemi, quelli di contatto con la realtà che sembra sfuggirgli, con il medesimo andamento con il quale lui, in quanto uomo, fugge la realtà.
È il tema di Dick, uno dei fondamentali: lo slittamento del reale. Il senso stesso di realtà che sfuma. E per dimostrare di non dilettarsi a parlare del sesso degli angeli che ha immesso questo tema nella sua vita, alterandola, per poi, partendo da questa alterazione, elaborarla in termini “romanzeschi” atti a sottoporla a tutti noi con possibilità vera d’ascolto.
Ascoltiamolo. Ma soprattutto apprendiamo la lezione che ci impartisce.

 

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