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20 giugno 2014 / miglieruolo

In morte di padron Riva

Riva il gigante capitalista dai piedi di argilla (*)
«RIVA ASSASSINO», il processo di padron Riva contro Margherita Calderazzi (udienza del 13 gennaio 2009)
Emilio Riva,

il padrone dell’Ilva di Taranto, con il record nazionale di morti operai e infortuni, ma anche di inquinamento e morti da tumore della popolazione di Taranto; la 1° fabbrica siderurgica in Europa, la 10° nel mondo; il padrone che in Italia ha fatto più profitti ed è tra i primi 3 (insieme a Berlusconi e Del Vecchio-Luxotica) con maggiore liquidità; Riva che non si è mai presentato ad uno dei suoi tanti processi,
il 17 ottobre 2008 scese a Taranto, nonostante il forte parere negativo dei suoi legali, e si presentò in tribunale per Margherita Calderazzi coordinatrice Slai Cobas per il sindacato di classe, da lui denunciata/querelata per “essere mandante” di una scritta apparsa nel 2006 “RIVA ASSASSINO” dopo l’ennesima morte di un operaio all’Ilva. Padron Riva per quella scritta aveva chiesto 100.000 euro di risarcimento perché si sentiva “offeso nella sua dignità”, quando neanche un euro di “risarcimento” ha finora dato per i morti in fabbrica e in città.
MA IN QUESTO PROCESSO – come in altri fatti dallo Slai Cobas per il sindacato di classe (ricordiamo quello sulla ex Nuova Siet vinto in Cassazione e con la più alta condanna: 4 anni e mezzo) – LO SLAI COBAS HA VINTO E RIVA HA PERSO.
ANCHE ORA RIVA PUO’ PERDERE E DEVE PAGARE! SE GLI OPERAI NON HANNO PAURA
Riportiamo il faccia a faccia tra Margherita Calderazzi e Riva del 17 ottobre 2008, la dichiarazione di Margherita all’udienza del 13 gennaio 2009, la sentenza.

Riva arriva in Tribunale, verso le 12,30, e subito intorno a lui fanno quadrato una decina di poliziotti/digos (che saranno presenti per tutta l’udienza) alla stregua di sue “guardie del corpo” (anche qui la cosa è assurda e ridicola, sembra che il grande Golia, debba essere protetto dal piccolo Davide).
Il giudice fa avvicinare Margherita Calderazzi ed Emilio Riva al suo banco e dice che prima deve procedere al tentativo di conciliazione, ma che date le “circostanze” è meglio farla in una saletta privata. Riva accetta subito, Margherita dice che per lei non ci sono affatto problemi a farla in pubblico.
Ma il giudice insiste e si va nella saletta – e per tutto il faccia faccia ha un atteggiamento tra l’intimidito e il reverenziale verso Riva. Il giudice chiede, quindi, ad entrambi se vogliamo conciliare. Riva: «ma…veramente…io sono stato offeso e quindi devo andare avanti».
Margherita: “Non ho niente da conciliare con questo signore! Io non ho fatto la scritta, nè sono la mandante, e me ne dispiace…! D’altra parte quella scritta non ha bisogno di mandanti, tanti operai, tante famiglie di operai morti, tanti a Taranto c’è l’hanno nel cuore e nella testa».
Il giudice insiste sul tentativo di conciliazione
Riva (indicando Margherita): «ho capito bene quando ha detto: “mi dispiace”, le dispiace che non ha fatto proprio lei la scritta…».
Margherita: «giudice, mesi prima, centinaia e centinaia di operai Ilva avevano gridato “assassini”, durante un grandissimo sciopero e manifestazione per la morte dell’operaio Di Leo. Questo signore dice di sentirsi “offeso” e come si devono sentire gli operai?».
Il giudice, a questo punto, rivolgendosi a Margherita: «Signora, ma perché chiama il signor Riva “questo signore”, con un tono un po’ sprezzante».
Margherita: «E come lo dovrei chiamare? Padrone, proprietario dell’Ilva?».
Riva: «No, io non sono proprietario dell’Ilva. Sono presidente del Consiglio di amministrazione di una Spa. Io nell’Ilva non sono proprietario neanche di un cane…».
Margherita (guardando solo per questa volta padron Riva): «Ma per piacere! Non offenda anche l’intelligenza dei presenti».
A questo punto, il giudice, imbarazzato e dispiaciuto, dice: il tentativo di conciliazione è fallito. Il processo va avanti.
Si torna in aula e qui, dopo aver sentito uno dei capi dei vigilanti dell’Ilva, un fascista, autore del rapporto contro Margherita Calderazzi, che sul piano tecnico non porta alcun elemento di prova, ma fa non volendo una vera e propria propaganda del ruolo di Margherita, indicandola come una «notissima attivista, che interviene sempre alle portinerie dell’Ilva, con volantini, iniziative, che partecipa alle manifestazioni operaie, molto conosciuta da anni alla fabbrica», il processo viene aggiornato al 13
GENNAIO 2009.
Dalla dichiarazione di Margherita Calderazzi nell’udienza del 13 gennaio 2009:
«Non intendo rispondere alle domande del PM e dell’avvocato di Riva perché non
ho nulla da cui difendermi. In questo posto non sono io che dovrei essere imputata ma Riva, responsabile di una fabbrica che ha già prodotto finora 44 operai morti sul lavoro – ultimo un mese fa, un operaio polacco dell’indotto – che ha il record nazionale ed europeo dei morti sul lavoro, che produce ogni giorno altri morti, di cui non si parla, quelli frutto dell’inquinamento, di operai, della popolazione di Taranto. Ogni famiglia dei quartieri di Taranto più vicini alla fabbrica ha un morto per tumore,
bambini malati di leucemia, nati già condannati. Troppe morti! Che non avvengono per una casualità, per un accidente, ma per un sistema “normale” che mette la produzione, il profitto al primo posto sopra la vita degli opera e della gente.
Ai primi di dicembre a Torino per la strage dei 7 operai alla ThyssenKrupp, i responsabili della fabbrica sono stati rinviati a giudizio per “omicidio volontario”.
All’Ilva di Taranto è come se fossero finora accadute più di 6 “ThyssenKrupp”; e, allora, come dovremmo chiamare il responsabile di questa fabbrica?
Riva mi ha denunciato dicendosi offeso nella sua dignità per la scritta “Riva assassino”, ma come dovrebbero sentirsi, ben più che offesi, disperati, gli operai che ogni giorno entrano in fabbrica non sapendo se e come possono uscire, come devono sentirsi le famiglie degli operai morti che ancora ora dopo anni aspettano giustizia?
E’ tutto questo che deve essere presente anche in questa aula oggi».

Riva assassino – assolta Margherita!
Al termine di una udienza molto interessante, in cui Margherita Calderazzi, ispettrice del lavoro e coordinatrice dello Slai Cobas per il sindacato di classe, accusata da padron Riva di essere mandante della scritta apparsa sui muri Ilva nell’agosto 06 per la morte dell’operaio Rafanelli, ha fatto una dichiarazione spontanea di forte denuncia e sostegno della giustezza del contenuto della scritta Riva assassino come sintesi di una critica al sistema Riva che produce morti sul lavoro e morti e malati da malattie professionali e inquinamento in città e dopo una brillante arringa difensiva
dell’avvocato Fausto Soggia il giudice di pace DeVincentis ha assolto Margherita Calderazzi dall’essere mandante della scritta – apparsa su un muro dell’ilva il 26 agosto 2006 dopo la morte di Vito Antonio Rafanelli – e dal ritenerla diffamatoria e lesiva della dignità e onore di padron Riva e dell’azienda che presiede, perché “il
fatto non costituisce reato” ma legittimo e fondato diritto di critica!
Il giudice ha ritenuto di condannare la compagna per “concorso in imbrattamento” con 60 euro di risarcimento! (Riva pretendeva 100.000 euro). Un tocco di humour in una aula grigia resa in questa occasione teatro di uno scontro simbolico non conciliabile.
Cade una arrogante intimidazione per mettere a tacere chi denuncia come stanno le cose e invita a ribellarsi.
(*) versione aggiornata settembre 2013 – richiedibile pdf a slaicobasta@gmail.com

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