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30 giugno 2014 / miglieruolo

10 racconti di Fanta-decrescita

Antologia “Terra Promessa” a cura di Gian Filippo Pizzo (Tabula Fati, 2014 – Euro 16)
Di Mauro Antonio Miglieruolo

Non un libro eccezionale, semplicemente un buon libro. Il che in questi tempi di vacche magre costituisce di per sé un evento eccezionale.

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Il libro (un’antologia della quale raccomando la lettura) è interessante per diverse ragioni. La prima delle quali è fondata sulla varietà e direi anche originalità dei punti di vista di coloro che hanno contribuito a crearlo; in più della discreta leggibilità dei racconti e il piglio autoriale di alcuni dei partecipanti (permettetemi di citarne almeno due: Francesco Grasso, il cui contributo apre il volume e subito dopo, a pari merito, l’amico Catani, che si fa notare con una “trovata” da “trovatore” delle sue); prova questa dell’acquisita capacità della fantascienza italiana di misurarsi da pari a pari con quella prodotta altrove.
Altro motivo di interesse, a parte la predominanza dell’elemento ideologico su quello propriamente letterario (ma questa è caratteristica propria alla cultura popolare e costituisce il punto di forza della fantascienza, che su di essa, lavorando sulle grandi e piccole narrazioni, ha costruito le proprie fortune)*, è il tema in sé, che offre la possibilità di entrare nella zona di librazione del comune scrittore di fantascienza (nel quale la fantasia vive oscillando tra progetto e impulso ludico: diciamo tra intelletto e cuore); e verificare come essi potenzino e illustrino, facendola diventare viva, la percezione della crisi. Attraverso di loro possiamo dare un’occhiata, su indicazioni non del tutto condizionate dal pensiero unico dei media, sul panorama desolato che ci circonda, ma alla cui osservazione non siamo invitati per convincerci alla rassegnazione, come accade invece con la stampa e nei discorsi degli esperti, bensì per produrre prospettive altre, possibili diverse soluzioni, evoluzione invece che involuzione sociale. Anche quando il pessimismo sembra prevalere e il “reale razionale” imporre i suoi “diritti”. Perché di là dalla volontà stessa del singolo autore, nella fantascienza germina volentieri il seme del possibile, dell’alternativa, del diverso esito che possono assumere gli eventi.
A questo proposito non ritengo arbitrario tornare a Aldani, che su questo punto ha scritto parole che non ammettono di essere ignorate. Aldani riteneva che il catastrofismo di tanti costruttori di futuro non fosse necessariamente manifestazione di pessimismo (non almeno un pessimismo senza speranza), ma un grido di allarme volto a esorcizzare le insidie di quella sorta fantasmi che sono nascosti nelle pieghe del presente. Evocarli sarebbe un po’ dunque anche esorcizzarli.
È questo il messaggio spontaneo che può essere letto tra le righe delle parole anche dei più pessimisti. E che io utilizzo per affermare che la fantascienza può essere maestra, e come tale goduta, anche per questa sua ulteriore caratteristica. Che è un’arma che la società vorrebbe spuntare (utilizzando il veleno del discredito), ma che è entrata troppo profondamente nei miti del secolo per poter essere effettivamente neutralizzata. Essa a tutt’oggi costituisce l’unica forma di pensiero, l’unico movimento teso sistematicamente a porre in discussione l’esistente. I suoi gridi d’allarme sono certo gridi di spavento, ma poiché la fantascienza vive nel cambiamento e di cambiamento (la scienza che non smette di crescere e stupire), sono anche una potenza intellettuale che spinge allo stravolgimento del pensiero abitudinario, e sovverte quello relativo alle finte prospettive che vengono spacciate per inevitabili.
Riprendendo un’odioso slogan, possiamo persino dire che non è di destra o di sinistra perché se ne infischia delle umane provvisorie distinzioni politiche-ideologiche. O meglio, che si infischia delle sconcertanti interpretazioni che coloro che agitano le varie bandiere di partito, utilizzano per devitalizzare questa importante distinzione. Sul piano letterario la fantascienza è il movimento reale tendente alla contestazione dello stato di cose esistenti, antagonista del pensiero unico, pratica di scrittura dei mille fiori.
Che non aspettano alcuna parola d’ordine per crescere e per sbocciare.

* È stato detto, con qualche fondata ragione, che il Novecento è il secolo del cerebralismo, del freddo ragionare, in contrapposizione all’Ottocento, che sarebbe il secolo delle passioni. Ma chi oserebbe oggi, nonostante le manipolazioni del pensiero debole (ideologia del rifiuto dell’ideologia), disconoscere che, tra le passioni umane, quelle ispirate dai valori-disvalori politici e religiosi, siano le più virulente e più difficili da dominare? Ci sarebbe inoltre da chiedersi quanta cerebralità, quanto calcolo e quanto pensiero, durante la stagione Romantica, sia individuabile nella passione per la passione; la quale passerà, oltrepassando se stessa, dal furore dello Sturm Und Drang (Tempesta e Assalto) alle atmosfere intimiste e malinconiche di Brahms, al pessimismo cosmico di Mahler, all’infatuazione tecnologica, militarista e autoritaria del Futurismo, alla disperazione e al vuoto valoriale (apparente) di un Bukowsky, al pensiero critico speculativo della fantascienza. Passioni e pensieri costituiscono un tutt’uno, scindibile solo per necessità di analisi, che procedendo di surdeterminazione in surdeterminazione, un aspetto che orienta l’altro, ci ha condotto all’esito attuale, in questa nostra estrema propaggine romantica, nel quale campeggia la passione senza cuore (il terrorismo religioso filiazione di quello finanziario), così come negli anni Trenta ci aveva condotti a adottare progetti razionali (misto di politiche e ideologie) prive di qualsiasi razionalità e apertamente contraddittori (il fascismo che per mettere ordine promuove un maggiore e più estremo disordine). In questa storia di passione e ragione si inserisce (da protagonista) la fantascienza, che riassume in sé ambedue.
Una fantascienza che estremizza nel momento in cui modera, placando i furori attraverso la pacatezza di un sorriso. Non perché non voglia occuparsi seriamente di cose serie, ma perché se le getta alle spalle imponendosi di viverle come possibilità e avventura, come parentesi e sollievo dalle strettoie del presente. Ne fa, come spesso accade nella narrazione popolare, motivo di divertimento e sberleffo nei confronti del potere. Che può anche non essere il potere di qualcuno o più d’uno, ma il potere sopraffattorio dello stato di cose presenti, il potere oggettivo determinato dal modo di organizzare la vita (nell’antologia, il detto di Vittorio Catani: vedi).

 

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3 commenti

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  1. Gian Filippo / Lug 15 2014 10:10

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  1. fantascritture – il blog di gian filippo pizzo

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