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26 luglio 2014 / miglieruolo

DITTICO BUROCRATICO: B – Limite di matrimonio

di Mauro Antonio Miglieuolo
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LETTERA RACCOMANDATA Roma, 8 dicembre 2064

Al Sig. Sindaco del Comune di ROMA

Egregio Sig. Sindaco,
è possibile che Lei riceva lamentele di ogni genere, in ogni momento della sua attività lavorativa; è possibile che ciò dipenda dal disfattismo, dal l’incontentabilità della cittadinanza, è anche possibile che si tratti di una cospirazione tesa a distoglierla dai suoi fruttuosi pensieri; esistono possibilità in numero infinito con le quali lei potrebbe zittire possibili lamentatori;

ma permetta ch’io respinga in blocco queste possibilità giustificata dalla sconfortante esperienza ed evidenza sulla avvilente cecità dei funzionari: la sfiducia degli Utenti e la mia personale è ormai tanta da non poter confidare che nell’intervento della Provvidenza per alimentare un residuo di speranza. La Provvidenza che sicuramente interverrà suo tramite, (lei, un Sindaco del quale la stampa non fa che parlare bene) per farmi ottenere soddisfazione; perché niente altro che un miracolo – i miracoli che si vocifera lei sappia fare – mi può strappare al pericolo. Mi creda, la mia situazione è quasi senza possibile riparo. Grave di per sé, aggravata dall’inerzia (che dico? Dall’indifferenza) dell’amministrazione cittadina. Nessuna esagerazione può rappresentare realisticamente la trappola in cui sono sepolta, travolta da una frana caotica di norme, adempimenti, ottusità burocratica e arretrati. Lei è la mia ultima spiaggia. Altri non ho su cui sperare. Sono una sua elettrice ed ho fiducia nella sua sollecitudine verso la cittadinanza, coerentemente col mio voto. Buon ultimo, mi affido alla simpatia umana che il mio caso potrà ispirarle.

La burocrazia è impermeabile ai significati e daltonica con tutti i colori; ignora l'uso della ragione perchénon riconosce ragioni al cuore.

Mi conceda di esporglielo esaurientemente, dalla nascita, allo sviluppo, all’abnorme stato attuale. Sono sicura che ne risulterà angosciato, rabbioso, triste e forse anche commosso, pronto a prestarmi il suo aiuto e che vorrà prestarlo tempestivamente, prima che su di me si abbatta l’Apocalisse.
Come lei sa il Governo ha fatto votare, diciotto mesi or sono, per ovviare alla confusione giuridica provocata dal turismo temporali (autorizzato con DL 125/09), una legge che stabiliva doversi computare l’età di un individuo esclusivamente basandosi sulla somma delle ricorrenze genetliache, compleanno per compleanno, e mai tenendo conto dell’età apparente, né delle eventuali analisi biologiche fornite.
Mai legge fu più necessaria per la collettività ed infausta per una piccola minoranza a causa della piccineria dei pubblici impiegati. Le anticipo subito, Sig. Sindaco, ch’io sono nata di sabato il 29 febbraio 2020, giorno di San Giusto martire. Ora, è chiaro, che allo spirito della legge importava che nessuno potesse usufruire ufficialmente di un’età che non era la sua, ottenendo illeciti guadagni o subendo ingiusti danni. Non altro. Non certamente mettere una corda al collo alle persone sfortunate. Sarebbe bastato, per non avere dubbi, che ogni funzionario avesse vivo il ricordo dell’avvenimento che costrinse in moto il parlamento: il “caso Rinuccini”, nel quale l’eredità del famoso miliardario ebbe una destinazione iniqua e contraria alle disposizioni testamentarie per il ben congegnato trucco dell’erede di presentarsi nel passato al notaio con un figlio nato dopo il termine previsto da una clausola modale. Il figlio era nato dopo la scadenza di quella clausola, ma il trasferimento nel passato l’aveva neutralizzata. Da cui la legge alla quale ho accennato. La quale legge però, i legislatori essendo come sempre distratti, superficiali e menefreghisti, trascurava di precisare che non doveva, non poteva essere applicata alla minoranza incorsa nella sventura di nascere in uno strano giorno che il calendario ripeteva solo ogni quattro anni. Una precisazione in necessario tra persone ragionevoli, necessarissimi avendo a che fare con impiegati addestrati a non utilizzare il buon senso, anzi scoraggiati a adoperarlo, pena sanzioni severe. Per cui costoro, dimostrandosi privi di quel minimo di perspicacia di cui sarebbe capace anche le scimmie addestrare a parlare (e subito messe al lavoro) messe in circolazione in questi ultimi anni, dominati dal solito principio di severità contro l’Utente, si sono gettati come cani rabbiosi contro di me tapina, rovinandomi, angosciandomi, assassinandomi. Spulciando tra le carte avevano scoperto che io donna ormai 44enne ne contavo a malapena undici!
Della tremenda decisione non fui messa a conoscenza subito. Forse gli stessi spietati sabotatori/riformatori della mia vita non erano venuti a capo subito di questa orrenda determinazione. Otto mesi hanno impiegato per congiurare e far scattare la trappola! Dopodiché, balenata la possibilità di danneggiare, la lentezza mutando in velocità, il Comune mi comunicava le decisioni assunte e senza neppure consultarmi.
Fulmine a ciel sereno: il Tribunale mi imponeva un Tutore! Veda un poco se questa non è bella, ad una donna maritata, con figli, nel pieno rigoglio delle sue forze fisiche ed intellettuali! Considerata la mia tenera età, (undici anni, Dio buono!) mi s’affidava alla cura di uno sconosciuto, un ladro imbecille, un incapace divorasostanze!
Un estraneo prese allora in mano le redine dell’azienda che avevo saputo brillantemente dirigere per oltre ventidue anni. Mi crede? Per troppa stupefazione non trovai modo di reagire, mi mancò la forza, subii, mentre i miei conoscenti o non credevano o si sganasciavano dal ridere. Persino mio marito non si fece scrupolo, l’incosciente, di divertirsi alle mie spalle, trattandomi da neonata (a 44 anni suonati!), limitando tutta la sua azione soccorritrice ad una ironica lettera di protesta indirizzata alla Prefettura Mandamentale. Comprende? Comprende la macchina? In base alla legge sul computo dell’età, l’Anagrafe aveva rifatto il calcolo dei miei anni, assegnandomi un anno di vita ogni quarto anno bisestile, scaraventandomi in mezzo a tutte le conseguenze legali possibili e immaginabili, segnalando il mio caso all’autorità per la tutela dei minori, anch’essa insolitamente rapida, gettandomi sul lastrico, insomma.
Non creda alla semplicità degli innocui (i pubblici funzionari). Perché eravamo solo all’inizio. Altri sconvolgimenti erano destinati alla mia pace, all’unione, agli affetti della mia famigliola. In due mesi di inaudita direzione il Tutore seppe seraficamente condurmi sull’orlo del fallimento. Non capiva nulla dell’arte di tenersi a galla, quel tanghero. Solo i minacciosi interventi, molto illegali, ma efficaci, delle mie unghie poterono contro la sua tremenda bestialità, lo convinsero ad accettare “consigli”, a lasciar stare la lettera del Codice, accettando di rettificare certe sue decisioni criminali e così arginando la rovina. Ma solo di arginarla, non di riprendere vigore e presenza. L’azienda aveva bisogno di me, delle mie cure, delle mie abilità, della capacità di destreggiarmi tra appalti e concessioni, cortesie ai pubblici funzionari e gentilezze agli uomini di potere. Tentai di riprenderne il controllo, mi illusi di riuscirci, ma senza ottenere nulla. Insistetti, trapestai, sedussi, offrii vantaggi materiali di ogni genere, a nulla valsero le insistenze: non hanno efficacia le istanze d’un minore. Allora, ohimé! Altro danno, mio marito, infuriato, finalmente conscio del tragico nembo di¬luviale che incombeva si mosse, si agitò, ma non ottenne altro che di far precipitare la rovina che incombeva. Guadagnò un solo risultato: farsi deridere dai figli che non ebbero scrupoli nel rimproverargli la precedente inazione.

Un binario che corre verso una meta priva di finalità.

Me ne spiacqui alquanto. E avendo io un certo caratterino, dispiaciuta che avessero mancato di rispetto al padre, mi feci sentire. Forse volò anche qualche schiaffo, non ricordo bene quel che feci e dissi. La nemesi burocratica, che si appiglia ad ogni pretesto, ad ogni debolezza umana, che fa delle passioni scudo e offesa, era però pronta, non si fece attendere nel colpire. Sollecitata da Marva, la mia figliola quindicenne, che ha ereditato il mio carattere impetuoso, e s’era doluta di aver ricevuto ben quattro schiaffi (che esagerazione!), le Autorità colsero al volo la straordinaria occasione e provvidero a farci arrestare ambedue, marito e moglie. Lui per corruzione di minorenne (la minorenne sarebbe la 44enne che sono!) tradotto al carcere apposito; e la 44enne, quale minorenne corrotta, internata in un riformatorio (buon per me che non in un asilo d’ infanzia). Taglio corto sulle lacrime e la carta bollata. Arrivo all’epilogo. Al Processo. Mi sgolai ben bene. Invano: non trovai né pietà, né udienza. Impotente dovetti assistere all’infuriare del Pubblico Mi-nistero, inflessibile sui suoi dannati calcoli genetliaci. Non arrivò, l’Attila del potere giudiziario, a incriminare persino i miei due poveri figli per falsa testimonianza, perché si ostinavano ad affermare che io avevo 44 anni e non 11 come si voleva? Facendo presente che pur essendo la loro madre effettuando i calcoli del PM si sarebbe verificato il paradosso che sarei stata più giovane dei miei figli. Ha mai provato a parlare col muro lei? Niente da fare: scioglimento del matrimonio, via libera alle fanciullaggini del Tutore ed ai ladronecci del Giudice Tutelare, i miei poveri figli vicini di camerata in un riformatorio. Pazzesco.
E tutto questo per una follia collettiva dei funzionari anagrafici. Ed è chiaro che si tratta di pura follia, umana follia, non di ingiusto rigore della legge. Perciò, Sig. Sindaco, non voglia credere che io pretenda il suo intervento sul corso della giustizia, cosa impossibile per altro. Anzi, è mio desiderio che lo spirito della legge abbia a trionfa¬re senza ostacoli. Ma dico “lo spirito” e pure al la lettera, non l’interpretazione fiscale. Per quest’ultima desidero la morte prematura. A lei non dovrebbe risultare gravoso il compito di eliminare ogni possibile farsesca interpretazione della stessa. Perché ha il potere e gli interessi della carica per farlo. Basterebbe un’ordinanza (ne imbastite tante!), che so una circolare, un qual¬cosa di scritto atto ad illuminare gli anagrafici sulla vera natura della legge e sulla più equa interpretazione da dargli. Ma senza indugio, per la misericordia di Dio. Prima che i miei nervi cedano in questa prigione; prima che impazzisca e commetta qualche sciocchezza; prima che il Tutore mi scialacqui tutto.
Pensi alla mia situazione: destinata a diventare maggiorenne (se non sbaglio) a 72 anni suonati, forse già morta, sposata e senza marito, senza figli, disonorata, povera. Solo un suo gesto mi può salvare. Solo un suo intervento può ridarmi fiducia nei reggitori della cosa pubblica. Solo in questo modo sarà possibile smentire la diceria che vuole che i funzionari vengano addestrati ad agire da sciocchi, perché solo in questo modo possono rendersi utili al potere, che ci vuole costantemente oppressi e intimoriti. Io non lo credo, non voglio crederlo. Credo veramente che lo Stato sia al servizio dei cittadini e lei, sono sicura, saprà compro¬varlo.
Confido in lei, mia unica salvezza, mia unica speranza.

Concetta Baffi

annotazione in calce dopo il visto del Capo ufficio Istanze:

a) all’Ufficio legale per la definizione – il Sindaco
P.S. il caso scotta – provvedere subito

pervenuto all’Ufficio Legale il 2 gennaio 2065: si inoltri domanda al Giudice Tutelare perché consenta, eccezionalmente, l’emancipazione della richiedente al compimento del 14esimo anno di età, fra tre compleanni legali circa, reiterando il matrimonio con l’ex legittimo consorte. Per i quattordici anni e sei mesi effettivi che la postulante deve necessariamente attendere, la famiglia sarà assistita dall’ECA. Allo stesso Ente, esauriti gli adempimenti prescritti, verrà inviata la presente documentazione per l’apertura della pratica di beneficenza.

il Capo dell’Ufficio Legale
TOPPA

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per leggere il primo racconto del dittico clicca su MAM

 

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