Vai al contenuto
15 agosto 2014 / miglieruolo

Chiedetemi cosa non ho fatto

Mi è piaciuta troppo questa storia. La riproduco programmandola per un giorno al quale aspirerei arrivare.

Capite, all’età mia ogni giorno in più è un regalo.

Mam

***

(“What did Malala’s father do for her? “I did not clip her wings””, di Katie Nguyen per Thomson Reuters Foundation, 25 marzo 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Ndt.: Come forse avrete notato, WordPress ha deciso da un paio di giorni di ignorare le mie preferenze in materia di font e di grandezza dei caratteri. Spero di riuscire a modificare la situazione, nel frattempo portate pazienza insieme con me.)

Malala e la sua famiglia

Le figlie sono giudicate così prive di valore, in zone patriarcali del Pakistan, che i padri sono generalmente conosciuti per i loro figli maschi. Non è così per Ziauddin Yousafzai, un insegnante alla cui figlia adolescente, Malala, fu sparato in testa da un talebano nel 2012, per la sua richiesta di istruzione per le ragazze. Da quando è sopravvissuta all’attacco al suo autobus scolastico nella Valle di Swat, Malala è diventata un simbolo della sfida contro i militanti islamisti che hanno portato la paura in quell’area frustando le ragazze, facendo a pezzi i poster che raffiguravano donne e uccidendo musicisti.
Padre e figlia hanno ora diffuso il loro messaggio in tutto il mondo. “Io sono uno dei pochissimi padri che è conosciuto grazie a sua figlia, e ne sono orgoglioso.”, ha detto Yousafzai questo mese, durante il suo discorso alla Conferenza TED 2014 a Vancouver (Canada). (Ndt: TED sta per Technology Entertainment Design.)
Ha evocato per il suo pubblico la tragedia di milioni di bambine nate in società profondamente conservatrici che favoriscono i maschi. “Proprio dall’inizio, quando nasce una bimba, la sua nascita non è celebrata. Non le si dà il benvenuto – ne’ suo padre ne’ sua madre lo fanno. Una madre è assai a disagio per aver partorito una femmina. Quando dà alla luce la sua prima bambina, la prima figlia, è triste. Quando dà alla luce la seconda è sotto shock. Quando dà alla luce una terza figlia si sente colpevole come una criminale.”
Invece di iniziare ad andare a scuola a cinque anni, la bambina è tenuta a casa. Sino ai 12 anni è relativamente libera di giocare e di “muoversi per le strade come una farfalla”. Ma come ne compie 13, le è proibito di lasciare la casa senza un maschio che la accompagni, ha detto Yousafzai: “Non è più un individuo libero. Diventa il cosiddetto onore di suo padre, dei suoi fratelli e della sua famiglia. Se trasgredisce il codice di questo cosiddetto onore, può persino essere uccisa.”
Il sistema dell’onore è un fardello per entrambi, uomini e donne, ha aggiunto Yousafzai, citando l’esempio di un suo conoscente costretto a migrare nel Golfo dove può guadagnare abbastanza per tenere a casa sette sorelle, perché si rifiuta di affrontare “l’umiliazione” di qualsiasi di loro che apprendesse delle abilità e trovasse un lavoro.
Le ragazze soffrono anche sotto il giogo dell’obbedienza – ci si aspetta da loro che si sottomettano al volere dei loro padri, dei loro fratelli, della famiglia e della comunità, incluso lo sposare uomini che non amano, scelti per loro dai familiari. “L’ironia della situazione è che una madre insegna la stessa lezione d’obbedienza alle sue figlie e la stessa lezione d’onore ai suoi figli, e il circolo vizioso continua.”, ha detto Yousafzai.
Malala, ora 16enne, è stata cresciuta in modo diverso. In un caldo tributo alla figlia, Yousafzai ha raccontato come ancor prima che fosse nata aveva preso la decisione di darle il nome di una leggendaria combattente per la libertà afgana. “Quando è nata, e credetemi, per essere onesto a me i neonati non piacciono particolarmente… – ha detto suscitando l’ilarità del pubblico – ma quando l’ho guardata negli occhi mi sono sentito profondamente onorato.”
A differenza di molte bambine della Valle di Swat, Malala è stata iscritta a scuola quando aveva quattro anni. “E’ un grande evento nella vita di una bambina. L’iscrizione a scuola significa riconoscimento della sua identità e del suo nome. L’ammissione a scuola significa che lei è entrata nel mondo dei sogni e delle aspirazioni dove può esplorare il suo potenziale per la sua vita futura. Io ho usato l’istruzione per l’emancipazione. Ho insegnato alle mie scolare a disimparare la lezione d’obbedienza. Ho insegnato ai miei scolari a disimparare la lezione dello pseudo-onore.”
Yousafzai ha anche descritto come il mondo si fosse mutato in un “grande buco nero” il giorno in cui si sparò a bruciapelo a Malala. Lei aveva iniziato la sua campagna nel 2009, curando un blog ove narrava come i talebani impedissero a bambine e ragazze di andare a scuola. Malala, dopo l’attacco, ha dovuto essere sottoposta a chirurgia ricostruttiva del cranio. Nonostante la sofferenza che pativa, ha raccontato Yousafzai, non si è mai lamentata.
“La gente mi chiede cosa c’era di speciale nell’educazione da me ricevuta che ha reso Malala così orgogliosa, così coraggiosa, così incline ad esprimersi, così posata.”, ha detto infine, “Io rispondo: Non chiedetemi cos’ho fatto, chiedetemi cosa non ho fatto. Non ho tagliato le sue ali, ed è tutto.”

***

Una bella storia, vero. Quasi una favola, considerato che viene da un paese lontano, lontano in molti sensi, qual’è il Pakistan. Lontano, ma non troppo lontano. Tornando alla mia infanzia ricordo che vigevano allora le medesime le storture che, purtroppo, permangono in quel lontano paese. Sono altrettanto bravi e capaci di noi: provvederanno a correggerle. A correggere almeno gli aspetti più gravi (come noi, che delle stortura abbiamo corretto appena gli aspetti più gravi).

Ho letto l’articolo come una favola, con una sua morale. Che ci insegna che non tutti gli uomini sono da buttar via. Come il padre di Malala. C’è speranza per l’umanità, dunque. Una possibilità di salvezza. Prima che nei bambini risiede nelle donne come Malala. Senza però escludere gli uomini, vedi il padre di Malala, quelli che non tarpano le ali, ma incoraggiano a prendere il volo.

Mauro Antonio Miglieruolo

***

https://miglieruolo.wordpress.com/2014/04/13/chiedetemi-cosa-non-ho-fatto/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: