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31 agosto 2014 / miglieruolo

“Recessione Italia Come usciamo dalla crisi più lunga della storia”

dal blog dell’eccellente  Daniele Barbieri

***

Recensione di Gian Marco Martignoni al libro di Federico Fubini

di Gian Marco Martignoni 

E’ una caratteristica della mentalità nazionale, grazie alla complicità dei media, quella di addebitare a cause esterne, l’Euro o la Germania della Merkel, le responsabilità relative al declino economico, sociale e culturale del nostro paese, rimuovendo le cause storiche e strutturali che lo hanno determinato nell’arco di qualche decennio.

Ma se si considera che l’Italia è in stagnazione, per via del generalizzato rallentamento dei tassi di crescita dal 1995, e che la caduta del Pil nell’arco temporale 2008-2013 è stata pari al 9%, la situazione è più che grave, paragonabile, come segnala Federico Fubini in “Recessione Italia. Come usciamo dalla crisi più lunga della storia”, solo al periodo 1917-1921. Pertanto, è necessario risalire alle cause endogene di questo declino, e se Fubini ne individua alcune nel saggio introduttivo, altre cause vengono ben messe a fuoco dagli economisti e studiosi (Marcello De Cecco, Giuseppe De Rita, Mario Pianta, Alessandro Rosina, ecc.) che sulla base della linea editoriale che contraddistingue la collana “iLibra” sono chiamati a supportare la tesi di fondo del libro oggetto della nostra attenzione. D’altronde, ultimi in Europa per quanto concerne la ricerca con l’1,25 investito in percentuale del Pil, abbiamo patito storicamente la mancanza delle autorità di controllo indipendenti e di una politica industriale in grado di qualificare la struttura produttiva del paese, mentre, come sostiene acutamente Marcello De Cecco, “collettivamente ci siamo cullati su un’illusione pericolosa, ossia credere che le nostre piccole e medie imprese fossero una forza”. Parallelamente a questa struttura produttiva debole, concentrata nei settori tradizionali dell’economia, si è però determinata, come rileva Mario Pianto, una estensione abnorme delle attività finanziarie, finalizzate alla ricerca di cospicui guadagni speculativi, che conseguentemente ha comportato una vistosa caduta sia degli investimenti fissi, pari al 22% del valore aggiunto, che in macchinari. Come sorprendersi allora se il reddito per abitante è sceso dal 1999 addirittura dello 0,5%, e se tra il 2001 e il 2010 l’Italia ha perso 1 milione e mezzo di occupati nella fascia tra 15 e 35 anni, generando una situazione drammatica, a cui non si intravede come porre rimedio in questo contesto economico.

Certamente la disoccupazione dilaga in tutta Europa, per via delle fallimentari politiche neoliberiste dell’austerità e della prolungata crisi da sovrapproduzione capitalistica, ma lucidamente Fubini non elude il fatto che “la crisi economica italiana è, in primo luogo, una crisi culturale”, nonchè, riprendendo il pensiero di De Rita, il prodotto dell’eclissi della borghesia italiana e di elites dominanti tutt’ altro che illuminate. La facile e progressiva acquisizione da parte di capitali stranieri di aziende e marchi rilevanti del nostro tessuto produttivo è l’emblematica testimonianza di questa apparentemente inarrestabile tendenza recessiva, al di là de delle comparsate e dei proclami di Matteo Renzi.

 

Federico Fubini

“Recessione Italia Come usciamo dalla crisi più lunga della storia”  Editori Laterza pagg.136

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