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24 settembre 2014 / miglieruolo

Una normale storia italiana di Maria G. Di Rienzo

dal blog  lunanuvola  di Maria G. Di Rienzo

(Grazie per il tuo cuore, Robi.)

L’oggettificazione sessuale è la pratica del trattare o rappresentare un essere umano come una cosa o un mero strumento da usare per gli scopi sessuali di un’altra persona. Le donne oggettificate sessualmente sono valutate in primis per i loro corpi, o per parti dei loro corpi, presentati come esistenti per il piacere e la gratificazione di altri.

Roberta ha oggi 29 anni. Quando ne aveva sette riportò ai propri genitori le pesanti molestie che aveva subito dal vicino di casa 17enne. La madre le disse che aveva attraversato una brutta esperienza, anche se un po’ se l’era voluta per ingenuità, ma avrebbe dimenticato tutto crescendo. Il padre le elencò una serie di cose che le brave bambine devono fare per proteggersi. Roberta ebbe l’impressione che l’accaduto fosse colpa sua. Scoprì nei giorni seguenti che il suo molestatore l’aveva dipinta in tutto il vicinato come una piccola Messalina e che i suoi genitori gli avevano più o meno creduto.

Tre anni più tardi, mentre era al mercato con la madre, qualcuno le toccò il didietro. Roberta si immobilizzò soltanto un attimo e continuò a camminare, perché la stradina fra le bancarelle era davvero affollata e forse il contatto era avvenuto per sbaglio. Ma dopo meno di due minuti la mano tornò a toccarla, si insinuò di forza in mezzo alle gambe, strinse un po’. Roberta cominciò a tremare e non riuscì a girarsi. Scoppiò a piangere. Non fu neanche in grado di dire alla madre cos’era successo. Tutta la storia con il vicino di casa tornò ad occupare la sua mente. Roberta non è più andata al mercato sino a quando ha cominciato le superiori.

Era invece alle medie quando:

mentre aspettava l’autobus un signore ha fermato la macchina offrendole un passaggio e al suo rifiuto l’ha chiamata “troietta”, un altro signore seduto sulla panchina ha continuato a fissarla mentre si metteva la mano nei pantaloni;

sull’autobus, mentre era inginocchiata per prendere qualcosa nello zainetto, un ragazzo sconosciuto le si è appiccicato alla schiena e ha cominciato a dar colpi mimando il coito;

a scuola, un compagno di classe le ha afferrato i seni di sorpresa e poiché Roberta ha reagito semplicemente saltando indietro, il compagno ha dato voce a un altro ragazzo di “venire a provarci”, perché lei era “una che ci stava”. Anche il secondo ragazzo la assalì, allo stesso modo. Roberta si accucciò su se stessa in un angolo della classe, piangendo. Era troppo terrorizzata per scappare o lottare. Era piena di vergogna. La direzione scolastica telefonò ai suoi di venirla a prendere, perché “stava male”. E così, dell’accaduto lei disse ai genitori: sono stata male.

Perché loro ridevano. Sull’autobus, quando quello mi è zompato addosso, gli altri ridevano, nessuno ha fatto niente. A scuola, quando mi hanno strizzato i seni, lui rideva e il suo amico rideva e quelli che guardavano ridevano. Di me.

Negli anni delle superiori, Roberta ha collezionato una serie simile di insulti, palpate furtive e inviti espliciti a fare sesso, quasi tutti estremamente volgari. Il suo primo ragazzo le disse di abituarsi giacché gli uomini erano fatti così. Piuttosto, doveva stare attenta a come si vestiva. Lei lo lasciò dopo un paio di mesi, ma dovette scoprire che non era l’unico a pensarla in tal modo. Nell’estate dei suoi 18 anni, mentre stava aiutando il padre in cortile a lavare l’automobile, un mezzo rallentò nei pressi della cancellata e l’uomo al volante commentò allegramente su come erano ben riempiti i suoi pantaloncini corti e su come avrebbe voluto sfilarglieli di dosso, poi sgommò via. Il padre di Roberta si girò verso di lei e le diede un ceffone. Cosa ti aspetti faccia un uomo che ti vede in shorts e canottiera?

Finita la scuola, Roberta ha lavorato per anni come barista. Assieme al caffè o alla birra i suoi clienti le hanno chiesto baci, carezze, sesso orale, coiti. Hanno commentato il suo aspetto e il suo abbigliamento, hanno valutato i suoi seni, i suoi glutei, le sue gambe. Le hanno dettagliato cosa volevano fare con/alla sua vagina. Poi c’era quello che invece di parlare bisbigliava, così tu dovevi chinarti per sentire l’ordinazione e lui tentava di baciarti o di metterti le mani nella scollatura.

Alle rimostranze di Roberta parte di questi signori le hanno detto di “non esagerare”, che volevano “solo conoscerla”, che era ben strana se si offendeva per dei “complimenti”, che non era colpa loro se lei era una bella ragazza; parte hanno sciorinato la consueta litania di “porca, troia, puttana, stronza, chi ti credi di essere, guardati allo specchio: brutta come sei dovresti ringraziare”, e per un’esigua minoranza hanno taciuto e/o si sono allontanati. Uno solo si è scusato: non con lei, con il padrone del bar.

Roberta ha finito per cambiare lavoro. Solo di recente ho capito che non dovevo affatto farci l’abitudine, che non dovevo “mettermela via”, che non c’è niente di ovvio, di scontato, di naturale in quello che mi è capitato – che capita di continuo a innumerevoli donne – che continua a capitarmi in una forma o in un’altra. Io non sono una merce a disposizione. Io merito rispetto.

Ripetiamo: L’oggettificazione sessuale è la pratica del trattare o rappresentare un essere umano come una cosa o un mero strumento da usare per gli scopi sessuali di un’altra persona. Le donne oggettificate sessualmente sono valutate in primis per i loro corpi, o per parti dei loro corpi, presentati come esistenti per il piacere e la gratificazione di altri.

Maria G. Di Rienzo

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