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10 ottobre 2014 / miglieruolo

Il mio ricordo di Fabrizio De André – di Marco Trotta

dal blog di Daniele Barbieri

Fabrizio De André era soprattutto i dischi di mio padre. Quelli di vinile, con la copertina di cartone, messi nel salotto buono di casa. Non ci ho fatto molto caso fino ai 10 anni. Solo dopo ho cominciato ad infilarci il naso spinto soprattutto dalla curiosità di dare un titolo e magari un volto alla musica che aveva accompagnato la mia infanzia. C’erano Mina, Battisti, Celentano, le colonne sonore di Morricone, Demis Roussos e la Nuova Compagnia di Campo Popolare. E poi c’erano i dischi di Fabrizio.

 

Fabrizio De André - Copyright: Roberto Serra - Iguana Press

Fabrizio De André – Copyright: Roberto Serra – Iguana Press

E così, quando sono diventato bravo a trovare la traccia giusta senza fare saltare la puntina sullo stereo di casa, ho cominciato a scegliere cosa ascoltare. E in quella vetrinetta avevo l’imbarazzo della scelta: Volume I, Volume III, Tutti morimmo a stento, La buona novella, ecc. Di lì a poco sarebbero arrivati i cd, ma i dischi avevano un enorme vantaggio. C’erano i testi ben in evidenza, le foto, i disegni. E così mi capitava di ascoltare mentre leggevo, finendo regolamente rapito da un passaggio sonoro, da un inciso nel testo, dal timbro della voce. Ed ogni volta sembrava diverso. Provate a sentire un qualunque disco di De André in cuffia o dalle casse, ci sono una marea di dettagli sonori che si perdono negli ascolti più distratti. Era quello che mi catturava. La cura che Fabrizio metteva nei suoni e nella musica, era la stessa delle parole che usava per avvinarsi alle storie degli altri, facendole vedere con i loro occhi. Così simili ai suoi.

“Dai diamanti non nasce niente,
dal letame nascono i fior”

Con altri dischi non era così. Non ho mai sentito mie le discese ardite e le risalite, e sinceramente preferivo i dischi dei Beatles al rock di Celentano. Che poi, voglio dire: come si fa a prendere una canzone di una umanità e laicità sconvolgenti come “Stand by me” e trasformarla in “Pregherò”? E poi le note in copertina ti aprivano un mondo. Prendi “Non al denaro non all’amore nè  al cielo”, per esempio. Sul vinile c’era una specie di dialogo scritto a due con Fernanda Pivano sul libro “Spoon river” che aiutava a capire alcuni aspetti che nei testi diventavano più sfumati, chiusi tra rime ed allusioni. Chi era il matto, il malato di cuore o il medico. E ancora, in “Storia di un impiegato” era Fabrizio a spiegare di suo pugno il soggetto e come si svolge la storia. Ed io, ovviamente, avevo anche le mie preferenze. Per esempio dai ricordi di bambino pescavo Girotondo, forse perché sembrava così simile alle canzoni dello Zecchino D’Oro con le quali ero cresciuto. Solo molto dopo ho scoperto che era una tragica filastrocca contro la guerra nucleare che finisce con i bambini unici superstiti alla follia umana. E poi il disco che ho amato di più: Rimini, forse per la dolcezza delle ballate o i testi particolarmente poetici. Fatto sta che la discografia di casa si chiudeva lì, più o meno nel mezzo degli anni nei quali siamo nati io e mio fratello.

“Ma il bosco era scuro, l’erba già verde.
Dite a mia madre che non tornerò”

Intorno ai 13 anni avevo anche cominciato a suonare con più impegno il pianoforte. Da autodidatta. Il che voleva dire provare a stare dietro alla musica che mi piaceva ed ascoltavo più spesso. Allora erano soprattutto cantautori italiani, un po’ di musica straniera, poco o niente di tendenza. Per dire: il fenomeno Madonna l’avevo soprattutto subito, e il primo Jovanotti era inguardabile quanto inascoltabile. Niente underground alla periferia dell’impero dove abitavo. E però De André era l’esercizio più utile, la sfida più forte. Quella che mi faceva dannare. Ma anche apprezzare certe soluzioni musicali, lo stile, il tono. L’arrangiamento.

Al liceo avevo anche un piccolo gruppo musicale e tutto girava sulle mitiche audio cassette che poi finivano regolarmente per rompersi o smagnetizzarsi cercando di suonarci sopra e tornando indietro nei passaggi più difficile per inseguire la melodia ad orecchio. Me le passava soprattutto il mio amico Mimmo. E dentro ci poteva stare Paoli, Dalla, De Gregori, Venditti, Daniele, Gli Stadio, Bersani, Vasco. Più altro che credo di aver derubricato. Ma questa era la musica da ascoltare e cantare insieme agli amici, Fabrizio De André era un’altra cosa. Era il mio ascolto personale, quello che facevo rigorosamente in casa e da solo. A riflettere. L’unica volta che con l’ho condiviso con un’altra persona della mia età è stato quando ho suonato per una ragazza. Mi aveva sentito al piano, la stanza dava sulla strada dove giocavo con gli altri e una volta mi chiese “posso venire ad ascoltarti una volta?”. Fui preso alla sprovvista. Dissi ok d’istinto, forse me ne pentii. Ma poi passai gli altri giorni a preparare qualcosa. E per complicarmi la vita scelsi “Verranno a chiederti del nostro amore”. Per nulla semplice, ma “viene bene al pianforte” mi dissi. Poi quel giorno arriva. Lei entra. Io che scambio poche parole, ovviamente imbarazzato. La faccio sedere e comincio. Non ricordo di averle detto cosa era, ma ricordo di non essermela cavata male. Quando finisco la guardo, lei mi guarda. Io la guardo ancora, lei mi guarda e poi: “Bravo, sì. Ma conosci anche Through The Barricades?”.
Ok, ha ragione Manuel Agnelli, non si esce vivi dagli anni ’80.

“Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”

In realtà c’era dell’altro. Era uscito il disco le Nuvole, ma al tempo non lo sapevo, anche se ascoltavo Don Raffaé che ogni tanto passava per radio. Sembrava una specie di tarantella di quelle da paese, ed invece dentro c’era la storia dell’Italia di quel tempo. Fabrizio che aveva cantato dei secondini come braccio repressivo del potere negli anni ’70, spostava l’obiettivo e venti anni dopo ne raffigurava uno che chiedeva favori a un boss della mafia. Ma anche questo l’avrei capito dopo. Nel ’93 Fabrizio la porta anche al concerto del primo maggio in piazza. Era annunciato, io ci avevo fatto un pensiero. In fondo non era lontano e non lo avevo mai sentito da vivo. Sarebbe stato inutile. De André e Murolo registrano un video nelle prove fatte la mattina presto ed è tutto quello che rimane dell’esibizione.
Ma è a Bologna, all’università, che ho colmato il gap delle canzoni che ancora non conoscevo. I dischi live con la PFM, la bellissima Creuza de ma. E poi il significato delle altre: “ma dai Andrea è dedicata a due ragazzi innamorati? E una storia sbagliata che parla di Pasolini?”. Comincio anche a cercare le sue interviste e le cose che aveva scritto. Per esempio ne ricordo una dove parlava della sua casa in Sardegna e del fatto che ospitasse persone a patto che non gli venissero a chiedere perché aveva scritto quella cosa in quella canzone, a cosa si riferiva quell’altro passaggio, ecc. Va bene, ho pensato. Si poteva fare, ma persi l’occasione anche questa volta.

“Mille anni al mondo, milla ancora.
Che bell’inganno sei anima mia”.

Nel ’96 arriva Anime Salve, il primo e unico disco di cui ho vissuto l’uscita e l’ascolto in contemporanea. E mi aprì un altro mondo. Di nuovo. Coincise con gli anni del mio impegno civile e politico, con il mondo delle associazioni e del volontariato. Il primo voto per le politiche, l’inizio della stagione berlusconiana dopo tangentopoli, e poi il centrosinistra che arriva al governo. Ma soprattutto i temi dell’economia globalizzata, della pace e dell’ambiente che cominciavano a far capolino tra le mie letture insieme alla ricerca nella storia recente del mio paese. Quella che a scuola non ti insegnano.

“Con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia,
ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria”.

Di quell’anno ricordo una frase di Havel che un amico dei Beati Costruttori di Pace metteva in coda alle sue email, poco dopo aver aperto la mia prima casella di posta elettronica. Diceva “La speranza non è ottimismo; e non è la convinzione che ciò che si sta facendo  avrà successo: la speranza è la certezza che quello che si fa ha un senso, che abbiamo successo o meno”. Poco prima Culicchia nel suo “Tutti giù per terra” aveva scritto dell’inquietudine di un pezzo della mia generazione ed io uscivo dalla Feltrinelli di Piazza Ravegnana – già, quella di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” – con un libro-intervista ad uno con un passamontagna sul viso che dalla Selva Lacandona, in Messico, raccontava della vita e della dignità di esseri umani lasciati ai margini della storia. Nella quarta di corpertina c’era scritto “Chi è Marcos? Marcos è un nero in Sudafrica, un gay a San Francisco, un anarchico in Spagna, un indio in Messico, un pacifista in Bosnia, un palestinese in Israele, un comunista dopo la fine della guerra fredda, una donna sola in una notte di sabato in ogni metropoli messicana, uno studente infelice, un dissidente nell’economica di mercato, un artista senza galleria e, naturalmente, uno zapatista nel Messico sud-orientale. Marcos è tutti gli sfruttati, gli emarginati, le minoranze oppresse che resistono e dicono: BASTA!”. Mi prese alle spalle, come le storie delle anime salve di Fabrizio: Princesa, Khorakané, Nina. Fino all’ultima canzone, quella “Smisurata preghiera” dedicata “a chi viaggia in direzione ostinata e contraria” che finisce con

“ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere”

Nel ’98 stavo quasi per riuscire ad andare ad un suo concerto. Un nuovo incrocio del destino. Il tour faceva tappa a Bologna in agosto, alla Festa dell’Unità. Avevo messo da parte i soldi per il biglietto ma quando andai a comprarlo scoprii che era stato annullato. Fabrizio aveva cominciato a stare male.
L’11 gennaio del ’99 ero a casa mia a Termoli. Sono stato colto dalla notizia come tutti. Ricordo di essere rimasto in silenzio a guardare i servizi in tv. Poi ho chiuso. Mi sembrava di aver perso tutto. La musica che avevo imparato ad amare, il gusto per le letture, la poesia. Lo sguardo sul mondo, l’amore per la libertà, l’indipendenza di pensiero. La scelta decisa della parte con cui stare. Poi ho capito che non era così.
In basso a sinistra, diceva Marcos. E Fabrizio continuava, guardano al futuro:

“Oggi maggioranza ha un significato numerico, ma deriva dal termine latino maior, che al plurale fa maiores. I maiores nel mondo latino erano coloro che detenevano i privilegi ed esercitavano l’autorità e il potere. Oggi questi maiores sono diminuiti di numero, ma la loro diminuzione è direttamente proporzionale all’aumento in loro favore dei privilegi, dell’autorità, del potere, (ormai) pressoché illimitati. I minores… saremmo tutti noi al di là del mestiere che facciamo…”

Era lo slogan “Voi G8, noi 6 miliardi” con il quale sarei andato a Genova dentro un movimento che sembrava nato per chiudere con le pagine più buie del novecento che ci lasciavamo alle spalle. L’anno dopo tornai: cercavo quella Via Del Campo requisita dalla zona rossa. E poi trovai Fabrizio in altre letture: la raccolta “Volammo davvero”, “De André Talk” di Walter e Claudio. Il bel documentario “Ma la divisa di un altro colore” della rivista A. E poi i concerti di gruppi che ripropongo le sue canzoni, il mio impegno con i “Riccioli Neri” che mi ha fatto rimettere le mani sui tasti di un pianoforte. La foto di De André sorridente, quella che amo di più, su un poster per un concerto a favore della comunità di Don Gallo che poi ho scoperto essere stata scattata dal mio amico Roberto.

Altre volte, i ricordi sono arrivati inaspettati. Come quella volta in Piazza Maggiore, incantata nella nebbia mentre un elfo degli appennini suonava “Il suonatore Jones” al flauto seduto per terra. E ancora le note de “La città vecchia” suonate da una chitarra su una spiaggia di qualche estate fa. La volta che ho riconosciuto una incantevole versione di Creuza de Ma nel sottopasso della metropolitana di Londra e quella in trentino, per la contestazione di un vertice dei soliti noti, quando qualcuno fece partire “la Guerra di Piero” da un sound system che fino a quel momento aveva sparato musica martellante, lasciandoci tutti col fiato sospeso a guardarci intorno alla ricerca dei “mille papaveri rossi”.

L’anno scorso ho avuto la possibilità di presentare gli ultimi tre libri (“I fiori di Faber”, “Il libro del mondo, le storie dietro le canzoni di Fabrizio De André” e “De Andrè in classe”) che avevano in comune la voglia di parlare di quello che ha suscitato negli autori il lavoro di Fabrizio, più che di Fabrizio. Un’occasione che Walter Pistarini chiuse con una delle frasi che ogni tanto viene usata, da chi lo ama e tiene vivo il ricordo pubblicamente.

“E’ stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”

So che a tante e tanti mancherà anche oggi.
So che a tante e tanti lo porteranno nel cuore dovunque li porti la loro “cattiva strada”.

MT

 

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