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11 ottobre 2014 / miglieruolo

Uno stralcio, una bozza, un frammento

dal blog:

http://marcolupo.wordpress.com/2014/09/07/uno-stralcio-una-bozza-un-frammento/#more-1493

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Rogier van der Weyden, Deposizione, dettaglio del volto di Giuseppe d'Arimatea

«Lei è mai vissuto in un’epoca che non fosse di transizione?»

Péter Esterházy, Il libro di Hrabal

 

 

 

Parlandone socchiudeva gli occhi e abbassava la voce. Diceva cose sulla divisa, sul fatto di essere in un territorio nuovo, barbaro. Diceva che la divisa ti cambia. La divisa del lavoratore che viene indossata, diceva, è un territorio vergine di cui non puoi immaginare i confini. Devi fare uno sforzo di immaginazione. Oppure dovresti provare. Diceva, provare significa indossare la divisa blu o la divisa gialla, partire da casa con la preoccupazione della divisa pulita, in ordine. Questo è il primo passo. L’ultimo passo è tornare a casa con la preoccupazione di lavare la divisa, di fare in modo di avere due divise. Una la passa l’azienda per cui lavori, l’altra la acquisti. La sera, dopo il turno, dopo le ore di lavoro che hanno un limite che può essere sempre travalicato, torni a casa e lavi la divisa usata. La lavi nella vasca da bagno, in ginocchio, e sfreghi il sapone sulla stoffa all’altezza delle ascelle, sul colletto già emaciato, sul tessuto che farai asciugare sul termosifone acceso. I passi da fare sono tanti, tra la divisa appena indossata e la divisa che stai per lavare. I punti attraversano tutti la stessa retta, lo stesso campo.

All’inizio sei vergine. Funziona così con tutti i lavori. Sei nuovo e devi imparare. Ti danno la divisa, la indossi, ti spiegano in che cosa consiste il lavoro. Ti consigliano di fare domande se non hai capito qualcosa. La maggior parte delle persone finge di aver capito. Hanno il timore di sembrare stupidi o lenti. Hanno paura che il datore di lavoro intuisca una macchia nel curriculum, una voce inventata tra le voci che raccontano che cosa hai fatto e che cosa sai fare. Hanno paura che quella voce si riveli in modo teatrale. Basta una domanda sbagliata, per rivelarsi. Loro lo sanno e annuiscono. Perciò sei vergine e fingi di non esserlo. Allora ti affidi alla tua capacità di memorizzare i gesti, le azioni. La tua capacità di osservazione può salvarti, ne sei sicuro. Ti affidi completamente agli altri, in questo. Osservi i loro movimenti e non ti permetti di diffidare della loro integrità. Perché pensi anche che potrebbe essere rischioso, affidarsi completamente a qualcuno. Pensi che farlo potrebbe insegnarti un modo sbagliato di fare. Ma non hai alternative. Devi annuire al datore di lavoro e iniziare la giornata.

Il primo giorno di lavoro è sempre strano. La percezione che hai di te cambia, si adatta al nuovo linguaggio, alle regole interne, alle dinamiche dei tuoi nuovi colleghi. Sei il nuovo arrivato, per ora. Fai in modo di essere un nuovo arrivato sveglio, che reagisce agli stimoli, che ride alle battute del capo, che ride alla battute dei colleghi, che ride quando va in bagno e si guarda allo specchio. Sei la specie predominante. Sei l’uomo che deve procacciarsi il cibo. Imiti gli altri nel resto della giornata. Il collega che ha il compito di spiegarti il lavoro può essere gentile o antipatico. Non importa. Il tuo ruolo è semplice. Devi ascoltarlo. Il collega ti accompagna negli spazi che, d’ora in poi, vedrai tutti i giorni. Ti raccomanda una decina di cose da fare e più del doppio da evitare. Dovresti prendere appunti, ti dici. Ma non puoi permettertelo. Devi dare l’idea di essere un lavoratore accorto, sveglio, prestante. Ascolti e ripeti in solitudine, tra te e te. Intanto lo spazio si assottiglia e perde quella qualità tipica degli spazi mai visti: la lontananza. La lontananza da uno spazio mai visto è una qualità. Una qualità che racconta il tuo modo di apprezzare l’esistente. Significa amare tutto ciò che non conosci, amare il segreto che ricopre ogni ombra, ogni muro, ogni soffitto, ogni paesaggio di cui ignori l’esistenza. Quando lo spazio che non conoscevi diventa un luogo riconoscibile, di cui potresti ricordare il colore della tinteggiatura o l’odore tipico dei muri, perdi la presa sulla qualità dell’esistente. La perdi perché ogni stanza che hai attraversato ti ha illuso. Perché l’illusione dello spazio è durata sempre troppo poco. Aspetti che la memoria faccia il suo corso e sai che andrà sempre allo stesso modo. Entri in uno spazio nuovo con la vertigine della scoperta ed esci con l’amaro della conoscenza. La scoperta è il punto più alto della conoscenza. Dopo non c’è niente. Niente di meglio. C’è una divisa che spremi sul fondo di una vasca. E c’è il lavoro.

Dopo il primo giorno di lavoro inizia una nuova fase: i sogni meccanici. Nei sogni meccanici vieni divorato dai tuoi errori, ricordi tutto ciò che tendi a dimenticare sul posto di lavoro. Sogni di aver lasciato un oggetto in un punto in cui non dovresti lasciarlo e sogni il tuo capo che ti riprende con una battuta di spirito. Ti svegli. Le battute di spirito sul lavoro, quelle battute che servono a comunicare il necessario in forma breve e ironica. Ti terrorizzano. Non riesci mai a valutarne l’intensità. Non capisci se la battuta di spirito serva a fare di te un collega a tutti gli effetti, un collega che sbaglia come gli altri. Non capisci se sia un modo divertente per darti dell’idiota, un modo profondamente elegante per ridicolizzarti, per rimpicciolire tutti gli sforzi che stai facendo, gli sforzi che i colleghi non possono vedere.

Gli sforzi sono uno degli aspetti più ambigui del lavoro. Tutti ne fanno. Gli sforzi iniziali, però, vengono dimenticati e sostituiti dagli sforzi di routine. Gli sforzi di routine accompagnano il coro delle lamentele, sono plastici e si adeguano al cinismo della ripetizione coatta. Gli sforzi iniziali, invece, sono una miniera segreta in cui scavi da solo. Ogni volta che esci da quella miniera fingi di essere pulito sperando che un collega ti sorprenda indicando la maschera di polvere e sudore che hai sul volto. Ma niente. Esistono soltanto gli sforzi di routine. Perciò ti adatti e cammini.

 

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