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7 novembre 2014 / miglieruolo

1905

Nota: ho scelto il brano che segue (tratto dal “1905” di Trotskij) in quanto per alcuni versi ricorda molto la situazione di impotenza politica di oggi; nonché gli atteggiamenti di intolleranza, da parte del gruppo dirigente attuale, nei confronti delle critiche. Faccio riferimento in particolare al Signor Primo Ministro il cui miglior argomentare contro le opposizioni (anche interne al suo partito) costituisce una somma sconfortante di epiteti, quali gufi, arrivisti e vigliacchi, presupponendo sempre la male fede di chi lo contrasta. Cosa che la dice lunga sulla qualità del politico della Leopolda. È sempre un errore argomentare sulla buona o male fede altrui: sempre bisognerebbe entrare nel merito delle argomentazioni e dimostrare capacità di smontarle. Quando il ricorso all’anatema poi diventa sistematico non possiamo più parlare di errore, ma di orrore in condensazione.
Mauro Antonio Miglieruolo

 

04-1905cop

La « primavera »

***
1. Il defunto generale Dragomirov, in una lettera privata, così giudicava il ministro dell’interno Sipjagin: «Quale può essere la sua politica interna? È soltanto il capocaccia della Corte e, per di più, un imbecille». Questo giudizio è tanto giusto che si può scusare il tono grossolano e manierato del soldato che l’ha formulato. Dopo Sipjagin, abbiamo visto Plehve allo stesso posto, poi il principe Svjatopolk-Mirskij poi Bulygin, poi Witte e Durnovo… Alcuni si distinguevano da Sipjagin in questo solo, che non erano affatto capocaccia di sua maestà, oppure che, a modo loro, erano intelligenti. Ma tutti, uno dopo l’altro, abbandonavano la scena lasciando dietro di sé la perplessità in-quieta dei padroni nonché l’odio e il disprezzo del pubblico. Il capocaccia dalla triste figura o la spia di professione, il signore stupidamente benevolo o lo speculatore senza fede né legge tutti si presentavano con la ferma intenzione di por fine ai disordini, di restituire al potere il prestigio perduto, di salvaguardare le fondamenta dello Stato e tutti, ciascuno a suo modo, apri-vano le cateratte della rivoluzione ed erano trasportati nella sua corrente. I disordini avvenivano con una patente regolarità, si estendevano inesorabilmente, fortificavano le loro posizioni e allontanavano gli ostacoli che si opponevano al loro passaggio; e sul fondo di questa grande opera, di fronte alla sua dinamica interiore, di fronte alla sua inconsapevole genialità, appaiono i piccoli pupazzi del potere che promulgano leggi, contraggono nuovi debiti, sparano sugli operai, rovinano i contadini, col risultato di far sprofondare sempre più in una impotenza furiosa il potere che vorrebbero salvare.
04-1905retrocopEducati nell’atmosfera dei piccoli complotti di cancelleria e degli intrighi d’ufficio, in cui l’impudente ignoranza gareggia con la perfidia, senza nessuna idea del cammino e del senso della storia contemporanea, del movimento delle masse, delle leggi della rivoluzione, con due o tre povere piccole idee, con miserabili programmi, destinati a tener informati soprattutto i piccoli giocatori di borsa di Parigi, questi signori si sforzano di unire a procedimenti degni dei grandi favoriti della Corte del secolo XVIII i modi particolari degli «uomini di Stato» dell’Occidente parlamentare. Con umilianti civetterie essi concedono interviste ai corrispondenti della borsa europea, espongono davanti a loro i propri «piani», i propri «obiettivi», i propri «programmi», e ognuno di loro esprime la speranza di poter finalmente risolvere il problema che ha esaurito senza risultato gli sforzi dei suoi predecessori. Se soltanto fosse possibile eli-minare la rivolta! Cominciano in modo diverso, ma finiscono tutti col dar l’ordine di sparare sui ribelli. Quel che li spaventa è che la rivolta non muore mai, che essa è immortale! … E tutti finiscono all’improvviso e ignominiosamente e, quando un terrorista non rende loro il servizio di liberarli da una esistenza pietosa, sono condannati a sopravvivere al disonore e a veder la sommossa, potente e geniale come le forze della natura, servirsi dei loro piani e dei loro obiettivi per giungere alla vittoria.
Sipjagin fu ucciso da un colpo di rivoltella. Plehve fu sfracellato da una bomba. Svjatopolk-Mirskij non fu più che un cadavere politico, dopo il 9 gennaio. Bulygin fu messo da parte, come un vecchio straccio, dallo sciopero d’ottobre. Il conte Witte, del tutto estenuato dalle rivolte militari e operaie, cadde senza gloria, barcollando, sulla soglia della Duma che aveva pur creato egli stesso…
In alcuni circoli dell’opposizione, particolarmente fra i liberali degli zemstvo e i democratici dell’intelligenza, le trasformazioni ministeriali generavano sempre speranze imprecise, nuova fiducia, nuovi piani. E, effettivamente, data l’agitazione che cercavano di suscitare i giornali liberali, data la politica dei proprietari sostenitori di una costituzione, non era indifferente veder a capo degli affari un vecchio lupo di polizia come Plehve o un ministro di fiducia come Svjatopolk-Mirskij. Plehve fu, beninteso, impotente davanti alla sedizione popolare quanto il suo successore; ma egli appariva minaccioso anche verso i giornalisti liberali e verso i piccoli cospiratori degli zemstvo. Egli detestava la rivoluzione con un odio furioso di vecchia spia che la bomba aspetta al varco a tutti gli angoli della strada, e perseguitava i rivoltosi con occhi iniettati di sangue: ma invano!… E il suo odio inappagato si estendeva ai professori, ai membri degli zemstvo, ai giornalisti, che egli si era messo in testa fossero gli « istigatori » legali della rivoluzione. Trattava i giornalisti da «canaglie»: non solamente li esiliava o li metteva sotto chiave, ma nei colloqui che aveva con loro li minacciava col dito come dei ragazzi. Puniva i rappresentanti più moderati dei comitati di economia rurale, organizzati per iniziativa di Witte, come se fossero studenti turbolenti, e non dei «venerabili membri» degli zemstvo. Ed ottenne il suo scopo: la società liberale tremava davanti a lui e lo odiava col bollente odio dell’impotenza. Molti di quei farisei liberali che condannavano la «violenza della sinistra» non meno della «violenza della destra», salutarono la bomba del 15 luglio come inviata dal Messia.
Plehve fu terribile e detestabile per i liberali, ma di fronte alla sedizione non valeva né più né meno di tutti gli altri. Il movimento delle masse ignorava naturalmente i limiti di ciò che era permesso o proibito, quindi importava ben poco che questi limiti fossero più o meno grandi.
(Lev’Davidovič Trotskij – 1905, pagg. 62-64, Samonà e Savelli, Ed. 1969)
 

 

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