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7 novembre 2014 / miglieruolo

da: Storia della Rivoluzione Russa di Lev Trotsky

Dal capitolo: L’ARTE DELL’INSURREZIONE di Lev Trotsky
(da: Storia della Rivoluzione Russa, Sugar Edizioni, 1967)

Gli uomini non fanno la rivoluzione più volentieri di quanto non facciano la guerra. La differenza consiste tuttavia nel fatto che nella guerra la costrizione ha una parte determinante, mentre in una rivoluzione la sola costrizione è quella determinata dalle circostanze. La rivoluzione scoppia quando non c’è altra via. E l’insurrezione, che spicca come una vetta nella catena di montagne degli avvenimenti, non può essere provocata artificiosamente come non può esserlo la rivoluzione nel suo insieme. Le masse attaccano e ripiegano a più riprese, prima di decidersi a sferrare l’ultimo assalto.


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La cospirazione viene di solito contrapposta all’insurrezione come l’azione concertata di una minoranza è contrapposta al movimento spontaneo della maggioranza. Ed effettivamente una insurrezione vittoriosa, che può essere opera solo di una classe destinata a porsi alla testa del paese, per il suo significato storico e per i suoi metodi, è profondamente diversa da un colpo di Stato di cospiratori operanti all’insaputa delle masse.
In fondo, in ogni società divisa in classi ci sono contraddizioni sufficienti per poter imbastire un complotto nei suoi interstizi. Ma la esperienza storica dimostra che è necessario, comunque, che la società sia in una certa misura ammalata — come in Ispagna, in Portogallo, nell’America del Sud — perché la politica delle cospirazioni possa alimentarsi di continuo. Una pura e semplice cospirazione, anche in caso di successo, può determinare solo l’avvento al potere di cricche diverse della stessa classe dirigente o, meno ancora, una sostituzione di uomini di governo. Soltanto le insurrezioni di massa hanno determinato nella storia il prevalere di un regime sociale su un altro. Mentre i complotti periodici sono il più delle volte un riflesso della stagnazione e della decadenza della società, l’insurrezione popolare, invece, è di solito lo sbocco di una rapida evoluzione che ha spezzato il vecchio equilibrio del paese. Le «rivoluzioni» croniche delle repubbliche sudamericane non hanno niente a che vedere con la rivoluzione permanente, anzi, ne sono, in un certo senso, la negazione.
Ma quello che si è detto non significa affatto che l’insurrezione popolare e la cospirazione si escludano a vicenda in ogni caso. In una misura o nell’altra, un elemento di cospirazione è sempre presente in una insurrezione. Come fase storicamente condizionata della rivoluzione, l’insurrezione di massa non è mai del tutto spontanea. Anche se scoppia inaspettatamente per la maggioranza dei partecipanti, è stata fecondata dalle idee che rappresentano per gli insorti una via d’uscita dalle miserie della vita. Ma una insurrezione di massa può essere prevista e preparata. Può essere organizzata in precedenza. In questo caso, la cospirazione è subordinata all’insurrezione, la serve, ne facilita la marcia, ne accelera il successo. Quanto più alto è il livello politico di un movimento rivoluzionario e quanto più seria ne è la direzione, tanto maggiore è il posto della cospirazione nell’insurrezione popolare.
È indispensabile comprendere esattamente la relazione tra insurrezione e cospirazione sia per quello che le contrappone sia per quello che le rende complementari: tanto più che l’uso del termine «cospirazione» nella letteratura marxista può apparire contraddittorio, poiché riguarda a volte l’azione indipendente di una minoranza che assume l’iniziativa e a volte la preparazione da parte di una minoranza di un’insurrezione della maggioranza.
16StoriaRivRussaRetroCopLa storia dimostra, certo, che una insurrezione popolare, in determinate circostanze, può vincere anche senza cospirazione. Scoppiando «spontaneamente» come risultato di una generale ribellione, di proteste di vario genere, di manifestazioni, di scioperi, di conflitti di strada, l’insurrezione può trascinare con sé una parte dell’esercito, paralizzare le forze dell’avversario e rovesciare il vecchio potere. Così accadde, in una certa misura, nel febbraio 1917 in Russia. Si ebbe pressappoco lo stesso quadro nello sviluppo della rivoluzione tedesca e della rivoluzione austro-ungarica nell’autunno 1918. Nella misura in cui, nell’un caso e nell’altro, non c’era alla testa degli insorti un partito che comprendesse sino in fondo gli interessi e i fini della rivoluzione, la vittoria della rivoluzione stessa doveva inevitabilmente determinare il trasferimento del potere ai partiti che si erano opposti all’insurrezione fino all’ultimo momento.
Rovesciare il vecchio potere è una cosa. Prendere in mano il potere un’altra. La borghesia può impadronirsi del potere nel corso di una rivoluzione non perché sia rivoluzionaria, ma in quanto borghesia : dispone della proprietà, della cultura, della stampa, di una rete di posizioni strategiche, di una gerarchia di istituzioni. Ben diversa la situazione del proletariato: non godendo naturalmente di nessun privilegio, il proletariato insorto può contare solo sul proprio numero, sulla propria coesione, sui propri quadri, sul proprio stato maggiore.
Come un fabbro non può afferrare a mani nude un ferro incandescente, così il proletariato non può impadronirsi a mani nude del potere: ha bisogno di un’organizzazione adatta allo scopo. La combinazione dell’insurrezione di massa con la cospirazione, la subordinazione della cospirazione all’insurrezione, l’organizzazione dell’insurrezione per mezzo della cospirazione rientrano nella sfera complicata e gravida di responsabilità della politica rivoluzionaria che Marx ed Engels chiamavano «arte dell’insurrezione». Tutto ciò presuppone un giusto orientamento generale delle masse, una linea duttile nelle mutevoli circostanze, un meditato piano offensivo, prudenza nella preparazione tecnica e audacia nello sferrare il colpo.
Gli storici e gli uomini politici definiscono di solito insurrezione spontanea un movimento di massa che, unito da una comune ostilità al vecchio regime, non ha obiettivi chiari, né precisi metodi di lotta, né una direzione che lo guidi in modo cosciente alla vittoria. L’insurrezione delle forze spontanee è considerata benevolmente dagli storici ufficiali, almeno da quelli di tendenza democratica, come una sventura inevitabile la cui responsabilità ricade sul vecchio regime. La vera ragione di una simile indulgenza è che le insurrezioni delle forze «spontanee» non possono infrangere la cornice del regime borghese.
[…]
16StoriaRivRussaRisvolto1Premessa fondamentale di una rivoluzione è che il regime sociale esistente si dimostri incapace di risolvere i problemi fondamentali dello sviluppo del paese. Ma la rivoluzione diviene possibile solo nel caso in cui, nel tessuto della società, ci sia una nuova classe in grado di porsi alla testa del paese per risolvere i problemi posti dalla storia. Il processo preparatorio di una rivoluzione consiste nel fatto che i problemi oggettivi derivanti dalle contraddizioni economiche e sociali cominciano a porsi nella coscienza viva delle masse umane, mutano questa coscienza, creando così nuovi rapporti di forza sul piano politico.
Per la loro evidente incapacità a far uscire il paese dal vicolo chiuso, le classi dirigenti perdono fiducia in se stesse, i vecchi partiti si disgregano, tra gruppi e cricche si scatena un’accanita lotta, si spera in un miracolo o in un taumaturgo. Questa è una delle premesse politiche della rivoluzione, di estrema importanza, anche se passiva.
Una violenta ostilità nei confronti dell’ordine costitutivo e la volontà di fare gli sforzi e i sacrifici più eroici per avviare il paese verso una ricostruzione : ecco la nuova coscienza politica della classe rivoluzionaria che costituisce la principale permessa tattica dell’insurrezione.
I due campi principali — quello dei grandi proprietari e quello del proletariato — non sono però tutta la nazione. Tra di essi si inseriscono larghi strati della piccola borghesia, con tutte le sfumature del prisma economico e politico. Il malcontento degli strati intermedi, la loro delusione per la politica delle classi dirigenti, la loro impazienza e la loro ribellione, la loro volontà di appoggiare l’iniziativa audacemente rivoluzionaria del proletariato sono la terza condizione politica di una rivoluzione, in parte passiva, in quanto neutralizza gli strati superiori della piccola borghesia, in parte attiva, in quanto spinge gli strati inferiori a partecipare direttamente alla lotta a fianco degli operai.
È ovvio che queste condizioni sono legate l’una all’altra : quanto più il proletariato agisce con decisione e con sicurezza, tanto più ha la possibilità di trascinarsi dietro gli strati intermedi, tanto più si trova isolata e tanto più si demoralizza la classe dominante. E d’altro lato la demoralizzazione dei dirigenti porta acqua al mulino della classe rivoluzionaria.
Il proletariato non può acquistare la fiducia nelle proprie forze indispensabile per una rivoluzione se non ha una chiara prospettiva dinanzi a sé, se non ha la possibilità di verificare attivamente i rapporti di forza che mutano a suo favore, se non si sente guidato da una direzione lungimirante, ferma e coraggiosa. Giungiamo così — last but not least — a un’altra condizione per la conquista del potere, al partito rivoluzionario, temprata e compatta avanguardia della classe.
Grazie a un favorevole concorso di condizioni storiche, sia interne che internazionali, il proletariato russo si trovò ad avere alla sua testa un partito eccezionalmente dotato di chiarezza politica e di una tempra rivoluzionaria senza precedenti: solo per questo fu possibile a una classe giovane e poco numerosa assolvere un compito storico di una portata immensa. In generale, come dimostra l’esperienza storica — della Comune di Parigi, della rivoluzione tedesca e di quella austriaca del 1918, dei soviet in Ungheria e in Baviera, della rivoluzione italiana del 1919, della crisi tedesca del 1923, della rivoluzione cinese degli anni 1925-1927, della rivoluzione spagnola del 1931 —, l’anello più debole della catena delle condizioni necessarie è stato sinora quello del partito : la cosa più difficile per la classe operaia è stata la costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria all’altezza dei suoi obiettivi storici. Nei paesi più vecchi e più avanzati, forze poderose lavorano per indebolire e disgregare l’avanguardia rivoluzionaria. Una parte considerevole di questo lavoro consiste nella lotta della socialdemocrazia contro il «blanquismo», cioè contro la sostanza rivoluzionaria del marxismo.
16StoriaRivRussaRisvolto2Per quanto siano state numerose le grandi crisi sociali e politiche, il convergere di tutte le condizioni indispensabili per una rivoluzione proletaria vittoriosa e duratura si è verificato sinora una sola volta nella storia: nell’ottobre 1917 in Russia. Una situazione rivoluzionaria non dura eternamente. Di tutte le condizioni per una rivoluzione, la più instabile è lo stato d’animo della piccola borghesia. Durante le crisi nazionali, quest’ultima segue la classe che le ispira fiducia non solo a parole, ma anche con i fatti. Capace di slanci impulsivi e addirittura di lasciarsi prendere da una febbre rivoluzionaria, la piccola borghesia non è costante, si perde facilmente di coraggio in caso di insuccesso e dalle speranze più ardenti precipita nella delusione. Sono appunto i mutamenti rapidi e violenti dei suoi stati d’animo a rendere tanto instabile una situazione rivoluzionaria. Se il partito proletario non ha la decisione necessaria per tradurre tempestivamente l’attesa e le speranze delle masse popolari in un’azione rivoluzionaria, il flusso è sostituito ben presto dal riflusso: gli strati intermedi distolgono lo sguardo dalla rivoluzione e cercano un salvatore nel campo opposto. Come nei momenti di alta marea il proletariato si trascina dietro la piccola borghesia, nei momenti del riflusso la piccola borghesia si trascina dietro strati considerevoli di proletariato. Questa è la dialettica delle ondate comuniste e fasciste nella evoluzione politica dell’Europa di questo dopoguerra.

 

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