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7 novembre 2014 / miglieruolo

Dal “Che Fare” di Lenin

dal blog di  Daniele Barbieri

(pag 54-57, Edizione giugno 1968 degli Editori Riuniti)

Vediamo, dunque, che le grandi frasi contro la fossilizzazione del pensiero, ecc. dissimulano in realtà l’indifferenza e l’impotenza nei riguardi dello sviluppo del pensiero teorico. L’esempio dei socialdemocratici russi illustra in modo particolarmente chiaro il fenomeno, generale in Europa (e da molto tempo segnalato anche dai marxisti tedeschi), che la famosa libertà di critica non significa la sostituzione di una teoria con un’altra, ma significa libertà da ogni teoria coerente e ponderata, eclettismo e mancanza di principi. Chiunque abbia una conoscenza anche limitata della situazione di fatto del nostro movimento non può non vedere che la grande diffusione del marxismo è stata accompagnata da un certo abbassamento del livello teorico. Molta gente, la cui preparazione teorica era infima e persino inesistente, ha aderito al movimento grazie alla sua importanza pratica e ai suoi progressi pratici. Ognuno può dunque vedere quanto manchi di tatto il Raboceie Dielo quando agita trionfalmente la frase di Marx: «Ogni passo del movimento reale è più importante di una dozzina di programmi». Ripetere queste parole in un momento di sbandamento teorico, è come «fare dello spirito a un funerale»*. Queste parole, d’altra parte, sono estratte dalla lettera sul programma di Gotha, nella quale Marx condanna categoricamente l’eclettismo nell’enunciazione dei principi. Se è necessario unirsi — scriveva Marx ai capi del partito — fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei principi e non fate « concessioni » teoriche. Questo era il pensiero di Marx, e fra noi si trova della gente che nel suo nome tenta di sminuire l’importanza della teoria!

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Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica. Ma per la socialdemocrazia russa, in particolare, la teoria acquista un’importanza ancora maggiore per le tre considerazioni seguenti, che sono spesso dimenticate. Innanzi tutto, il nostro partito è ancora in via di formazione, sta ancora definendo la sua fisionomia ed è ben lungi dall’aver saldato i conti con le altre correnti del pensiero rivoluzionario, che minacciano di far deviare il movimento dalla giusta via. Anzi, proprio in questi ultimi anni (come Axelrod già da molto tempo aveva predetto agli economisti) ci troviamo di fronte ad una reviviscenza delle tendenze rivoluzionarie, non socialdemocratiche. In siffatte condizioni, un errore, che a prima vista sembra «senza importanza», può avere le più deplorevoli conseguenze; e bisogna essere ben miopi per giudicare inopportune e superflue le discussioni di frazione e la rigorosa definizione delle varie tendenze. Dal consolidarsi dell’una piuttosto che dell’altra «tendenza» può dipendere per lunghi anni l’avvenire della socialdemocrazia russa.
In secondo luogo, il movimento socialdemocratico è per la sua stessa sostanza internazionale. Ciò non significa soltanto che dobbiamo combattere lo sciovinismo nazionale. Significa anche che in un paese giovane un movimento appena nato può avere successo solo se applica l’esperienza degli altri paesi. Ma per applicarla non basta conoscerla o limitarsi a copiare le ultime risoluzioni. Bisogna saper valutare criticamente e ve¬rificare da se stessi questa esperienza. Basta pensare quali passi giganteschi ha fatto il movimento operaio contempo-raneo e come si è articolato per comprendere quale riserva di forze teoriche e di esperienza politica (ed anche rivoluzionaria) sia necessaria per adempiere questo compito.
In terzo luogo, i compiti nazionali della socialdemocrazia russa sono tali, quali non si sono mai presentati a nessun altro partito socialista del mondo. Vedremo in seguito quali doveri politici ed organizzativi ci impone il compito di liberare tutto il popolo dal giogo dell’autocrazia. Per il momento ci limiteremo a rilevare che solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere la funzione di combattente di avanguardia. Ma per raffigurarsi un po’ più concretamente che cosa questo significhi, ricordi il lettore quei precursori della socialdemocrazia russa, che si chiamano Herzen, Belinski, Cernyscevski e la brillante pleiade dei rivoluzionari degli anni settanta; rifletta all’importanza mondiale che la letteratura russa acquista presentemente; pensi… ma basta cosí!

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Ricordiamo le osservazioni di Engels (1874) sull’importanza della teoria nel movimento socialdemocratico. Secondo Engels, esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) — come si pensa abitualmente fra noi —, ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica. La raccomandazione che egli fa al movimento operaio tedesco, già rafforzatosi praticamente e politicamente, è talmente istruttiva, dal punto di vista delle questioni e discussioni attuali, che il lettore ci scuserà se riportiamo il lungo brano seguente della prefazione all’opuscolo Der deutsche Bauernkrieg che è diventato da molto tempo una rarità bibliografica eccezionale:
«Gli operai tedeschi hanno due vantaggi essenziali sugli operai del resto dell’Europa. In primo luogo essi appartengono al popolo dell’Europa più portato alla teoria ed hanno conservato il senso teorico, che i cosiddetti “uomini colti” della Germania hanno totalmente perduto. Senza il precedente della filosofia tedesca e precisamente della filosofia di Hegel, il socialismo scientifico tedesco — l’unico socialismo scientifico che sia mai esistito — non sarebbe mai nato. Se tra gli operai non ci fosse stato questo senso teorico, il socialismo scientifico non si sarebbe mai cambiato in sangue e carne in cosí grande misura come è effettivamente accaduto[…]

* Dalla lettera di Marx a Bracke, del 5 maggio 1875.

NB – La sttolineatura (e il testo in corsivo) è mia

 

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