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7 novembre 2014 / miglieruolo

Omaggio ai bolscevichi

di Mauro Antonio Miglieruolo
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Partiamo dalla fine, la fine di una esperienza che è quasi di ieri, ma che sembra appartenere a un’altra epoca, a un lontanissimo passato. Partiamo dunque dal momento in cui ha fine l’arco di tempo che racchiude il trionfo dell’Ottobre e ha inizio una sorta di interregno nel corso della quale tutti i sacrifici del proletariato russo vengono vanificati da una sorta di controrivoluzione strisciante che porterà al definitivo affossamento delle mete della Rivoluzione Russa e alla dittatura personale di Stalin. Un periodo in cui ancora la partita è aperta ma durante il quale, mese dopo mese, è sempre più difficile invertire il corso che hanno assunto gli avvenimenti.

Fame. Quanto ha contribuito nell'involuzione della rivoluzione?

Capitano periodi simili. Anzi sono frequenti nella storia. La quale produce l’evento e la possibilità del contro evento, aprendo e chiudendo parentesi più o meno lunghe che a volte offrono diverse occasioni di intervento ai protagonisti; mentre in altre lo svolgimento è così rapido da lasciare frastornati, incapaci di rendersi conto di quello che è successo, del perché di una sconfitta quando la partita sembrava per chiudersi con una grande vittoria. Porto come esempio la crisi politica che ha concluso l’esperienza Giacobina in Francia, che praticamente si consuma nel giro pochi giorni, sarei tentato di dire nel giro di poche ore (9 Termidoro, corrispondente al 27 luglio del calendario Gregoriano). Si tratta di un evento che ho dell’incredibile. Il partito più dinamico e attivo della Rivoluzione rimane praticamente inerte di fronte ai palesi preparativi del colpo di stato dei moderati. Lo stesso Robespierre, forse preso dalla vertigine del successo, presumendo troppo dalle sue facoltà oratorie, si presenta in parlamento senza alcuna scorta, quando sarebbe bastata una compagnia di fucilieri (come è stato notato) per tacitare i tremebondi convenzionali: non gli si concede neppure di iniziare il suo discorso. La reazione contro il colpo di stato è affrettata e esitante. Non si riesce a mobilitare per tempo le masse e neppure a organizzare una iniziativa militare. Tuttavia alle 19 di sera i giochi sono ancora aperti. Alle 19 in piazza di Grève vi sono ancora migliaia di uomini armati che, guidati da Jean-Baptiste Coffinhal marciano contro la Convenzione. È l’ultima possibilità offerta ai Giacobini. Coffinhal però indugia, non disperde la Convenzione ribelle, non libera i rivoluzionari arrestati. Le Bas e Robespierre si perdono in chiacchiere, in proclami, in appelli ai cannonieri, quando bisognava dare disposizioni e assumere, o far assumere, iniziative personali . Il disorientamento e l’indecisione dominano nel campo della rivoluzione. Alle due del 10 Termidoro Barras raduna la guardia nazionale dei quartieri ricchi e dà seguito sul piano militare alla vittoriosa congiura parlamentare.
Più lungo e sofferto è il cammino dei bolscevichi, la cui organizzazione nel frattempo ha assunto il nome di partito Comunista (nome che si è tramandato fino a noi). Consumata la vittoria sul campo contro la borghesia, si tratta di costruire le condizioni per impedire il ritorno delle classi sconfitte (oltre alla borghesia i signori feudali, i contadini ricchi, gli alti funzionari dello stato ecc.). Le difficoltà che hanno di fronte sono enormi. Oltre a quelle che dovrà affrontare ogni proletariato che in futuro si assumerà la responsabilità della riorganizzazione della società, riorganizzazione che pone problematiche più complesse di quelle che hanno dovuto affrontare i capitalisti per debellare l’aristocrazia, vi sono quelle relative alle distruzioni conseguenti alla guerra civile, che fa seguito ad altrettanti anni di conflitto interimperialista.

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Il problema è che nel periodo in cui ha inizio la costruzione del nuovo sistema, che è anche ricostruzione della ricchezza, le masse sono esauste, dissanguate, assillati dai problemi della sopravvivenza quotidiana. Non si tratta solo di fame (fame vera) ma anche di freddo e di carenza di abitazioni. Solo l’immenso spirito di sacrificio del popolo russo può resistere, dopo gli esaltanti momenti della presa e consolidamento del potere, a quelle prospettive di lunga penuria. Quando le misure prese dal partito (la NEP) ottengono i primi risultati sul piano materiale, l’involuzione degli eventi, l’assunzione da parte del membri del partito della gestione dello stato, non si può più parlare di potere proletario in Russia, ma della sciagura denominata “un uomo solo al comando” che tanto affascina gli italiani e ha rovinosamente affascinato anche i russi. Stalin, installato saldamente al potere, governa ormai in nome di un ceto burocratico che sta progressivamente assumendo i connotati di una borghesia di nuovo tipo, le cui forme sono condizionate dalle circostanze entro cui si è sviluppata e delle quali, a lungo è costretta a tenere conto* (fino alla caduta del Muro di Berlino, evento nel corso della quale dà legittimità al potere che ha usurpato).
I comunisti sinceri che ancora sussistono in Russia, quelli che Stalin farà tutti ammazzare (inclusa la base: il 90% dei militanti di prima dell’Ottobre verranno tutti fucilati in Siberia nel corso dei primi anni trenta. Cioè la memoria storica del partito, la parte più determinata e meglio attrezzata per costruire una nuova opposizione rivoluzionaria), che non hanno avuto la possibilità di attingere alla storia (come l’abbiano noi) per comprendere ciò in cui sono coinvolti, non riescono a comprendere ciò che effettivamente sta accadendo. Avvertono la sensazione di pericolo, senza capire da dove effettivamente venga il pericolo. Né hanno gli strumenti teorici a nostra disposizione per capire i limiti della loro stessa opera, l’erronea convinzione che essendo il partito espressione delle masse, bastasse tenere in pugno il potere per offrire garanzia di continuità alla Dittatura del Proletariato. Ma rappresentare non vuol dire essere, così come il concetto di cane non abbaia, non essendo il cane. Il problema è che gli uomini vedono solo ciò che si aspettano di vedere e che sono disposti a vedere, sulla base delle precedenti esperienze. Dentro una mescolanza impure, comune a ogni essere umano, tra capacità di visione e aspettative, desideri, che spesso produce autoinganni che portano ben presto a crudeli disinganni.

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Unico forse tra i dirigenti bolscevichi a individuare i limiti dell’edificio che stanno elevando è Lenin. Lenin che nei momenti cruciali si è sempre trovato in minoranza nel partito. Ai tempi della scissione con i menscevichi**; nel 1917, al suo ritorno in Russia (l’atteggiamento da tenere nei confronti del governo Kerenskij) e alla vigilia della morte quando si rivolge due volte al partito consigliando la rimozione di Stalin da segretario. Il partito è sano, Lenin riuscirà a recuperarlo, non però nell’ultimo caso. È malato non può battersi personalmente per mutarne l’orientamento, Stalin (nonostante la denuncia dei metodi “brutali”) rimarrà segretario. Né è sufficiente il suo testo più conosciuto, insieme a “Che fare”, e cioè “Stato e Rivoluzione” a mettere in allerta i militanti sulle deviazioni burocratiche che incombono. Non le stesse perplessità che manifestava a proposito dell’attività di capo del governo, a proposito della quale diceva di sentirsi come qualcuno che, alla guida di un’auto, fosse capitato su una lastra di ghiaccio, con il mezzo che non rispondeva più alle sollecitazioni di un’automobile. E in effetti l’intero gruppo dirigente negli anni che precedono e seguono la sua morte, non è più padrone, come notava di esserlo lui, della direzione che andava prendendo la macchina dello stato. Non vedevano, non sapevano ammettere, che lo Stato Proletario, pur essendo stato di tipo nuovo, era pur sempre Stato, cioè strumento di oppressione delle masse. Se poteva servire quale strumento di liberazione, la sua burocratizzazione esponeva a gravi pericoli di ritorno al passato.
Le cause di questa cecità sono individuabili nelle posizioni teoriche presenti all’epoca all’interno del Movimento Operaio, posizioni egemonizzate dalle tesi della Seconda Internazionale, che i bolscevichi avevano in parte fatte proprie limitandosi a operare su di esse torsioni in chiave rivoluzionaria. Posizioni che si rifletteranno nei mezzi adoperati per vincere la guerra civile e nella costruzione del socialismo (vedi la valorizzazione degli ufficiali zaristi, in quanto “esperti” della tecnica militare, che troverà seguito nell’introduzione in fabbrica delle tecniche organizzative capitalistiche della produzione). Inizi perniciosi che si rifletteranno sulla fine, senza che in mezzo ci sia l’intervento della coscienza che indirizzi le forze messe all’opera. Forze che, ce lo insegna la Fisica Quantistica, rispondono a dinamismi interni che prevedono l’irruzione di fattori causali che aprono possibilità infinite all’intervento (nel nostro caso) dei rivoluzionari. Purché i rivoluzionari ne ravvisino la necessità e sappiano operare sulla congiuntura, là dove il provvisorio equilibrio degli elementi permette di spingere in una direzione o nell’altra.
Tra gli elementi imponderabili che determinano i destini della Rivoluzione Russa, il principale è costituito dalla morte prematura di Lenin (non avrebbe avuto facile Stalin, forse neppure trovato il coraggio di cercarla, avendo contro il grande rivoluzionario). Tra quelli ponderabili, sui quali i bolscevichi effettuano la scelta giusta, è da rimarcare il ritardo nello sviluppo della formazione sociale russa; la quale nelle circostanze determinate dall’imperialismo, costituita l’anello più debole della catene del potere capitalista; e nello stesso tempo anche il luogo in cui, pre4so il potere, maggiori erano le difficoltà di mantenerlo. I bolscevichi non si sottraggono alla sfida. Comprendono le possibilità che la mondializzazione offre loro e si muovono per sfruttarle.

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Ed ecco che dalla fine torniamo al principio, alla decisione dei bolscevichi di essere coerenti con se stessi, con la loro scissione dalla socialdemocrazia e con le loro tesi sulla possibilità che apriva il relativo arretramento della compagine sociale Russa. Una decisione gravida di pericoli, che si concretizzeranno poi alla fine nel prezzo che dovranno pagare: l’assistere alla distruzione della loro opera per mezzo di un compagno di lotta e infine la loro stessa morte. Non però a causa di una sconfitta, ma paradossalmente in conseguenza proprio della vittoria (ennesima beffa della storia). Non però come sostengono gli ideologi borghesi convinti che la rivoluzione debba necessariamente divorare i rivoluzionari, ma perché essi erano i primi a esplorare i mari ignoti della lotta di classe per il potere e non sapevano delle infinite possibilità e varianti con il quale quest’ultimo può ripresentarsi. Il potere borghese, sorta di mostro protoplasmico che può assumere i più incredibili travestimenti, che ha indossato gli abiti dei rivoluzionari per uccidere i rivoluzionari. Non dunque la rivoluzione ha divorato i suoi figli, ma la controrivoluzione, sorta di micidiale cuculo/Stalin che, mimetizzato all’interno del partito, ha eliminato il frutto del lavoro di una intera generazione.
Dobbiamo qualcosa a questi grandi. Tra questi doveri non secondario è quello di individuarne difetti e limiti, affinché la loro vita e la loro morte sia servito a qualcosa. Avendo però assolto a questo preciso dovere, dovere di ogni comunista, bisogna assolvere all’altro, quello di offrire riconoscimento all’opera titanica che svolto. E a questo punto non altro che ringraziali. Se noi oggi siamo al punto che siamo (ancora non ci hanno preso tutto) è anche per merito loro. Grazie dunque, ma è un grazie che a loro non serve, che non gli rende veramente onore. Il grazie vero sta accoglierne l’eredità e servirsene per dare battaglia contro i mostri che affliggono il presente. Un omaggio a loro che serve soprattutto a noi: per dare possibilità al presente di avere un futuro migliore in cui manifestarsi.

* Ostacoli che deve affrontare la “borghesia rossa” prima di potersi più autenticamente definire “nera”: l’ampia diffusione di ideologie egualitarie; la valorizzazione della Classe Operaia, motore delle trasformazioni rivoluzionarie; la presenza di strutture organizzative capillari delle masse; una struttura statale non consona alle esigenze di dominio del capitale e che sarebbe stato pericoloso, in una fase ancora incerta di stabilizzazione del potere, sostituire con altre; l’esistenza di una opposizione comunista che si è dimostrata capace di resistere fino ai primi anni trenta alla repressione staliniana e alla quale era necessario non fornire appigli per concedergli nuova possibilità di espansione; le stesse convenienze della burocrazia che, almeno nella prima fase della restaurazione, per la quale sarebbe stato n ocivo introdurre troppo rapide riforme in senso capitalistico borghese (abbandono delle forme, formule e riti entro le quali era cresciuta); le tradizioni e i riti del Partito Comunista medesimo, che avrebbe vissuto con difficoltà, dopo l’abbandono del punto di vista proletario, anche il loro abbandono.
** Menscevichi in russo vuol significare minoranza (bolscevichi: maggioranza). Al momento della scissione nel POSDR – Partito Operaio Social Democratico Russo – nel corso del II Congresso del partito, i menscevichi in realtà erano la maggioranza. Solo l’allontanamento per protesta dal congresso di alcuni militanti della maggioranza, in seguito alla vittoria conseguita dalla minoranza sullo specifico argomento della composizione del comitato di redazione dell’Iskra (Scintilla), quest’ultima nel seguito del congresso è diventata – provvisoriamente – maggioritaria. Lo sarà definitivamente nelle fasi finali che precedono l’Ottobre.

 

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