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7 novembre 2014 / miglieruolo

Quindici giorni prima dei dieci giorni che sconvolsero il mondo

dal blo di Daniele Barbieri

di Mauro Antonio Miglieruolo
***
Racconto ciò che segue facendo ricorso alla memoria. Non avendo reperito il libro che riportava l’episodio, non sono in grado di giurare sulla coerenza e precisione delle informazioni che nell’articolo sono contenute; né di citare le fonti. Spero che nessuno si risentirà di tale circostanza. In ogni caso suggerisco di leggerlo come se si trattasse di una fiction; che poi è quello che appare allo sguardo sbalordito del curioso e del ricercatore ogni volta che esso torna sulla storia della Rivoluzione Russa; un evento tanto grande e tanto impossibile rispetto alle forze in campo che davvero sembra una invenzione, non la storia dell’altro ieri. Una storia che ha effettivamente cambiato il mondo.

07nov4-lenin1Siamo al 10 ottobre del 1917. Viene riunita la segreteria allargata del Partito Bolscevico. È presente Lenin, che è appena appositamente tornato dalla Finlandia, dove si teneva nascosto per sfuggire alla repressione scatenata da Kerensky (dico riunione della segreteria… o invece si tratta della Direzione? No, non può essere la Direzione, il numero dei votanti è troppo ristretto: dodici). Sono presenti anche alcuni operai delle officine Putilov (in pratica il corrispettivo di ciò che è stata la Fiat in Italia negli anni ’40-’50-’60 e ’70), ai quali viene concesso di prendere la parola, non il diritto di voto. All’ordine del giorno è posta la controversa questione se dare luogo o meno all’insurrezione.
Trotsky appena il giorno prima ha fatto decidere al Soviet di Pietrogrado la formazione di un comitato militare rivoluzionario, che svolgerà la funzione di Stato Maggiore dell’Insurrezione. Per altro già diversi altri comitati hanno manifestato una analoga inclinazione. Molti più si pronunceranno favorevolmente nei giorni seguenti. Dunque, ciò che elementi ostili al comunismo hanno voluto far passare come un colpo di mano non è altro che l’applicazione di decisioni approvate dalla maggioranza delle assemblee cittadine di operai e di soldati, nonché dagli stessi Soviet. La decisione di procedere “al colpo di mano” è il risultato di una discussione aperta, pubblica. I bolscevichi il 24 ottobre (7 novembre del nostro calendario) non fanno altro che dare corpo alle aspirazioni, che erano anche decisioni, dei lavoratori russi.
Ma mentre le masse sono dalla parte di Lenin e Trotsky che spingono decisamente per sbarazzarsi dal governo (questo sì golpista) di Kerensky, le resistenze più grandi sono proprio nel partito, che messo di fronte alla responsabilità di un’impresa che comporta molte incognite, esita, vorrebbe tirarsi indietro. Nei giorni seguenti la riunione del 10 ottobre la parte soccombente (i dirigenti Zinovev e Kamenev), si renderà responsabile di una presa di distanza pubblica (sulla stampa del partito), che metterà sull’avviso l’avversario di classe. I bolscevichi non si limitano a “sobillare” le masse (linguaggio dei reazionari di sempre), hanno fattivamente assunto la decisione di imporre al governo le deliberazioni dei Soviet (i quali hanno già sfiduciato Kerensky). Una iniziativa gravissima, in pratica una sorta di tradimento in faccia al nemico, che provoca molta indignazione tra i militanti. Contro i due sale richiesta da parte della base di espellerli dal partito. Richiesta giustificatissima. Lenin però frena. Condanna l’episodio, ma non se la sente di rinunciare a due elementi preziosi come loro: non sono ancora arrivati i tempi dei processi sommari, delle espulsioni e delle condanne ai lavori forzati. Stalin è ancora uno dei tanti dirigenti, i suoi metodi non sono i metodi del partito07nov5-nicola-II-di-russia (possiamo essere indulgenti e affermare che anche Stalin non è ancora Stalin, che qualcosa del peggio che manifesterà in seguito, sebbene stia emergendo, non è ancora prevalente nel suo carattere? O si tratta di abile dissimulazione? Non lo credo, credo che la parte psichica negativa di Stalin non ha ancora assunto il predominio su quella politica, anche se segni preoccupanti di lì a breve si manifesteranno.) Possiamo bene affermare allora che la Siberia è lontana, che si punta ancora al recupero dei militanti che sbagliano, non alla loro eliminazione fisica e politica. Lenin in particolare, che non tentenna mai di fronte all’avversario di classe, né manifesta particolare indulgenza contro i compagni che ricadono negli stessi errori, antepone alle misure amministrative quelle politiche: la possibilità che la franca discussione degli errori denunciati offre a tutto il partito di crescere, di vedere in quale modo le propaggini dell’ideologia borghese finiscono per inquinare anche le posizioni dei compagni più provati e più fidati. La necessità di allontanare dal partito i dissidenti è (e deve essere) l’ultima e minore delle ragioni che importano a un partito che possiede un punto di vista proletario su tutte le questioni. La prima è sempre e comunque l’arricchimento del patrimonio di esperienze dell’organizzazione e la crescita dei militanti.
Ma torniamo a quel momento cruciale della riunione della segretaria, le cui deliberazione cambieranno la storia del mondo. Come ho detto l’orientamento del partito è tentennante, la maggioranza ancora indisponibile a fare il gran passo. Quando infatti la decisione viene messa in votazione inaspettatamente (inaspettatamente anche per i contrari) la mozione a favore dell’insurrezione non passa (sette voti contro, cinque a favore).
Segue un momento la cui tensione possiamo solo immaginare. Non si tratta del semplice smacco per i due massimi dirigenti del Partito (Lenin e Trotsky) che si erano spesi per il sì; è la rivoluzione stessa che è in pericolo. Ne sono consapevoli gli stessi dirigenti che hanno avuto la maggioranza. Cosicché quando, dopo una breve discussione, viene avanzata la richiesta di tornare a votare, nessuno trova il coraggio di opporsi. Soprattutto perché un vecchio operaio delle Officine Putilov che aveva assistito silenzioso allo scontro politico, ha chiesto di intervenire e, avuto la parola, al termine di un brevissimo discorso pronuncia le seguenti parole, le uniche delle quali conservo nitido il ricordo e che oso riportare come citazione: “badate che se le cose vanno male, per noi siete finiti.”
07nov6-OttobreronsLa nuova votazione ribalta il risultato precedente. Lo ribalta ancora una volta in modo sorprendente. La maggioranza a favore dell’insurrezione è schiacciante. Dieci sono i voti a favore, due soli contro.
Non conosco il nome di quell’operaio. Spero che qualcuno ne abbia conoscenza lo ricordi a me per ricordarlo a tutti; perché è un nome che merita di essere conosciuto. E tramandato nella storia.

 

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