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7 novembre 2014 / miglieruolo

Trittico delle riflessioni – 1: A proposito di Comunismo e civiltà

(appendice al trittico dell’orgoglio comunista)
di Mauro Antonio Miglieruolo
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Pretendono di essere civili e d’esserlo in grado tale da poter insegnare agli altri cosa sia civiltà e invece sommergono il mondo con manifestazioni di cieca e sorda barbarie.

Dipinto agiografico di Lenin

Dalla caduta del muro di Berlino in poi, interpretata dai più come caduta del comunismo (ma quest’evento in Russia si era già consumato alla fine degli anni venti), e dal contemporaneo trionfo dal capitalismo (che in realtà aveva vinto il primo dei grandi scontri secolari con la classe operaia alla fine degli anni trenta = sconfitta della Rivoluzione Spagnola), quest’ultimo ha avuto la possibilità di manifestare senza più remore i suoi aspetti di fondo, aspetti predatori, distruttivi, aspetti propri a ogni classe in declino; manifestando sempre più accentuata predilezione allo stato forte, all’uomo solo al comando, alla delega incondizionata, al prevalere del potere esecutivo su tutti gli altri poteri. Da quell’evento, accolto anche a sinistra con sollievo, è stato tutto un susseguirsi di guerre, di crisi economiche, di sacrifici imposti unilateralmente ai lavoratori per sanarle, di peggioramenti nelle condizioni generali di vita e di lavoro e dal tendenziale abbandono dello Stato di Diritto.
Si tratta del nuovo che avanza, sostengono i liberisti, del progresso che inevitabilmente impone le sue prerogative. No, sostengo io (sicuro di non essere solo) è il portafogli dei padroni che si gonfia e le cui neppure le briciole vorreste concedere a noi. Per quelle briciole mentite, manipolate, vi abbassate a sostenere le più atroci assurdità.
Non è il progresso che avanza: avanza lo sfruttamento, progrediscono le ineguaglianze, cresce il disordine, le ruberie (espropriazione dei diritti e dei beni dei lavoratori) sono all’ordine del giorno.
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Lavoratrici russe (Jablonskaya)

I meccanismi che presiedono a tutto questo sono facili da capire. Li ha svelati Marx un secolo fa, ne hanno ripetuto i fondamenti i dirigenti del movimento operaio di ogni epoca. Quel che non è facile da intendere sono gli eccessi con cui la restaurazione del predominio borghese viene perseguita, l’assenza di ogni idea di moderazione.
La borghesia ha vinto. L’egemonia acquisita negli anni novanta tale da cancellare l’idea stessa di una possibile alternativa all’interno stesso del suo schieramento. La classe proprietaria dei mezzi di produzione dispone di risorse immense, concentrate in poche mani, che gli permettono di esercitare un potere assoluto nella società e nei media e quindi sulle teste. Perché turbare questo disordine (che loro definiscono ordine) dilatando oltre misura ineguaglianze e ingiustizie, sottraendo a strati di popolazione sempre più grandi le risorse per condurre una vita dignitosa? Perché suscitare tanti odi e svilire tanti entusiasmi? Per eccesso di avidità? Per masochismo, cieca voglia di perdizione?
L’avidità in quanto componente organica nel novero delle umane miserie, ha certo un ruolo non indifferente. Neppure escludo la cieca voglia di perdizione. Stanchi dei loro delitti, come avviene per i serial killer, non essendo in grado di fermarsi da soli, sperano in qualcuno che riesca a fermarli; cioè nei proletari che stanchi di questo incanaglirsi antioperaio, decidano di porvi un termine. Riscattando in questo modo se stessi e impedendo ai capitalisti, parassiti della società, di proseguire il loro cammino collettivo di nefandezze: il Capitale, un vita di delitti!
La vera spiegazione però sta nella natura intrinseca del rapporto di produzione detto Capitale. Una natura tale da non permettere neppure a chi ne ha la proprietà giuridica di intervenire nei meccanismi che sovrintendono l’accumulazione. La proprietà giuridica è la forma, il rapporto reale che sottostà a questa forma esclude la possibilità per i proprietari (salvo casi isolati) di andare anche solo parzialmente oltre la logica dello sfruttamento e dell’accumulazione; il che li riduce da demiurghi benefattori (come nelle descrizioni degli apologeti) al rango di funzionari del capitale, di attuatori delle necessità che muovono il sistema preso nel suo insieme.

Quadro naif sulla rivoluzione

L’incomprensione della differenza esistente tra rapporti giuridici e rapporti reali ha contribuito al fallimento del tentativo di costruzione del socialismo in Russia e in Cina. La statalizzazione delle imprese costituiva solo un primo passo in direzione della ricostruzione della società; primo passo che per rappresentare una effettiva avanzata in direzione del socialismo avrebbe richiesto la stabile attuazione di un secondo che però non è venuto. Questo secondo passo era dato dalla subordinazione collettiva delle unità produttive ai produttori diretti, per mezzo dei soviet e degli altri organismi politici creati dai lavoratori; e di un terzo essenziale e consustanziale al socialismo, cioè la pianificazione. Nella quale però il ruolo del partito doveva essere prevalentemente di proposta, stimolo e coordinazione, essendo il piano necessariamente frutto dei bisogni e delle prospettive delle realtà locali (di cui doveva riassumere sia i diversi interessi e punti di vista), nonché delle effettive risorse disponibili e le effettive capacità produttive. Alla mediazione politica spettava infine di provvedere, istanza per istanza, all’unificazione e armonizzazione delle varie proposte. L’esautorazione progressiva del potere dei soviet da parte della nomenclatura, accompagnata dall’assunzione dei metodi produttivi propri alle società capitalistiche e il prevalere delle pratiche autoritarie ha reso impossibile l’attuazione di questo processo, impossibilità che è alla base del crollo della Dittatura del Proletariato verificatosi dopo la prima metà degli anni Venti. Le ragioni del fallimento dell’esperienza dell’Ottobre, come invece è nella vulgata in auge, hanno ben poco a che vedere con le storture caratteriali dei protagonisti della rivoluzione, con i regolamenti del Partito o con la concezione leninista del Centralismo Democratico. L’80% (il 90?) di queste ragioni sono determinate dalle concezioni economiciste dominanti nelle formazioni politiche dell’epoca. Tali concezioni impedivano di vedere che l’assunzione delle unità produttive nelle mani dello stato aboliva solo il carattere formale della proprietà privata, senza garantire di per sé l’effettiva socializzazione dei mezzi di produzione. Carattere privatistico che si riproduceva nel rapporto che il partito intratteneva con lo stato. Usurpando il potere dei soviet ed escludendo le masse dalla gestione del potere (a partire dalla gestione autoritaria della produzione nelle singole unità produttive), il partito finiva per diventare il proprietario privato collettivo dei mezzi di produzione. Ricreando in questo modo un rapporto simile a quello esistente nelle società per azioni; nelle quali la proprietà è frammentata in migliaia e milioni di parti (iscritti al partito) nessuna delle quali, prese singolarmente, è in grado di esercitare un potere regolatore; ma ciascuna delle quali può collettivamente esercitare un potere di direzione purché entri a far parte del gruppo di controllo (nomenclatura).

Soldati alla stazione di Omsk

La logica del capitale dunque condiziona anche i capitalisti, ne fa degli alienati e degli asociali, che identificano il proprio bene nel male che possono produrre agli altri. Privati dell’ausilio dell’esperienza proletaria, delle sofferenze, delle indigenze, dell’oppressione (in più dello sfruttamento), della precarietà che vivono le larghe masse (elementi di negatività che pure sono di grande insegnamento) i capitalisti si incistano tanto nelle loro funzioni da perdere di vista ogni altro interesse che non sia quello immediato dell’aumento continuo del saggio di profitto; perdendo anche di vista la necessità di usare qualche prudenza (a parte qualche buona parola, che alcuni non lesinano), evitando di moltiplicare le sofferenze dei lavoratori e di moltiplicare il numero di coloro che sono sospinti oltre la soglia di povertà. Non solo arrivano a non voler moderarsi, neppure concepiscono la necessità di farlo. A volte può sembrare lo facciano, in conseguenza di una grande capacità di dissimulazione, nel concreto delle relazioni con i lavoratori non sanno andare oltre la declinazione del verbo accumulare.
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E se, consapevoli di questa loro “limitazione” ci regolassimo di conseguenza? Se cioè smettessimo di credere nella commedia dei Parlamenti, nei tragedianti che abitano i media, nelle sirene populiste e degli esperti, nonché nelle mistificazioni dei partiti di sinistra che sostengono programmi di destra? Se saltassimo a piè pari ogni mediazione e prima di tutti l’inutile rito delle elezioni e provassimo a gestire direttamente tutto?
E SE FACESSIMO COME LA RUSSIA?

 

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