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7 novembre 2014 / miglieruolo

Trittico dell’Orgoglio Comunista, 3: Il prevalente valore dei soldi

dal blog di Daniele Barbieri

di Mauro Antonio Miglieruolo
***
I miei guai (i miei soliti guai) iniziarono con l’atterraggio di un disco volante a Grotteria. In anteprima mondiale assoluta. L’atterraggio a Lucca, del quale tanto si vocifera, è stato solo il secondo, si è verificato una settimana più tardi ed ebbe conseguenze mediatiche solo perché a parlarne fu un soggetto di gran nome, non il ME qualsiasi di allora, oscuro blogger e decennale scrittore di fantascienza.

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I Marziani (o si trattava di Gioviani in incognito? di Uranidi? oppure di Scolopendre ParaRedente di Arcore?), che siano dannatamente benedetti, scelsero proprio il periodo in cui vi trascorrevo la mie vacanze per stabilire il contatto. Il Primo Contatto. E scelsero ME quale intermediario per stabilire ulteriori incontri ravvicinati con il resto dell’Umanità. Non Me però anche per trasmettere i loro desiderata all’intero orbe terracqueo, il che avrebbe semplificato parecchio le cose. Alla isogna provvidero direttamente, non so bene come, so solo che il linguaggio giusto l’avevano appreso utilizzando i loro Decovibratori di ultima generazione, con i quali potevano assorbire il solo linguaggio colloquiale che riprodussero tale e quale, per come era stato captato. Il testo del messaggio, ripetuto fino alla nausea, in mille lingue e attraverso un milioni di diffusori: Pace, concordia, giustizia, uguaglianza e cooperazione. Fine delle stronzate, o sono cazzi. Proprio in questa forma si espressero, gli assurdi Denebaliani dello Spazio Profondo (o si trattava di Nettunidi dell’Interno?). Ma vedo che sto bruciando le tappe, questo venne dopo, da narrare prima, per rintuzzarle, sono le invenzioni di maligni e denigratori, coalizzati nell’alterare la verità sul contatto del Terzo Tipo con il quale ebbi il famoso incarico di plenipotenziario interstellare. Pensate che costoro, maligni inghignatori, insistono tutt’ora nei tentativi di oscurare il ruolo di primo piano che svolsi, impossibilitati ad ammettere che un vetero irragionevole corrusco conservatore nostalgico del comunismo possa essere scelto da chicchessia per un ruolo impartante, figuriamoci poi se da extraterrestri più progrediti di noi, centomila anni almeno più avanti nella scala dell’evoluzione. Impossibilitati ad ammetterlo anche dopo che fu ben chiaro quel che gli Arturiani (o si trattava di Cefeidi?) pretendevano da noi.
La loro tesi è che non fui scelto, ma ci capitai in mezzo casualmente. Che insomma fui il primo in cui si imbatterono, praticamente l’unico abitante (provvisorio) del settore in quell’area morta che è diventata la Bofia, quartiere un tempo brulicante di umanità ed ora vasta congerie di abitazioni in rovina. Così è disgraziatamente nel tempo presente, in Grotteria, Reggio Calabria, Sud. Inconcepibile che proprio in quel deserto d’anima i Doradiani (o si trattava Bellatricsiani?) andassero a scegliere un qualsiasi collaboratore. Tanto meno un intermediario per svolgere trattative a livello galattico.

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Tutte baggianate. La verità è che gli Exa volevano proprio me, per quello che ero e perché della Bofia, luogo ideale nel nutrire nel suo seno qualcuno che non ne volesse più sapere di padroni, politici e profittatori. Tra l’altro, volendo accettare la tesi sulla scelta casuale, scendendo dal Castello (sul quale avevano lasciato fiduciosi la Lenticchia a Otto Zampe che costituiva il loro abituale mezzo di trasporto), avrebbero potuto usufruire delle diverse alternative che il caso offrì loro. Non appena ebbero posato i loro 245 di piede sull’asfalto della Statale infatti, incrociarono almeno altre tre persone, con nessuna delle quali si soffermarono per stabilire un qualsiasi rapporto informale.
Il primo fu un nativo nostalgico, uno dei tanti che, come Me, si ostinavano a utilizzare le loro ferie per villeggiare tornando all’ovile. Un tizio di un altro rione perduto, quello detto Sutta u Casteju (Sottocastello); il quale villeggiante, scorgendo gli Exa, erano due, una coppia gigantesca di ferraglia ambulante, non esitò. Dovendo decidere tra svenire e darsi a precipitosa fuga, optò per la seconda più intelligente alternativa. Qualche centinaio di metri oltre incapparono in un secondo abitante grotte rese: una vecchina di Supa o Suncursu, che affacciandosi al balconcino per verificare cosa fosse quel rumore sordo che proveniva dalla strada (non avevano passo leggero questi alieni), vedendoli procedere con pomposa solennità e avvertendo puzza (metaforica) di bruciato non trovò altra soluzione che quella tradizionale di chiudere le imposte e barricarsi nel fortezza del non ho visto, non udito, non so nulla. Soluzione alla quale non poté accedere il terzo ignaro, e sfortunato, di passaggio: un cittadino di Fabrizia che, risalendo con la propria auto la statale, li incrociò proprio mentre uno di loro si accingeva a imboccare Via Giosué Carducci, la stradina a gradoni che portava direttamente alla casetta avita. L’altro invece occupava saldamente l’intera carreggiata. U Prunarisi (prunarisi: abitante dei Prunari, località e ancora fiorente paese montano denominato Fabrizia, paese situato oltre Mongiana, al quale si arriva subito dopo aver superato i Chiani da Menta – in italiano: Piani della Menta) si dimostrò il più intraprendente di tutti. Vedendo che occupavano ambedue le corsie della strada, non trovò di meglio che mettersi a suonare il clacson, emanando un allarme che nessuno, data la quasi totale solitudine del luogo, era in grado di registrare. Il suono infastidì gli invasori che lasciarono uscire dagli enormi occhi a fanale una sorta di raggio della morte paralizzante. U Prunarisi restò immobile, bocca aperta, per un buon quarto d’ora circa. Dopodiché, tornato in sé, avendo saturato l’aere di imprecazioni e gemebondi dolenti versi di spavento, infilò la prima, imballò il motore e si dileguò in direzione della sommità di Grotteria (la verifica di questa circostanza e delle altre che precedono può essere facilmente effettuata consultando i quotidiani locali dell’epoca, che li riportano integralmente).
Il Fobosiano (o debbo supporre fosse un Venusiano?) che aveva imboccato via Giosué Carducci la percorse tutta, mezzo sconquassando con le vibrazioni dei passi le case abbandonate che facevano ala, finché arrivò sul piazzale davanti casa mia.

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La scena potete immaginarla, è stata descritta numerose volte sulle pagine di quella che è considerata letteratura della chiaroveggenza. Cioè, la Fantascienza.
– Tum! Tum!
– Cu è? (Chi è?)
– Tum! Tum!
– Trasiti, trasiti… è apertu… (Entrate, entrate… è aperto…)
– Tum! Tum! Tum!
– E nu mumentu! Ca vegnu! Vegnu! (E un momento! Vengo! Vengo!)
Vedendo che non rispondevano (il vicino muto? Qualcuno che stava esalando l’ultimo respiro? Qualcun altro in vena di scherzi? No, non a Grotteria!) mi sollevai dalla sdraio dentro la quale ero sprofondato insieme alla copia amatissima di Il Terrore della Sesta Luna di Robert Heinlein (edizione originale dei Romanzi di Urania) e andai a aprire. A momenti prendeva anche a me un colpo. Il tizio (posso permettermi di definirlo tizio, sebbene fosse alto più di otto metri e non avesse nulla di umano?) che aveva bussato mi fissava dall’alto verso il basso, nonostante che l’ingresso dell’abitazione costituisse in quel punto una sorta di primo piano. Lui infatti, quantunque avesse i piedi sul selciato, con la testa superava di una spanna il tetto. Mentre smisurato nella sua alienità, non si limitava a non avere nulla di umano, sfoggiava sfacciatamente tutto il possibile e l’immaginabile del disumano attribuibile a un extraterrestre. A partire dalla voce, che somigliava tanto a un mucchio di pietre in collisione sommerse dall’acqua.

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Lo udii gorgogliare qualcosa. Qualcosa che utilizzando molta fantasia decifrai come org-niz int-scamb. Poi, chinandosi, poggiò sul muretto che delimitava u mignanejiu (pianerottolino) antistante la porta principale d’ingresso un cubo di cm 20×20 circa; sollevò la sorta di cilindro bulboso che era il suo corpo, mi fissò con i terrificanti fanali degli occhi (sempre che si trattasse di occhi) e sfrecciò verso l’alto levitando rigido tutto intero, oblungo e compatto com’era, per riguadagnare la statale.
Nello stesso momento il televisore si accese (il mio e quello dei vicini che iniziò a vociare dal fondo della strada); la radio si auto attivò, il telefonino prese a squillare, altoparlanti virtuali trasmisero gracchiando in un italiano abbastanza approssimativo il messaggio che ho riportato all’inizio:
Pace, concordia, giustizia, uguaglianza e cooperazione. E fine delle stronzate, o sono cazzi.
Un’ora più tardi continuava a essere recitato e invano si cercò di farlo smettere. Smise da solo per cinque secondi circa un’ora più tardi, probabilmente per una messa a punto del messaggio, dal quale fu espunta la seconda parte, e riprese a auto diffondersi a tutto volume utilizzando il medesimo pressappochismo linguistico di prima, con l’aggiunta però dell’indirizzo dell’intermediario prescelto, sorta di plenipotenziario ufficiale. Il mio indirizzo grotterese.
Fu a quel punto che capii di essere perduto. Non avrei avuto pace. Ero stato dato in pasto e abbandonato alla curiosità dei passanti e alla inesorabile furia dei media.
Nulla di peggio nella vita.

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Infatti, niente più vacanze.
Capii l’aria che tirava quando, il giorno seguente, l’angolo di paese solitamente spoglio in cui abito, iniziò a animarsi da gruppi di curiosi che, chissà perché, tutti insieme avvertivano la necessità di raggiungere u suncursu, partendo d’abbasciu a Sidò. Una vera e propria migrazione di popolo, molti dei quali provenivano dai comuni vicini di Mammola, San Giovanni di Gerace, Martone, Gioiosa Jonica e Marina di Gioiosa Jonica, Roccella Jonica, Siderno, Locri, Riace, Monasterace ecc. ecc. Persino da Badolato, Palizzi e Ardore, vennero. A plotoni, in ranghi serrati o fila indiana, alcuni (vedi Palizzi) vantando parentele di parte materna della quale non avevo mai avuto sentore; altri semplicemente facendo appello alla comune appartenenza alla nazione calabrese. Le armate dell’indiscrezione si arrestavano puntualmente a due terzi della salita, guarda caso proprio all’altezza della modestissima dimora personale, in genere accompagnati da qualcuno che sosteneva di conoscermi (ritengo fossero sinceri, ce ne fossero diversi tra i sopravvissuti alla strage che il tempo aveva fatto nel paese che se non Me, avevano conoscenza dei miei avi) “per un rapido saluto”, comu stati, comu non stati, chi si dici a Roma, picchì non scinditi jhiù spissu, da tanto che non vi vidiamu e subito la conversazione passava al sodo, ai probabili visitatori Emmetrentatreani, (M33, galassia satellite della Via Lattea) e ai sentimenti di ostilità o amicizia che si poteva ipotizzare nutrissero nei nostri confronti.
Di punto in bianco l’intera zona, non la sola Grotteria, si ritrovava a essere l’ombelico del mondo. Lo era stata fino a un paio di millenni prima, all’epoca della prima modernizzazione, tornava a esserlo nel principiare del XXI secolo, alla vigilia dell’era delle multiumanità. La Terrestre, le innumerevoli Extraterrestri (Extra). Di quell’angolo oscuro del pianeta, dimenticato da Dio e dallo Stato, iniziarono a parlare e straparlare giornali e giornalisti, TV e siti, blog e teatranti, casalinghe e sfaccendati da bar. Un inebriante momento di uscita dall’anonimato e dall’abbandono che inebriò più e meglio di una bottiglia di Savuto cosentino. Non più esclusivamente l’antica Magna Grecia raccontata per fatti di ‘ndrine, ma inaspettati nuove possibilità di inaudita civilizzazione. Anche se le domande vertevano sugli “invasori”, gli invasori importavano di riflesso, quale conseguenza: quel che veramente interessava in effetti la fiumana dei visitatori era d’essere coinvolti in quel momento di glorioso riscatto, al quale avevano accesso senza dover necessariamente ricorrere ai più tradizionali clamori, ai quali si davano ogni volta decidevano di non poterne più d’essere vessati, discriminati e ignorati nello stesso tempo: andare a bruciare il municipio…
Ma quello fu solo il prologo. Al seguito dei Locridi, giunse un vero e proprio esercito di professionisti della indiscrezione pieni zeppi di domande che spesso non erano passibili di risposte.

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– Non so nulla, giuro, – ero costretto a ripetere in continuazione, dannatamente imbarazzato di doverlo fare, pur essendo sincero, sincerissimo. In effetti non sapevo. Non più di quello che sapevano tutti. Che gli Extra erano scesi, erano venuti a bussare alla mia porta, avevano lasciato un cubo e trasmesso poi quel loro messaggio pazzesco che tanto inquietava sonni e veglie di governati e governanti. Chissà perché, poi.
– Le avranno pur lasciato qualche istruzione, no?
– No.
– Un messaggio telepatico, almeno. Gli extraterrestri sono famosi per utilizzare massicciamente la telepatia.
– Non mi intendo di extraterrestri. Questi che sono scesi a Grotteria comunque telepatici non sono. O comunque con me non hanno usato alcuna forma di telepatia.
– Saprà almeno a cosa serve il cubo che sembra le abbiano lasciato.
– Non sembra: ma lo hanno effettivamente lasciato.
– Non vuole proprio sbottonarsi, eh?
– In effetti oggi fa un po’ freddino. È necessario starsene riguardati. Io rientro, se non vi dispiace.
Gli dispiaceva. E molto. Perciò via a bussare, a chiedere, a protestare.
– Un’ultima domanda, Signor Vigliarolo, un’ultima domanda…
– Non mi chiamo Vigliarolo. E se pure mi chiamassi come in effetti NON mi chiamo, di rispondere a una ultima domanda non me lo sogno nemmeno. So che vuol dire rispondere a un’ultima domanda, non smettere più di rispondere. Per voi l’ultima domanda è quella che precede la vera ultima. La quale a sua volta precede una ultima. Basta con le ultime domande! Abbasso le ultime domande! Buongiorno, Signori, io non ne posso più. Cercate di averne anche voi di troppo… scusate, chiudo.

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In effetti chiudevo, pur senza guadagnare vera pace. Perché da fuori loro continuavano (e continuavano) con le loro “risponda almeno a questo, Signor Mineruolo”, oppure Signor Maglieruolo, Miglierullo, Migliernolo, Manneruolo, Minervolo e persino, da parte di un giornalista particolarmente accidentato, Pagliarulo. Molti tra i furbastri insistevano istintivamente sulla versione Vigliarolo, perché in effetti un tempo, quasi dirimpettai, un covo di simpaticissimi Vigliarolo aveva effettivamente infestato la contrada. Versione che, non capisco la ragione, trattandosi di rispettabilissimi grotteresi, tra i migliori, mi dava un certo prurito. Forse perché tra le tante deformazioni era la più credibile. Quando il prurito diventava troppo, per non dovermi grattare a sangue, aprivo di schianto la porta e dall’alto du mignanejiu gridavo:
– Non mi chiamo Vigliarolo!
Al che guadagnavano improvvisamente sapienza e precisione.
– Ok! OK! Signor Milland… ma, ci dica, quali sono esattamente i compiti che le sono stati affidati? Il Cubo, il Cubo, a che dovrebbe servire? Si aspetta un altro contatto ravvicinato, a breve?
– Ne so quanto voi. Anzi, sicuramente meno di voi, che siete informati di tutto.
– Non sa nemmeno delle condizioni poste ai governi per l’inizio delle trattative?
– Ignoro se ci saranno trattative. E su cosa, comunque?
– Ma sul contenuto del messaggio! Pace, concordia, giustizia ecc.
– Non so, a me sembrano raccomandazioni, auspici, non l’oggetto di eventuali trattative.
– Il messaggio iniziale aveva un che di minaccioso, però.
– Giusto, il messaggio iniziale…
– Non sembra credere esprimesse le vere intenzioni degli alieni…
– Cioè?
– Quella di imporsi. Con il pretesto della civilizzazione prendersi tutto…
– Ne sappiamo qualcosa noi di questi argomenti, vero?
Risero. Ma insistettero nel domandare. Insistetti nel non voler essere scocciato oltremisura. Per cui fui costretto a lasciare la magione (una magioncina, veramente, di appena 27 mq calpestabili) e tornare alla noia, alle puzze, ai rumori e alla concitazione di Roma.

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Mal me ne incolse. Fui immediatamente convocato in alto loco (altissimo loco) per conferire, collaborare, confabulare, corresponsabilizzarsi, ammettere. Mi prelevarono tramite Forze del Disordine e mi portarono all’Alto Loco che dicevano loro. In Calabria non potevano farlo, troppo popolo intorno e nessuna ragione ragionevole da addurre. A Roma invece la possibilità del pieno comodo di fare e disfare.
– Ma insomma, cosa vogliono effettivamente questi benedetti extratterestri del cavolo? Rompicoglioni che non sono altro?
Eggià, questo per loro era il tutto della faccenda alieni. Minacce occulte e palesi. Pericoli. Con la loro sola presenza introducevano variabili in grado di rompere abbondantemente le uova nel paniere a persone che tutto calcolavano e tutto amavano tenere sotto controllo. Con questi non potevo barcamenarmi, come avevo fatto con i media, diedi dunque l’unica risposta ammissibile, cioè adattai ciò che sapevo all’ammissibile nel loro (stupide meschino) criterio.
– L’otto per cento, – buttai lì, sperando di non sbagliare troppo. Cioè voglio dire, si trattava di persone ragionevoli, mediamente disoneste, gli alieni qualcosa sui nostri politici doveva ben conoscerla, impossibile si facessero illusioni su come trattare quei tipi. Ero sicuro non mi avrebbe smentito. Di questo sì, ero sicuro.
Gli altolocati abboccarono. Era il loro linguaggio, alle loro orecchie la proposta suonava naturale e persino naturale. Dunque, quantunque avessi millantato, mi diedero retta. Subito, senza esitare, senza dubitare. La risposta ricevuta era la più logica, l’unica accettabile.
– L’otto? È un pochino tanto… non è possibile trattare?
– Si può sempre provare… considerate però che vengono da lontano, hanno le loro spese… e il coltello dalla parte del manico…
Ci pensarono un po’ su, l’otto per cento sul tutto era molto, cosa sarebbe rimasto loro? Un quattro, cinque per cento. Però un 4/5 % d’una partita che si annunciava copiosa… si scambiarono gli sguardi significativi di prammatica. Consentirono.
– Va bene, accettiamo. Prenda contatti con i sottosegretari dei sottosegretari per definire i particolari. Loro sanno… – Sapevano non soltanto come fare, ma anche assumersi responsabilità più ampie di quelle che cadevano effettivamente sulle loro spalle. Cioeè mettere le carte in modo che fosse colpa loro, errore loro, loro dabbenaggine o disonestà.
Diedero anche un messaggio da portare agli alieni. Il messaggio recitava qualcosa come:

Viandanti delle Stelle, amici di Fomalhaut, coraggiosi esploratori dell’Universo, portatori di benessere e progresso, gradite il nostro fraterno caloroso saluto. È con gioia che abbiamo ascoltato il vostro messaggio celeste. Lo consideriamo non soltanto testimonianza di un momento straordinario, una svolta epocale, della nostra storia, ma anche l’evento fortunato che permetterà di stabilire rapporti di amicizia tra le nostre differenti civiltà, accomunate dalle medesime aspirazioni di fondo. Anche per noi, ve lo assicuriamo, la concordia e la pace costituiscono le coordinate fondamentali per la ricerca della prosperità, della felicità, e del commercio all’ingrosso. Una intesa dunque è auspicabile e possibile, una intesa nel rispetto dei reciprochi interessi e reciproche vantaggiose utilità. Garantiamo pertanto la nostra positiva volontà di addivenire a un accordo che ci permetta di stipulare trattati in grado di rendere salda la nostra amicizia ed eterna la collaborazione. In fede, i governi della Terra.

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Un buon biglietto, nonostante millanterie, affettazioni e ipocrisie varie; l’ideale, secondo gli altolocati, per avviare il dialogo con gli spaziali. Sorgeva il problema però di come consegnare il biglietto. Non potevo ammettere, dopo aver inventato una falsa richiesta degli alieni, che non possedevo canali di comunicazione. Non m’avrebbero creduto. Queste panzane le riservi per i media, avrebbero detto. A muso duro. Non erano tipi da portare in giro, loro (ci si portavano da soli). E faccia il suo dovere, faccia! È meglio, mooolto meglio. Ma magari no, non avrebbero neppure implicitamente minacciato. E invece fatto prendere e buttato in una cella oscura…
Nel prendere il biglietto mi chiesi in quale guaio mi stessi ulteriormente cacciando, dopo esservi stato improvvidamente cacciato. Non solo ignoravo come contattare gli alieni, ignoravo anche come avrebbero preso la colpevole proposta d’accordo che avevo avanzato. L’otto per cento, magari per loro costituiva una misura eccessivamente esigua, fonte di disdetta a causa del guadagno mancato; oppure essendo seguaci di un’etica rigorista, si sarebbero offesi a morte per essere stati coinvolti in un tal sconcio affare. Ma come si permette, lei! Come osa? Già, come? Il fatto era che in qualche modo mi era saltato in testa di avanzare la proposta. Le parole mi erano uscite di bocca senza che lo volessi. Una strano improvviso, quello; ma anche un improvviso opportuno. L’otto per cento costituiva comunque una ottima tangente, tale da ingolosire.
Un analogo improvviso mi guidò non appena giunsi a casa. Non chiusi nemmeno la porta alle mie spalle. Andai dritto all’armadio dove avevo risposto il cubo e vi depositai sopra il biglietto degli altolocati. Il biglietto immediatamente sparì. Con lo stesso immediato sulla parete frontale del cubo apparve una scritta in puro stile nazional popolare. Una che suonava più o meno in questo modo: cazzo, che avidi! Non hanno battuto ciglio! Abituati proprio male… su Petrapetr si contentano di meno del tre per cento, il due, due e mezzo… e subito dopo: va bene domenica mattina alle nove? Alle nove e trenta c’è l’incontro di dribling magnetico a gravità zero tra Denebala e Nebulae, non ce lo vorremmo perdere.
Mezz’ora di trattative? La facevano facile quelli di Stellaria (o si trattava di Mutanti Androidi di Cerere?).
In verità occorse molto meno. I Marziani posero al centro del tavolo delle trattative un cubo di dimensione esterne doppie di quello che mi avevano affidato e il cubo parlò:
– Cosa siete disposti a dare in cambio di Pace, Concordia, Giustizia, Uguaglianza ecc.?
I Plenipotenziari si guardarono l’un l’altro dubbiosi. Ci facevano o c’erano questi Spaziali. Ci facevano, era sicuro. Non avrebbero ricevuto incarichi importanti non fossero stati all’altezza della corruzione.
– Cosa siete disposti da dare VOI in cambio di tutta questa roba che intendete imporci… vi rendete conto del danno?
– Certo che ce ne rendiamo conto! dopo di voi il diluvio, no? Sì, è così, vedere e maneggiare i soldi tanti e fanculo tutto il resto! Beh, per questo ci vu9ole una cifra a corpo, la si sbriga in un’unica transazione e stop! Sentite, abbiamo pronto cash un miliardo di euro a test, da dividere, ad libitum, con i vostri sodali… dovrebbe bastare, crediamo…
– Credete male. Io per meno di tre non ci provo nemmeno a farmi convincere.
– Che ne dite di contentarvi di due più una vacanza pagata di trenta anni presso I Paradisi Ritrovati Galattici, in quel di Andromeda? Palme, tucul, champagne e sesso a volontà…
– Si può fare, si può fare…
– Bene. È andata. Due miliardi a testa e una Crociera nell’Infinito extragalattico, con finale sui pianeti andromedani ritrovati. Ci state? Tutti d’accordo?
Ci stavano.
– Rendetevi conto però che abbiamo anche noi diritto a qualcosina, qualcosa da scambiare con i pianeti del prossimo accesso planetario. In particolare avremmo bisogno di una buona guida alla civilizzazione…
Facce pallide dei convenuti. Io invece iniziai a godermela. Non sapevo bene perché, ma ciò che va male a coloro che stanno in alto in genere va bene per quelli che stanno in basso. Mi si allargò il cuore.
– Non abbiamo della roba che dite, – borbottò qualcuno rivolto al cubo.
– Ma sì che l’avete. Una buona guida, anche. Avete pure tentato di applicarla. Per un pelo non siete arrivati alle soglie della Federazione delle Galassie Umanizzate. Poi però avete rovinato tutto tornando ai vecchi metodi.
– Ma siete sicuri? Sicuri che non si tratta di un film che vi siete girati da soli nella vostra mente?
– Macché! Macché! Ottobre, Rivoluzione Russa, Soviet, vi dice nulla questa roba?

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I tizi impallidirono. Poi iniziarono a portarsi l’indice alle labbra, facendo in continuazione, ssst! Zitto, per carità! Bisogna mica farsi sentire, o ci fanno fuori tutti!
– Marooonnn! – esclamò invece uno, un meridionale, era una trentina d’anni che stava con le mani in pasta, non si meravigliava di nulla, ma quello, quello, poi…
– No, la storia della Madonna non ci interessa. Di quelle siamo pieni anche noi. Però d’analisi sufficientemente complete dei problemi che ostano lo sviluppo delle società giunto a certo livello di rapporti tra gli uomini, di quelle ne abbiamo poche. Nessuna che valga quella che è stata prodotta qui da voi. Continuate a non capire? No, capite, ma preferite fare finta… beh, a noi interessa tutto quello che è stato prodotto da un certo Marx e dai tanti che gli hanno dato retta.
– Ma quella roba lì si trova dappertutto! In qualsiasi seria libreria! Con qualche migliaio di euro potrete farvene una scorta immensa.
– No, no, cari, non avete capito. Noi vogliamo il copyright di questa roba, intendiamo diffonderla in mezza galassia, migliaia di miliardi di copie, e non vogliamo avere la SIAE alla calcagna, o aver a che fare con diritti d’autore e simili. Noi siamo gente onesta, pacifica e paciosa, mica mercanti profittatori. Noi i valori altrui, la vostra vera ricchezza, noi la compriamo, mica la rubiamo. Noi siamo comunisti – tutte le galassie sono comuniste – alla ricerca della via migliore per portare anche gli altri sulla strada del comunismo. Noi i soldi li accettiamo perché servano noi, i nostri fini, non vogliamo certo diventarne schiavi. Che ne dite, l’affare si fa?
Naturalmente, inevitabilmente, immantinente l’affare si fece, c’erano troppi dindi in ballo. Anche se con quel “sì” sanzionavano al fine di tutto. Inevitabile che il Capitale finisse soffocato dallo stesso Capitale, corrotto da se stesso. Comprato dall’insieme dei mondi che avevano imparato a fare a meno di lui.
E già. È così, proprio così: Chi di capitale ferisce di corruzione perisce.

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