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21 novembre 2014 / miglieruolo

Fragilità, il tuo nome è…

… donna? uomo? Fragilità, il tuo nome attuale è “ennesima scusa per la violenza”?

Il 16 settembre u.s. le prime pagine dei giornali riportano in taglio alto o medio l’omicidio di Alessandra Pelizzi, 19 anni, gettata dal balcone dell’ottavo piano dall’ex fidanzato ventenne Pietro Maxymilian Di Paola, che poi si uccide lanciandosi nel vuoto dallo stesso punto. Nessuna testata manca di dirci negli occhielli e nei titoli che “lei lo aveva lasciato”, così se non vogliamo leggere il resto sappiamo subito di chi è la colpa, non è vero?

A spiegazione dell’omicidio-suicidio Pietro lascia una lettera che definire allucinante è un eufemismo. Il suo “amore” per la ragazza, dopo la fine della relazione, è diventato (citazioni testuali in corsivo) nell’ultima settimana… un odio così forte da essere felice di sacrificare la propria vita per far provare all’altro la vera tristezza, per questo non mi sono lanciato con lei subito ma anzi le ho prima fatto provare il terrore di perdere tutto amici, famiglia e futuro.

Lo stesso giorno, in alcuni quotidiani e nella forma trafiletto, appare anche la notizia dello stupro subito da una ragazzina di 14 anni da parte di due 17enni. Se li è trovati appena sotto casa: le hanno strappato il cellulare, l’hanno costretta a salire su uno scooter e condotta in una zona isolata, dove l’hanno violentata con comodo. Quando si sono stancati, secondo il noto modulo “usa e getta”, se ne sono andati lasciandola là.

Nella notte fra il 18 e il 19 settembre successivi, un 17enne uccide di botte un senzatetto di origini pakistane. Quest’ultimo, 28 anni, ubriaco come una spugna se la prendeva con i passanti per strada. Il ragazzo gli è passato accanto, ha ricevuto uno sputo addosso e si è vendicato ammazzando il vagabondo a pugni (anche se lui dichiara di avergliene dato “solo uno”). Tre giorni dopo, si tiene un presidio “pacifico e spontaneo” in relazione alla vicenda, per solidarietà: con l’omicida. Gli striscioni recitano: “Contro tutto e tutti sempre con te” – “Non sei solo siamo tutti con te” – “Il tuo futuro non perderai / Avere fiducia nel signore che non delude mai”. (Sic e sigh)

Ma possiamo stare tranquille/i, giacché giornalisti, opinionisti, “commentatori”, esimi psico – socio – tuttologi e la squadra di briscola al Bar da Nane sanno perché accadono simili cose e sono più che volenterosi nello spiegarcelo. Innanzitutto, chi uccide e stupra non ha nessuna responsabilità rispetto alle proprie azioni. Se sono vecchi è l’Alzheimer, se sono adulti è che le donne sono tutte zoccole oppure erano disoccupati, se sono giovani sono “fragili davanti al dolore”.

E se sono fragili, è perché i loro genitori sono fragili e la società è fragile. E cioè Apocalypse Now, non ci si può fare niente.

Un ragazzo fragile nell'apocalisse

Se sono fragili è perché padri e madri “stressano molto il figlio affinché sia il più bravo, il più bello, il più popolare”. Chissà come mai. Tutti i media danno loro messaggi diametralmente opposti, specialmente in relazione alle figlie…

Se sono fragili è perché “nella riformulazione del ruolo dell’uomo e della donna in casa e in famiglia la fatica più grande sembra definire la propria autorità genitoriale”. E questi sono i danni a lunghissimo termine dell’aver riconosciuto le donne come esseri umani – anche se solo sulla carta, intendiamoci. Uomini svirilizzati e donne inani senza autorità genitoriale, brave brave le femministe… Continuo a domandarmi come mai sono quarant’anni che nelle case italiane si “riformulano” i ruoli e stiamo ancora alla casella di partenza.

Se sono fragili è perché “manca l’educazione alla sconfitta”. Infatti, una relazione che termina o una ragazza che non ti vuole o qualcuno che ti manca di rispetto significano “sei un inutile perdente”. Le donne si conquistano, perdio, e poi si circondano di filo spinato e sacchetti di sabbia e si tirano bombe a grappolo su chiunque voglia portarcele via – o su loro stesse se vogliono andarsene. Così fa un vero uomo. E’ chiaro che si deprime e uccide e stupra se le cose non vanno nel suo verso. Ma possiamo “educarlo alla sconfitta”, come se l’amore fosse guerra: hai perso questa volta, non fartene un cruccio, ci sono un sacco di altre ragazze da assalire e possedere in giro, e poi quella troietta non ti meritava, sono tutte uguali – imparalo e dacci dentro figlio!

Se sono fragili è perché “l’educazione sentimentale (è) quotidianamente distorta dalle notizie sul femminicidio”. Molto bene, non diamole più. Cancelliamo le donne e le ragazze uccise e violate anche dalla memoria collettiva. Cremiamole e gettiamone le ceneri al vento di nascosto, di notte, preferibilmente in una fogna. Proibiamo a chi le amava di menzionare la propria sofferenza e il fatto che queste donne e ragazze non esistevano in un vuoto. Imponiamo a chi solamente le conosceva di non ricordarle a voce alta. I nostri fragili fanciulli meritano questo, mentre le nostre fanciulle che li “fragilizzano” ancora di più “abbandonandoli” meritano di morire uccise e di essere torturate prima dell’esecuzione (le ho prima fatto provare il terrore di perdere tutto). Sanzioni e multe per chiunque trasgredisca. A cominciare da “Il Corriere della Sera”, che ci ha ammannito tutte le stronzate riportate sopra in grassetto. Maria G. Di Rienzo

 

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2 commenti

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  1. Foodiana / Nov 21 2014 00:57

    Al di là di quel che dici alla fine – giustissimo – bisognerebbe che ci ricordassimo del fatto che esiste anche la cattiveria umana. L’uomo è anche sadico, è cattivo. Occorre riconoscere questa evidenza. L’educazione alla non violenza, all’amore in generale possono forse risolvere il problema, o solo in parte. Di chi è la responsabilità in questo senso?

    • miglieruolo / Nov 21 2014 08:17

      Una domanda troppo grande per le mie possibilità. Mi limito a notare che esistono dversi livelli di manifestazione della violenza (o comunque della criminalità) a seconda dei differenti ambienti presi in esame. Non solo, ma culture diverse producono atteggiamenti censurabili differenti.
      Chi è il responsabie dei diversi ambienti e delle diverse culture. La risposta generica è: gli esseri umani. La risposta mia specifica è: i sistemi fondati sull’antagonismo, sull’ineguaglianza, sull’accaparramento delle risorse economiche e finanziarie da parte di alcuni. La competizione può essere una buona cosa (educativa) quando si tratta di gioco e di sport: organizzare la lotta di tutti contro tutti e le via maestra per sprofondare nel disagio e nell’infelicità l’umanità intera.
      Può sembrare paradossale ma anche i responsabili (gli accaparratori) soffrono la medesima alienazione che coglie ognuno. Si tratta di una alienazione dorata, ma sempre alienazione dalla propria essenza e dalla propria umanità che si tratta.
      Grazie Foodiana. Fortuna che possiamo gettarci tutto alle spale (per qualche ora) tramite un buon pasto e un gatto che ronfa felice sulle nostre ginocchia.

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