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28 novembre 2014 / miglieruolo

Le vite dietro il carrello di Maria G. Di Rienzo

cart- poster film

“Cart” (“카트 – Carrello”), che ha avuto la sua acclamata premiere al Toronto International Film Festival quest’anno, è un film raro per molti motivi. Innanzitutto è raro per il suo paese, la Corea del Sud, dove quando la critica al modello capitalista riesce a far capolino nei prodotti artistici soffre sempre di autocensura, e dove è un terno al lotto trovare un personaggio di sesso femminile che stia in piedi di per sé e non in funzione della storia, dei problemi e delle vicissitudini di un uomo (fidanzato, marito, padre, amante, fratello, ecc.). Ed è raro in generale trovare un film – non un documentario – che affronta di petto le clamorose ingiustizie cui è soggetta la classe lavoratrice nell’era del neoliberismo sfrenato e che sa vedere quante di esse hanno una chiara dimensione di genere: solo questo farebbe della pellicola una gemma, ma c’è di più. E’ diretto in modo magistrale e la regista Boo Ji-young è una donna.

Sin dalla prima immagine del film, siamo colpiti dall’estenuante monotonia di un lavoro manuale eseguito sotto l’occhio vigile di aggressivi direttori: le lavoratrici e i lavoratori sono trattati come ingranaggi di un meccanismo anziché come individui, costretti a ripetere gli stupidi slogan ideati per loro dai superiori (“Noi ti amiamo, cliente!”) e tollerano le umiliazioni inflitte loro da direzione e clientela solo per poter mantenere l’impiego. I critici hanno paragonato i primi minuti di “Cart” a “Modern Times” di Charlie Chaplin, poiché vi hanno letto lo stesso tipo di sensibilità persino nei colori e nel movimento della camera da presa.

Basato su una storia vera, “Cart” racconta la lotta delle lavoratrici di un supermercato, alcune in servizio da molti anni, che all’improvviso la direzione decide di rimpiazzare con manodopera ancora più a buon mercato – perché le paghe già non sono stellari. Alla cassiera Seon-hee, che mantiene da madre single un figlio adolescente ed una figlia più piccola, mancavano solo 3 mesi per essere assunta a tempo pieno ed avvicinarsi alla stabilità che sogna per la sua famiglia. Come lei, la maggior parte delle lavoratrici sono oltraggiate dal licenziamento ingiustificato. Guidate da un’altra cassiera, Hye-mi e da una donna delle pulizie, Soon-rye, tenteranno di negoziare e di ottenere il reintegro nei loro posti di lavoro, nonostante il costante rigetto della direzione e le misure violente (e illegali) impiegate per cancellare le loro pacifiche proteste.

cart - lavoratrici

“Cart” è un film intelligente, commovente, ispirativo e potente: la sua descrizione delle fatiche e delle problematiche affrontate quotidianamente dalle lavoratrici coreane diventa la descrizione-simbolo degli abusi e del bullismo che le donne comuni e senza privilegi, che possono contare solo sul proprio lavoro per vivere, sperimentano ovunque. La regista non si è fatta problemi nell’indicare le responsabilità delle agenzie governative ed in particolare ha sottolineato le complicità ottenute a mazzette e la brutalità ingiustificata con cui le forze di polizia intervengono contro le donne in sciopero: che per gli spettatori e le spettatrici diventano delle vere eroine – eroine normali, eroine con difetti e paure, eroine con figli a carico, eroine anziane, eroine con il mutuo da pagare, eroine così diverse dai modelli idioti di “donna” sparati dai media e così simili ad ognuna di noi che la loro bellezza risulta abbagliante. Forse per questo io avevo le lacrime agli occhi, ogni tanto. Maria G. Di Rienzo

cart - regista

Di seguito, un brano dell’intervista alla regista Boo Ji-young (nell’immagine in bianco e nero), di Jin Eun-soo per Korea JoongAng Daily, 30 ottobre 2014, trad. M.G. Di Rienzo.

Come ti sei sentita quando hai letto la sceneggiatura per la prima volta?

(lo script è di Shim Jae-myung e la regista lo ha ricevuto due anni fa, ndt.)

A dire la verità, non ho avuto nessun problema con il soggetto che trattava. L’ho considerato invece un tentativo molto interessante e coraggioso.

Perché ti sei concentrata sui personaggi femminili?

(NESSUNO fa mai questa domanda al contrario, chissà perché…, ndt.)

Molta gente può pensare alle persone che lottano per i propri diritti come a stereotipi – del tipo “sono molto aggressivi” eccetera, e questo li rende remoti dalle vite che loro conoscono. Ma tutta questa differenza non c’è. Vivono le loro vite, proprio come facciamo noi. Per poter convogliare di più questo concetto, ho pensato che le donne sarebbero state maggiormente efficaci nel mostrare i legami che chi lotta per i propri diritti sviluppa e l’aspetto centrale della famiglia nelle vite di queste persone. E’ una lunga lotta, perciò può travolgere tutto il resto in alcuni momenti, ma ho voluto mostrare che nel processo ci sono anche momenti di gioia.

Quali erano le intenzioni nel mostrare il personaggio di Tae-young, che riceve un trattamento iniquo nel discount dove lavora part-time?

(E’ il figlio della cassiera Seon-hee menzionata in precedenza, ndt.)

Era la possibilità di far vedere com’è l’ambiente lavorativo per i minori, che non sono compensati adeguatamente alle loro mansioni solo perché sono giovani. Era anche l’opportunità per permettere a Tae-young di capire il duro lavoro di sua madre, invece di biasimarla per l’essere stata assente quando lui aveva bisogno di lei. Spero che molti adolescenti guarderanno il film, perché sono quelli a cui le istanze presentate si collegheranno ad un certo punto nel futuro.

Perché hai dato al film un finale aperto?

E’ un finale aperto, ma è anche un happy ending, per me. Suggerisce a sufficienza che queste persone continueranno a lottare per i loro diritti anche fuori dalla pellicola e penso fosse proprio il finale giusto per il film.

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2 commenti

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  1. angelakarolinepantaleoertler / Dic 3 2014 23:12

    L’ha ribloggato su angelakarolinepantaleoertlere ha commentato:
    riflettere, sempre, come esercizio giornaliero. E ringraziare ed aiutare. Chi ha meno fortuna.

    • miglieruolo / Dic 4 2014 07:36

      Viene tanta buona gente a visitare questo blog, ma è la prima volta che leggo parole grate come le tue. In particolare, appunto, la parola “ringraziare”, difficile da pronunciare oggi. Davvero, difficile…
      Grazie.

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