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9 dicembre 2014 / miglieruolo

Il sesso degli alieni…

… angeli esclusi: un lungo percorso tra fantascienza e mondi cosiddetti reali

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

 Una citazione/riflessione per introdurre il discorso. «Al contrario delle forme correnti di letteratura, dove ci si sforza di esprimere temi nuovi con mezzi comuni, la fantascienza va alla ricerca di mezzi nuovi per esprimere comuni sentimenti. O meglio: la semplicità psicologica dei suoi personaggi diviene condizione quasi indispensabile per la comprensione dei moduli straordinari che l’autore propone. In altri termini, mentre il fatto banale obbliga a una psicologia straordinaria, l’avvenimento eccezionale esige una psicologia semplice, schematica, quasi sottintesa. Il risultato è che il mondo dei sentimenti elementari, in altre parole l’ambito dei valori e delle norme in cui forse non si crede più, riacquista in questo modo una carica di freschezza e una nuova validità. [Quanto al sesso], esso [nella science fiction] non si pone mai al centro della narrazione, e soprattutto non è mai rappresentato con quegli accenti parossistici presenti in certa letteratura che va per la maggiore. Quel che abbiamo detto per la psicologia e per il sentimento, può valere anche per il sesso. Grazie alla straordinarietà della situazione fantascientifica, i problemi inerenti al sesso vengono ricondotti nel giusto binario; il modulo eccezionale che fa da cornice alla vicenda è già di per sé sufficiente, ove ve ne fosse bisogno, a restituire all’elemento erotico tutta la sua carica naturale, senza che lo scrittore sia costretto a una abnorme e distorta rappresentazione degli istinti elementari». Così scriveva Lino Aldani nell’acuto saggio «La fantascienza» (edito da LaTribuna nel 1962).

Acuta osservazione… che non regge alla prova dei tempi: oggi parlare di sessualità degli alieni non è come parlare del “sesso degli angeli”.

La tematica sessuale tra forme di vita aliena affonda saldamente nel problema della comunicazione: il sesso, oltre a essere gioia e piacere d’amore, è il modo fondamentale con il quale la natura in ogni suo aspetto rigenera se stessa, è il principio della vita allo stato puro, dunque comunicazione in ogni aspetto, da quello cellulare a quello puramente verbale.

Gli scrittori (quasi solo maschi all’inizio) di fantascienza non potevano assolutamente rimanere insensibili a questo dato di fatto, non solo prettamente scientifico e biologico, ma anche sociologico, politico, letterario e filosofico.

Il nostro viaggio potrebbe iniziare con un racconto di Isaac Asimov intitolato «Consolazione garantita» (“Satisfaction guaranteed”, 1951, pubblicato nella famosa antologia «Le meraviglie del possibile», Einaudi, 1959) in cui una casalinga annoiata s’invaghisce del maggiordomo robotico, con esilaranti quanto piccanti situazioni equivoche.

Un celebre tema biblico e incestuoso viene affrontato nel romanzo «Lot» (1953-54) di Ward Moore, pubblicato in Italia sul numero 375 di Urania (1965), in cui assistiamo al disperato pellegrinaggio di David Jimmon accompagnato dalla moglie e dalle due figlie verso la costa ovest degli Usa, dove forse saranno risparmiati dai tremendi effetti di una inspiegata esplosione atomica. Nel romanzo, il rapporto incestuoso fra David e le due figlie, da cui appunto il titolo del riferimento biblico, ha un sapore eversivo che si mescola contestualmente con il viaggio verso la salvezza, dopo che la bomba atomica ha cambiato tutto ma non di sicuro il nostro modo di pensare, come amava sottolineare argutamente Albert Einstein.

La brava Catherine Lucille Moore (moglie del forse meno talentuoso e certamente meno continuo Henry Kuttner) sorprende con un romanzo del ciclo di Northwest Smith, cioè «Shambleau» – siamo addirittura nel 1933 – ambientato sul pianeta Marte, ormai diventato un crocevia di mondi, in cui la razza aliena delle donne aliene appunto Shambleau viene rappresentata con toni da vere e proprie mantidi seduttrici di straordinaria bellezza, una geniale re-interpretazione del mito greco della Medusa.

Come è noto a chi legge fantascienza, sarà Philip Jose Farmer a dare una bella scrollata alle ipocrisie del genere con «Un amore a Siddo» (“The Siddo Lovers” e “Rastignac the devil”, 1961-62), una vicenda incentrata sulla relazione sentimentale fra il terrestre Han Yarrow, rappresentante di una società chiusa e votata al razionalismo a ogni costo, e la bella Jeannette Rastignac, affascinante donna-insetto dalle notevoli capacità mimetiche e metamorfiche. I due arriveranno ad innamorarsi nonostante le fortissime diversità e a vivere la loro storia ma a un prezzo altissimo: Jeannette morirà durante il parto per complicazioni.

Farmer scrive una storia che ha la dolcezza del cianuro e a volte la delicatezza di un pugno nello stomaco, grazie anche a una capacità unica di rappresentazione delle scene che hanno caratterizzato il suo stile personalissimo e coinvolgente.

Tale “bravata” costò a Farmer per anni il bollino di scrittore pornografico con tutte le difficoltà del caso, anche se in realtà nell’opera mise in luce la tematica della diversità vissuta come piena accettazione e partecipazione dell’altro, piuttosto che una vera rappresentazione della sessualità, qui affrontata davvero in modo davvero risibile ma che comunque per l’epoca sembrò scandalosa. Farmer non se ne preoccupò più di tanto: anzi, ne fece un autentico e ulteriore cavallo di battaglia, arrivando a pubblicare racconti collegati che confluirono nell’antologia «Relazioni aliene» (“Strange Relations”, 1960; Fanucci, 1973): vi figuravano, oltre a “Un amore a Siddo”, quattro lunghi racconti cioè “Madre”, “Figlia”, “Figlio”, “Il fratello di mia sorella”. Racconti intrecciati l’uno con l’altro, legati da un filo conduttore scioccante. In “Madre” avviene l’incontro tra due esploratori spaziali, madre e figlio, letteralmente fagocitati da una entità aliena presente insieme ad altre sue simili e dall’aspetto di un vero e proprio utero, una storia considerata a metà strada tra l’incesto e il cannibalismo. “Figlia” vede la nascita di una creatura dalla fecondazione umana di queste creature uterine, mentre “Figlio” narra il rapporto di amore e odio fra un militare fatto prigioniero da un supercomputer installato su un sommergibile militare, un ben strano modo di trattare il rapporto tra vittima e carnefice. Al centro di “Il fratello di mia sorella” c’è invece il rapporto difficile fra un terrestre e una nativa marziana dotata di poteri psichici.

In qualche modo fa eco a Farmer colui che Asimov considerava il miglior scrittore statunitense di fantascienza di tutti i tempi, Robert Anson Heinlein, con il suo romanzo «Straniero in terra straniera» (“Stranger in a strange land”, 1961). Nella sua opera – insolitamente lunga per gli standard editoriali dell’epoca e “sopravvissuta” a diversi tagli editoriali compresi quelli della traduttrice italiana Roberta Rambelli – Heinlein narra di un nuovo messia, proveniente da Marte, dotato di capacità straordinarie e che assumerà nel tempo contorni spropositati. E’ una critica secondo molti “tosta” alla società e ai tabù da essa imposti, con un eroe che predica una rivoluzione sessuale e dove vengono messi alla berlina il consumismo imperante, la monogamia e la paura della morte, ridicolizzando il razionalismo pragmatico impersonato dal personaggio (alter ego dell’autore) di Jubal Hershaw.

Radicale fu anche considerato all’epoca il romanzo breve «Considera le sue vie» (“Consider her ways”, 1961, apparso in Italia nel 1978 sul numero 27 della rivista «Robot») del britannico John Wyndham, con un mondo dove i maschi sono completamente scomparsi a causa di un virus letale e le femmine rimaste rimangono incinte per partenogenesi. Donne per fortuna intelligentissime: nonostante la scienza abbia raggiunto livelli tali da poter ricreare il maschio in provetta, rifiutano questa strada, trovandosi bene da sole. Dissacrante e dotato di un humor sapiente che, a mio avviso, non scade nel finale dove il sorriso amaro è metafora di una società che stava premendo per cambiare e svecchiarsi.

Giocoforza parlare di Brian Aldiss, con il romanzo «La lampada del sesso» (“The primal urge”, 1961): la storia prende avvio in Inghilterra, dove un piccolo, semplicissimo congegno – impiantato in fronte per segnalare “il desiderio” – scatena una vicenda fra trasgressioni (più o meno finte) e puritanesimo, fra presunte rivoluzioni e sostanziale continuità. Quasi una parabola sulle ipocrisie della società, che si vergogna di ciò che la natura ha da sempre considerato come normalità, rappresentando una società sclerotica e autocastratrice, dove le emozioni sono ancora considerate da molti come sporche (“animali”) mentre ad altri interessano solo per vendere.

I biografi di Theodore Sturgeon ricordano che nel 1953 la pubblicazione del lungo racconto «Un mondo perduto» – dove l’omosessualità è guardata senza paure – costò all’autore l’incendio della sua casa. In molti altri racconti (alcuni dei quali ancora inediti in italiano) Sturgeon si muove coraggiosamente fra amore, sessualità e pregiudizi.

Continuando a scavare attorno a questo nucleo tematico, Theodore Sturgeon, nel bellissimo romanzo «Venere più X» (“Venus plus X”, 1960) ci porta tra i Ledom, ermafroditi umani. Non mi dilungo perché qui in blog se ne è già parlato. Sturgeon raggiunge vette di grandi intuizioni e autentica poesia, prendendo posizione a favore della diversità in ogni sua forma e grado: un motivo conduttore che unisce quasi tutta la sua opera, con l’obiettivo mai celato di farci pensare e di aiutare nel liberare le coscienze dai ceppi. Il massimo della “provocazione” sturgeoniana è nel racconto «Se tutti gli uomini sono fratelli a chi dareste in sposa vostra sorella?», uscito nel 1967 nella programmaticamente eversiva antologia «Dangerous visions», curata da Harlan Ellison; in Italia fece così paura che occorse un ventennio per tradurla.

Sturgeon immagina che su un pianeta l’incesto sia accettato come una pratica naturale. Così quel mondo viene evitato come la peste dai terrestri, i quali non “osano” chiedersi perchè la vita su quel pianeta scorra tranquilla, senza criminalità, rabbia e guerre. Un’utopia, forse ispirata da alcune usanze dei polinesiani.

Continuando a zigzagare nel tempo ecco Olaf Stapledon, scrittore di notevoli orizzonti e molto in anticipo sui tempi. Ci narra di uno strano esperimento eseguito su Sirius, un cane di razza alsaziana, che viene fatto nascere con evidenti interventi genetici. Nel romanzo omonimo – «Sirius» (1944) – Stapledon racconta di questo cagnolino venuto al mondo con intelligenza ed emozioni completamente umane. Ha dunque tratti umani positivi e negativi, verso i quali ci sentiamo attratti ma… impauriti al punto da fuggire, rendendo il cane un vero e proprio alieno, emarginato e disprezzato da tutti. Una sindrome di Frankenstein all’ennesima potenza. Ma per Sirius arriva una compagna: è Plaxy, figlia dello scienziato che lo ha creato, la quale non solo si prenderà cura di lui, ma arriverà a innamorarsi e a sposarlo, diventando per lui una moglie fedele e devota, la sua “cagna”, come lei stessa vuole definirsi.

Una vicenda dai chiari risvolti filosofici e pubblicata in Italia non a caso solo nel 1982 da Armenia Editore, dopo parecchie resistenze.

E la fantascienza italiana? Un caso notevole è il racconto del talentuoso Giulio Raiola dall’emblematico titolo «Le donne di Onfale» (apparso su “Interplanet” n° 2, La Tribuna, 1963) che per certi versi anticipa il pianeta Solaris di Stanislaw Lem. Si narra di Onfale, un mondo acquatico costituito da un gigantesco e infinito mare: una terra femminile per eccellenza, dove gli uomini sono completamente inutili, in quanto le donne possono essere fecondate dal mare.

Inisero Cremaschi ci delizia con «Il quinto punto cardinale», satira assai pungente apparsa sul primo numero della rivista «Futuro» nel 1963: un gruppo di naufraghi spaziali fonda una comunità sessuale aberrante sul pianeta in cui sono caduti, dando origine a una vicenda che ruota intorno a foto hard.

Su questo groviglio di temi Lino Aldani regala due dei suoi migliori racconti con «L’harem in valigia» e «Buonanotte Sofia», entrambi del 1963 e rieditati in «Parabole del domani» (Solfanelli, 1987).

Nel primo racconto – «L’harem in valigia» – l’incomunicabilità è tracciata sulla parabola di vita di un uomo completamente ossessionato dalle bambole gonfiabili, create con una tipo di plastica simile in tutto e per tutto alla pelle umana. Il protagonista scivola lentamente verso la totale alienazione, incapace di una vera comunicazione con l’altro sesso che non sia di narcisistica auto-referenzialità alle proprie voglie e desideri, un mondo incentrato su di lui e del quale resterà tragicamente prigioniero. Un vero “regressus ad uterum”, dove la linfa vitale rimane un mare dove annegare senza speranza, una parabola sulla miseria maschile.

«Buonanotte Sofia» anticipa certe tematiche cyberpunk della realtà virtuale; ad esempio quelle del film «Strange days», pellicola non molto riuscita della talentuosa ma discontinua Katryn Bigelow. L’umanità ha raggiunto la capacità tecnologica di produrre “onirofilm”, videocassette del futuro in cui lo spettatore diventa egli stesso attore interattivo con tutti i propri sensi: le esperienze più richieste, neanche a dirlo, sono tutte a contenuto fortemente erotico. La società si divide così in due nuove classi, da un lato i Produttori e dall’altro i Consumatori, cioè la maggioranza dell’umanità, completamente assuefatta a questa nuova droga, dove è vero solo ciò che dona piacere immediato. Un racconto dissacrante e che si presta a più livelli interpretativi; in ogni caso la sua dimensione storicistica e politica oltre che simbolica ci indice a considerarlo un piccolo capolavoro ingiustamente dimenticato.

Saltando negli anni e tornando in terra britannica, James G. Ballard ci trasporta nel terribile «Crash» (1976) in cui avviene la catastrofica unione sessuale fra carne e metallo, in una violenza vertiginosa, dove fluidi delle macchine e del corpo umano, paratie metalliche e pelle, si compenetrano dando origine al risultato mostruoso delle nostre psicopatologie quotidiane. Un testo piaciuto tantissimo a David Cronenberg (che ne avrebbe tratto un disturbante film) e a Shinya Tsukamoto, che vi si ispira per l’iperbolico e orrorifico «Tetsuo – The Iron Man»: un uomo comune rimane infettato dal metallo, il quale produce una mutazione “robotica” dolorosissima e dalle forti connotazioni erotiche.

In una science fiction a lungo dominata dai maschi e dai loro paradigmi concettuali, finalmente arriva un’ondata di scrittrici – più o meno apertamente femministe – a parlare di sesso.

Iniziamo con la sublime Ursula K. LeGuin. Nel romanzo «La mano sinistra delle tenebre» (1969, apparso in Italia per l’editore Libra nel 1971) abbiamo la descrizione particolareggiata del pianeta Inverno. Nel periodo di “kemmer” i suoi abitanti vanno incontro alla determinatezza sessuale, che però non ha mai un esito sicuro di appartenere a questo o a quel gruppo, ma è sempre casuale, in sostanza ogni persona sarà alternativamente maschio e femmina, soggetto a gravidanza. Nelle forme di un romanzo è un approfondito discorso su sesso e genere, sui preconcetti e sui tabù vigenti.

Dovendo dare un’etichetta a Ursula LeGuin si potrebbe parlare di una femminista libertaria, come risulta evidente soprattutto nel bellissimo «I reietti dell’altro pianeta» (in varie edizioni italiane) dove viene rappresentata «un’ambigua utopia», come sottolinea il sottotitolo. Sul pianeta Anarres vige una libertà individuale assolutamente rivoluzionaria rispetto al vicino Urras: un mondo genuinamente anarchico, dove anche la libertà sessuale sembra acquisita… eppure Anarres è ben lontano da essere un “paradiso”; per l’appunto anche l’utopia è ambigua.

E’ del 1975 il romanzo «The Female Man» della femminista militante Joanna Russ, con 4 donne in quattro dimensioni parallele diverse anche rispetto a sessualità, ruoli, poteri legati al genere. Solo nell’ultima dimensione esiste il mondo utopico di Whileaway, con sole donne: qui il prototipo di umanoide è proprio il “Female Man”, la “Femmina Uomo”. Romanzo ricchissimo per i contenuti ma letterariamente meno efficace forse perché troppo “programmatico”.

Dagli anni ’70 in poi molte donne irrompono nella fantascienza con risultati notevolissimi: in ordine sparso Anne McCaffrey, Joan Vinge, Phyllis Gotlieb, Lisa Tuttle, Naomi Mitchinson, Octavia E. Butler (della quale qualcosa si è detto in blog ma toccherà riparlarne con calma), Kate Wilhelm, Chelsea Quinn Yarbro, Cherry Wilder, Elizabeth Lynn, Josephine Saxton, la più politica Marge Piercy, Pamela Sargent, Joan D. Vinge, F. Gwynplaine MacIntyre…

Fra tutte loro spicca soprattutto James Tiptree Jr, ovvero Alice Sheldon, morta suicida nel 1987. Dietro lo pseudonimo maschile (e per lungo tempo nessuno seppe di quella beffa) Alice Sheldon fu eclettica nella sua scrittura, prendendo ispirazione sia dall’hard science fiction che dalle sofisticate atmosfere della “soft science fiction”, per sperimentare anche alcune indicazioni della “New wave”.

Uno dei motivi conduttori della sua narrativa è la tensione fra il libero arbitrio e il determinismo biologico, fra la ragione e il desiderio sessuale, quest’ultimo rappresentato con estrema schiettezza sia nei suoi risvolti giocosi sia nelle sue sfumature minacciose e violente.

Nel racconto «Le donne invisibili» in un gruppo di scienziati contattato da alieni assai misteriosi solo due donne decidono di andare con loro: non rapite ma decidendo di propria volontà, dopo aver valutato le ridottissime possibilità che hanno sulla Terra, dominata dai maschi.

«Amore è il Piano e il Piano è la morte» è un racconto oscuro senza esseri umani, dove una creatura aliena cerca di razionalizzare i propri istinti brutali che la guidano nel suo processo vitale. Mentre in «La soluzione Screwfly» suggerisce come gli esseri umani potrebbero razionalizzare un’esplosione di follia omicida e sessuofobica.

Tiptree mette in luce il bisogno assoluto (e difficile) di comunicazione fra i sessi: non solo gli uni con gli altri, ma anche con se stessi. Una scrittrice da riscoprire, peccato che quasi tutti i suoi racconti siano ormai introvabili in italiano.

Gli anni ’80-’90 sono caratterizzati, secondo Vittorio Catani, da «una voglia di desacralizzazione del corpo, sottoporlo a ogni sperimentazione possibile, reificarlo, esaltarlo, distruggerlo, usarlo come uno strumento, un’interfaccia, renderlo obsoleto». In questo quadro, il sesso non poteva non rivestire una funzione essenziale; e la narrativa – fantascienza in testa – subito ne prende atto.

A tale proposito, vorrei citare in conclusione un romanzo di John Barnes, «Sistema virtuale Xv» (“Mother of Storms”, 1994) pubblicato nella collana Cosmo Oro della Nord (1996). Come argutamente commenta Vittorio Catani «indipendentemente dalla trama (l’avvento di registrazioni sensoriali, e quindi il contrabbando di emozioni registrate, anche estreme e abominevoli, carpite con violenza a uomini donne e bambini) si tratta di un testo dalla scrittura quasi mainstream, contenente sangue e sesso a volontà; perfettamente in linea col clima dei tempi».

Il sesso incomprensibile degli alieni sembra ormai solo un ricordo, ma l’ossessione rimane spesso la stessa, oscillando fra questioni non decifrate di genere e incomunicabilità sessuali.

L’alieno è stato – e a volte è tuttora – visto come un pretesto per parlare della natura che sfugge al controllo della Ragione: l’eterno femmineo appare come un’ombra scomoda che può destabilizzare la coscienza. In questo contesto a volte la società patriarcale e scientifica viene messa alla berlina, rea di essere troppo ottusa per stabilire un rapporto paritario con “l’altra metà del cielo”. Nei mondi detti reali e in quelli possibili l’ostilità (il razzismo aperto a volte) verso gli alieni e verso una libera sessualità procede di pari passo: l’uno è la forza motrice dell’altro, grazie a paure (spesso indotte da “imprenditori politici”), convenzioni sociali e religiose, pregiudizi conficcati nella nostra testa a minare le possibilità di ricerca e di comunicazione serena con “l’altro” da noi.

 

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