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15 dicembre 2014 / miglieruolo

Il bolscevismo di fronte ai Soviet

(dal blog di Daniele Barbieri)

Di Mauro Antonio Miglieruolo
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Si è fatto un gran parlare negli ultimi decenni delle responsabilità soggettive dei bolscevichi negli esiti disastrosi della Rivoluzione d’Ottobre. I discorsi incentrati su tali responsabilità in genere le ingigantivano al punto da arrivare a teorizzare che la chiave per comprendere quegli ormai lontani (e gloriosi) avvenimenti era da reperire nelle posizioni di Lenin sul partito, nella soggettività dei dirigenti comunisti, nella ferocia di Stalin. Meno soggettivista (e più ideologica) la posizione dei nemici dei lavoratori. A fronte dello stalinismo, che con l’innovazione tecnica (cioè lo sviluppo delle forze produttive) apriva la strada a una concezione volontaristica della ricerca e tecnicistica della lotta di classe (la modernizzazione quale motore della storia); gli avversari del comunismo, che usavano Stalin come figura di comodo per poterlo diffamare (operazione squisitamente stalinista), individuavamo nei suoi atti, finalizzati (paradossalmente) alla restaurazione del dominio di classe in URSS, l’attuazione di una caratteristica immanente (costitutiva) del comunismo. Secondo costoro il comunismo promuoveva la distruzione di se stesso per potersi meglio manifestare!

Ritengo allora sia legittimo affermare che le critiche ai bolscevichi e le critiche a Stalin, formulate in questo e modo e con tali finalità, costituiscono l’indice del permanere dell’egemonia ideologica della borghesia anche dopo la rottura rivoluzionaria (da cui la necessità, scoperta tardivamente, di andare oltre la stessa Rivoluzione Permanente di matrice trotskista: di arrivare al “bombardate il quartier generale” di maoista memoria, parola d’ordine che segnò l’inizio della Rivoluzione Culturale). Di più: bisogna avere il coraggio di affermarlo. Che per tutto un periodo, un lungo momento sopravvissuto alla vita politica di Stalin, fummo, ognuno in un suo specifico grado, stalinisti. Fummo tutti cioé, in piccola o grande parte, aldiquà della rottura teorica operata da Marx.
Dal cui dettato per altro occorre ricominciare; non per restare a Marx ma, come è stato detto, per andare oltre Marx. Per arrivare a completare quella Scienza della Storia di cui Marx ha posto le basi.
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Ammetto che mi contenterei qui di molto meno: di riuscire ad andare oltre i commentatori che, a volte involontariamente, a volte volutamente, hanno diminuito la Rivoluzione d’Ottobre e i suoi protagonisti. Il presente breve pezzo rappresenta la condensazione di questo desiderio. Iniziamo perciò a vedere alcuni di questi tentativi di dannare la memoria bolscevica.
Per Bethlheim (altrove quasi sempre più lucido lucido) i bolscevichi, con il loro intervento nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1917 (24 ottobre), avrebbero, soffocato la marea montante dell’iniziativa rivoluzionaria delle masse impedendo sin dall’inizio si instaurasse una dittatura proletaria (sostituita da una dittatura di partito). Secondo altri è il principio del centralismo democratico all’origine di quel verticismo (diventato col tempo sostitutismo) che burocratizzando il Partito Comunista ha reso possibile lo stalinismo. Per altri ancora è stata la riorganizzazione dell’esercito basata sulle vecchie gerarchie militari messa in atto da Trotsky (l’esercito tradizionale più i Commissari del Popolo) ad avere esercitato un peso decisivo nella restaurazione degli appariti repressivi dello stato, quindi di quella sorta di colpo di stato reazionario che, mascherato da Congresso di Partito, nel 1927 ha abolito di fatto l’Opposizione interna (servendosi delle leve del potere, Stalin avrebbe manovrato per far eleggere delegati a lui fedeli. La stessa operazione, che ha fatto storcere la bocca a Trotsky, tentata da Zinovev e Kamenev nelle zone sottoposte al loro controllo. Essendo la loro influenza molto meno vasta di quella del Segretario generale, burocrazia contro burocrazia, inevitabile finissero con il soccombere).
Come appare evidente tutti questi commenti sono inerenti alla coscienza e alle capacità individuali dei protagonisti. Alla inclinazione di Trotsky a trovare soluzioni tecniche là dove occorre siano politiche; alle illusioni bolsceviche sul ruolo delle avanguardie in quanto espressione della coscienza delle masse; alla scarsa fiducia nelle masse di Zinovev e Kamenev. Non sono sicuro che all’origine di questo modo di impostare la critica politica, sia da ascrivere all’influenza più o meno sotterranea del modo borghese di concepire la storia, una storia fatta di “capi”, di geni o generici uomini e superuomini di valore. Né sono sicuro che, a parte le ultimissime generazioni, essendo il volontarismo stalinista una delle tante forme con cui si manifesta l’egemonia borghese*; ed essendo tutti noi malati di questo volontarismo, che prendeva spesso le forme dello spontaneismo (se non del fideismo), siano molti i vecchi comunisti che potrebbero alzarsi per puntare un dito accusatore. Sono sicuro per altro che può esistere un modo migliore di valutare quegli ormai lontani avvenimenti.
Il problema non è difendere i bolscevichi, o fornire giudizi più equilibrati sulla loro opera; il problema è inquadrare i loro errori, che pure ci sono stati, nella giusta prospettiva: cioè nel quadro delle lotte di classe teoriche alle quali ha dato avvio la rottura epistemologica di Marx, tenendo conto della congiuntura storica all’interno del quale i bolscevichi sono stati costretti a operare.
Dunque, occorre operare un piccolo spostamento di prospettiva per ricordare la verità elementare che non sono gli uomini (intesi come singoli esseri umani) a fare la storia, ma le masse sotto la direzione delle classi che si contendono il potere. Così come non sono i soldati a fare le guerre (si limitano a combatterle: anzi sono limitati, cioè costretti, a combatterle). Per ricordare anche che l’arte della politica è l’arte dell’intervento nella congiuntura, là dove le più svariate difficoltà mutano in possibilità. Ma appunto gli uomini non determinano la congiuntura, ma fanno parte della massa di condizioni e contraddizioni che incrociandosi, sovrapponendosi e sovradeterminandosi offrono quel punto nodale fatto di equilibrio squilibrio che apre immense possibilità agli individui che lo sappiano utilizzare (far leva su una contraddizione per ottenere una nuova e diversa congiuntura, più favorevole e poi ancora più favorevole, sulla quale intervenire).
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A questo proposito lo stesso Betlheim, al quale possiamo perdonare almeno la leggerezza pronunciate sulla famosa notte in cui i bolscevichi presero il potere**, rimette al centro della discussione la rivoluzione nei rapporti di produzione quando ricorda quanto abbia pesato nello sviluppo dell’involuzione politica l’adozione acritica dei metodi di lavoro ispirati al fordismo.
Non è il caso qui di riprendere la discussione che si è sviluppata per tutti gli anni settanta e ottanta e oggi sembra aver perso molto del suo vigore. I tempi della celebrazione (e questa che state leggendo lo è) sono tali da impedire che ci si possa dilungare su questione teoriche che palesemente sono molti più grandi dei pur grandi anni settanta che ne hanno visto la classe operaia perennemente all’attacco.
Resta la questione di metodo: del nostro metodo. Di affrontare la complessività della situazione partendo sempre da un punto di vista di classe, o meglio dal punto di vista della realtà permanente della lotta di classe. Della lotta che ininterrottamente il capitale conduce contro il lavoro; e della lotta difensiva posta in atto dal lavoro per non lasciarsi schiacciare dal capitale. Solo a patto di restituire ai bolscevichi ciò che la storia scritta dall’avversario di classe ha loro sottratto è uno degli aspetti (fondamentali) di questa azione difensiva; l’altra, ancora più importante è servirsene (servirsi delle stesse iniziative ideologiche della borghesia) per trarre insegnamenti sul “che fare” dei impegnativi e pesanti tempi brevi che ci aspettano; nonché per dare avvio a quella riflessione che può portarci all’oltre Marx necessario e imprescindibile per poter mettere a punto quegli strumenti di analisi della realtà che l’attuale scarsa capacità di incidere su di essa rende urgente trovare.

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* Alcune delle caratteristiche proprie allo stalinismo sono presenti anche nelle ideologie programmaticamente antistaliniste borghesi che ostentano di combatterlo. Tali ideologie si dicono antistaliniste pur essendo solidali con lo stalinismo. Pure praticandone i metodi (oggi Renzi, ieri i segretari del Partito Comunista, che ne tolleravano o promuovevano la pratica all’interno dell’organizzazione), trovano comodo emendarsene accusando Stalin, per poter accusare il comunismo. Detto altrimenti additano al ludibrio pubblico gli stessi vizi che praticano. Che vedono negli altri per poterli nascondere a se stessi. In realtà ciò che aborrono dello stalinismo è la dichiarata eredità marxista, un pensiero da esorcizzare, al quale occorre negare ogni legittimità filosofica e scientifica; nonostante sia chiaro a tutti che questa eredità consiste nell’assunzione del linguaggio marxista, dal quale p stato per altro cancellato ogni traccia di pensiero critico.
Tra le caratteristiche che pensiero borghese e pensiero stalinista hanno in comune, una delle più singolari è il concetto di culto della personalità, concetto universale ma paradossalmente assegnato allo stalinismo come suo aspetto saliente ed esclusivo (l’Occidente è sempre stato pieno ed è pieno di culto della personalità); segue poi la concezione del socialismo come uniformità e costrizione delle coscienze e delle stesse condizioni materiali di vita, concezione praticata in URSS, ma tendenziale anche nel resto del mondo e apertamente in contraddizione con il programma del comunismo compiuto (da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni); e la più grande di tutti (somma mistificazione), il comunismo come strumento per l’emancipazione del lavoro, convinzione che capovolge le finalità storiche del socialismo, che essenzialmente è emancipazione dell’Umanità, emancipazione che passa attraverso quella dei lavoratori; i quali per liberare se stessi dovranno farsi carico della libertà di tutti gli esseri umani.

** Prima di formularla avrebbe dovuto chiedersi il perché le masse, che si trovavano in uno stato di effervescenza straordinaria, abbiano non solo accettato di lasciarsi prendere in contropiede, senza reagire, dai bolscevichi; e perché ne abbiamo seguito le direttive per oltre quattro anni accettando un carico di sacrifici enormi, senza mettere in campo alcun tentativo, neppure embrionale, di uscita a “sinistra”. Il primo e per altro unico infatti è del 1921 (fatti di Kronstadt).

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