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4 gennaio 2015 / miglieruolo

Buon 2015 n. 3 (mini racconto)

Come accadeva ormai tutti gli anni, spero non capiti mai più, arrivai con un certo ritardo. Il ritardo di una anno, di dieci, di settantadue. Ero atteso per il 2014, per il 2013 e il 2012 e per tutti gli anni precedenti in cui ero rimasto inerte. Sonnolente, ignaro di me stesso. Mi sono deciso quest’oggi, nell’anno di grazia 2015.

Arrivato che fui ai piedi degli scalini, il primo ostacolo da superare, esitai. Ignoravo cosa mi convenisse fare, ero nuovo a quell’impresa; ed insicuro di volerla iniziare. Molti i timori, le difficoltà nel dare il passo. Temevo l’inoltrarsi necessario nel lastrico antistante la casa, la neve che forse era diventata ghiaccio; temevo me stesso, le mie paure, la mia goffaggine. Temevo il prossimo come me stesso. Inoltrarsi, procedere, bussare alla porta illuminata poteva comportare esiti di grande delusione. Altrettanto però poteva riserbare la viltà e l’omissione, la fuga di tutta una vita. Se non altro il dubbio e il rimprovero per tutto il resto dell’esistenza, l’essere rimasto il solito, colui che teme di osare.

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Ma non era per caso che mi ero mosso al termine del giorno, quando più faceva freddo. Per fornirmi di un alibi, certo, ma anche mettere alla prova la nuova determinazione. Il mio possibile amore era lì, all’interno di quella solida graziosa struttura, scorza dura dell’anima ed emanava luce, illuminava il resto del giorno come se fosse giorno pieno. Mi chiamava, mi attirava. Una tantum risposi a quel richiamo. Osai. Mi mossi per andare a bussare. Salii il secondo gruppo di gradini e fui, un poco illuminato anche io, alla luce che emanava dalle molte finestre, legato da quelle tante luci. Era tutta luce quella dimora. Ne udivo le voci, le tante gioiose presenze (quale mi avrebbe aperto?), dei cui sospiri mi confortavo; ma sopratutto era quell’nterminabile e incontenibile lucore ad attrarmi, a impedirmi di commettere un ennesimo episiodio di viltà.

Quella luce mi diceva qualcosa, mi diceva molto. Impossibile ignortarla, come avevo sempre fatto. Mi parlava per avere ascolto, non più chiamando, pregando, forse persino piangendo. Mi parlava con l’autorevolezza di chi sa che troverà ascolto. Di chi sa che le sue parole sono nello scopo dell’interlocutore. Nelle impalpabili parole di quella luce io sapevo, sapienza che proveniva dalla sintonia con l’innato che alberga in ogni persona che accetta di darsi ascolto, sarebbe stato l’amore in persona a aprirmi.

Bussai, allora, bussai una sola volta.

La porta si aprì e mostrò il Paradiso in terra che si celava dietro. Fiamme, stelle filanti, un biluccichio infinito di stelle, nel velluto nero dello spazio. Sulla soglia invece nessuna fantasmagoria, il normale di un uomo  sorridente. Un me stesso sorridente.

Tese la braccia e gli offrii il rifugio delle mie. Per fonderci insieme, dopo il troppo blasfemo che avevo accettato ci dividesse. Lo abbracciai per non dover essere più solo Mauro, ma tutti i nomi possibili nel mondo. Il primo dei quali è Mauro e l’ultimo ugualmente Mauro.

Mauro Antonio Miglieruolo

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