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9 gennaio 2015 / miglieruolo

Il potere dell’istruzione

fahma

Così Fahma Mohamed, somala-britannica, oggi diciassettenne, ha deciso che almeno lei avrebbe fatto qualcosa. Assieme a “Integrate Bristol”, un’organizzazione pro diritti umani della sua città, ha organizzato una campagna di raccolta firme in calce ad una petizione che chiedeva addestramento obbligatorio in merito alle MGF per tutto il personale della pubblica istruzione. Le firme collezionate sono state oltre 230.000; la campagna si è guadagnata il pubblico sostegno di Malala Yousafzai e del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon: e ha ottenuto quel che voleva.

“Si stima che in Gran Bretagna le donne e le ragazze mutilate siano circa 137.000. Stiamo ancora lottando, affinché la consapevolezza sulle MGF sia insegnata in tutte le classi scolastiche del Regno Unito. Troppe ragazze, sia qui sia molto distante da qui, stanno attraversando questa esperienza devastante e traumatica. Io ritengo sia mia responsabilità dare voce a queste giovani, molte delle quali non hanno nulla che le sostenga e soffrono completamente da sole.”, dice ancora Fahma, “Molte donne della mia comunità somala in precedenza avevano paura di parlarne. Adesso non solo si sono unite alla nostra campagna, ma si sono pubblicamente impegnate a far sì che le loro figlie e nipoti non attraversino questa esperienza.”

Fahma, che si identifica come “difensora dei diritti umani”, è un concentrato di forza, inventiva, convinzione ed umiltà: “So che ci sono numerose difensore e difensori dei diritti umani in situazioni estremamente difficili. Per me è un’ispirazione sentire di queste persone che mettono in palio la loro vita per la libertà. Le mie lotte non sono neppure paragonabili alle loro.” Tuttavia, ha dovuto fronteggiare la sua dose di odio e contrattacco non appena la campagna è partita. Ad esempio in occasione della premiere di “Silent Scream” (film sulle MGF prodotto da “Integrate Bristol”), ricorda Fahma, “Un gruppo venne a protestare e a scandire slogan. Non erano molti, 75 uomini e un’unica donna, consigliera comunale a Bristol, ma alcuni di loro avvicinarono le famiglie di chi aveva recitato nel film, diffamandolo come “pornografico”, e insistendo che noi giovani non stavamo facendo questo di nostra volontà, ma eravamo stati costretti dai nostri insegnanti. Era l’inizio della nostra campagna e noi eravamo solo in 14!”

Come da manuale, sui media l’iniziativa fu dapprima ignorata, poi ridicolizzata e definita “esagerata” e “inutile”… poi, il sostegno nazionale e internazionale ad essa è diventato troppo grande per poterlo scopare sotto il tappeto. Successivamente, Fahma e le sue amiche e i suoi amici hanno realizzato brevi documentari video e canzoni, materiale condiviso con altre/i attiviste/i contro le MGF in tutto il mondo, e specialmente in Africa. Una delle cose su cui è molto impegnata attualmente è far pressione affinché le MGF siano riconosciute esplicitamente nell’ambito delle Nazioni Unite come violazione dei diritti umani: “Bambine e ragazzine sono irreversibilmente mutilate contro la loro volontà e devastate fisicamente, emotivamente e mentalmente. Non c’è altro modo di definire il deprivarti dei diritti sul tuo stesso corpo se non come enorme violazione. Centinaia, migliaia di ragazze sono sottoposte alla procedura in questo stesso momento. Se le NU aggirano la questione, o si nascondono dietro un linguaggio eufemistico, come aiuteremo queste ragazze? E peggio ancora, come riusciremo a sradicare mai la pratica, se non possiamo neppure dire cos’è?”

Fahma Mohamed è convinta che il riconoscimento ufficiale della violazione da parte delle Nazioni Unite non solo farebbe luce sulla gravità della questione aumentando le chances di abbandono delle MGF, ma potrebbe spingere l’agenda della formazione nelle scuole nei paesi come Nigeria e Gambia ove le mutilazioni sono prevalenti.

Come Malala, Fahma crede profondamente nel potere dell’istruzione: “Con l’istruzione come nostra arma principale in questa lotta, metteremo fine alle mutilazioni genitali femminili una volta per tutte.” Maria G. Di Rienzo

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