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14 gennaio 2015 / miglieruolo

Terremoto di Messina: 30 secondi di inferno e 120 mila morti

Quella che segue è una scor-data, esattamente quella realtiva al disastro del 28 dicembre 1908. Cosa siano esattamente le scordate lo apprenderete leggendo la nota in calce a firma Daniele Barbieri.

Andate nel blog omonimo a leggervele. Troverete disegnata le linee fondamentali per una storia diversa da quella corrente.

Basta poco, considerato il piattume imperante nei media, per tracciarla. Sul blog troverete quel poco. E anche il tanto (tantissimo) che spesso altrove latita.

Mauro Antonio Miglieruolo

***

di Domenico Stimolo (*)  

Il terremoto durò poco più di trenta secondi. Interessò l’area dello stretto. La zona è di storico, altissimo rischio sismico (qui di recente “gli innovatori” volevano costruire il ponte e purtroppo i progetti covano ancora sotto le ceneri).

Fu un sisma devastante, assieme al successivo maremoto che investì gran parte della costa, ionica (sicula) e del sud della Calabria. Centoventimila le vittime.

 

Il cataclisma naturale più terrificante, per perdita di vite, mai verificatosi nella penisola italica, a memoria di storia umana.

Un rombo terribile precedette la scossa – prima ondulatoria, poi sussultoria – attorno alle 5.20 del mattino. Magnitudo 7,2, XI della scala Mercalli cioè il penultimo livello della graduatoria, etichettato come «catastrofico». Nei sismografi i tracciati ebbero un’ampiezza di oltre 40 centimetri.

Diversamente da quanto avvenuto con i terremoti del 9 e 11 gennaio 1693, epicentro Val di Noto, che riguardò tutta la Sicilia centro-sud orientale (45 centri abitati distrutti, 60.000 vittime), nel 1908 l’area toccata dalla distruzione totale non fu grande. Messina, già il 5 febbraio 1783, era stata devastata da un terremoto che aveva coinvolto tutta l’area sud della Calabria.

L’evento del 28 dicembre 1908 fu apocalittico. L’epicentro fu nello spazio di mare fra la Sicilia e la Calabria e in linea diretta interessò le zone limitrofe. Densamente abitate; in particolare Messina e Reggio Calabria che contavano rispettivamente 140 mila e 45 mila abitanti.

A Messina, con le abitazioni distrutte ed inagibili quasi al 90%, le vittime furono 80.000; altre 15.000 a Reggio Calabria. Decine di migliaia i feriti.

La tragedia fu ancor più sconvolgente considerato che a quell’ora, tranne poche eccezioni, le persone furono colte nel sonno. Inesistente, di fatto, la possibilità di qualsiasi “autodifesa”.

Trentasette secondi non permettevano alcuna possibilità di scampo, di cercare un riparo per fuggire dalle proprie abitazioni. Al buio, mentre un’enorme asfissiante nuvola di polvere avvolse Messina, sotto una sopravvenuta pioggia torrenziale….e il successivo, devastante maremoto che si abbatté lungo la costa con onde altre fino a tredici metri.

Messina si contrassegnava di fatto come una grande città, con rilevanti e strutturali caratteristiche storiche, culturali e sociali. Già nel censimento del 1901 con 149.778 abitanti era la seconda città in Sicilia (dopo Palermo) e la decima in Italia. Un’area piena di attività, con un porto – come quella notte – sempre pieno di navi, specie in quei giorni di sosta date le festività, e di fitto traffico commerciale che si dipanava lungo le rotte della penisola, e anche ben oltre.

Diverse le testimonianze dell’orrore; di chi, sveglio, era “lontano” dal luogo del disastro o si trovava inconsapevolmente all’erta. Su una nave in avvicinamento, come il traghetto Calabria che con centinaia di passeggeri stava navigando nello Stretto, sommerso, ma poi “risalito”, dagli enormi marosi. O, come l’ equipaggio della nave inglese Afonwen, ancorata nel porto, che proprio in quegli istanti si preparava a partire, sul far dell’alba. Oppure chi, si trovava, nelle colline circostanti Messina. E ancora – testimonianza agghiacciante – un medico, che alzatosi molto presto per andare alla stazione ferroviaria, così raccontò: «dovevo partire da Messina per Taormina alle 5.20; alle cinque pertanto ero sveglio, seduto sulla sponda del letto, ancora in mutande, e mi accingevo a vestirmi. Nella mia casa sita in piazze del Municipio, poco distante dal teatro omonimo, regnava un silenzio profondo. Mia madre, mia sorella dormivano. D’un tratto un rumore formidabile, come lo scoppio di cento-mille bombe rompe il silenzio della notte, e a questo – che a me sembra un esplosione terribile – succede uno scroscio impetuoso di piogge torrenziali, riversatosi sulla terra, seguito da un sibilo sinistro… sporgo il capo fuori e vedo i comignoli delle case convergere e divergere… un nuovo formidabile fragore mi fa traballare… i piani superiori erano crollati».

Totalmente divelte le vie di comunicazione (molto esigue in quell’epoca) gli unici aiuti potevano arrivare dal mare. Così avvenne. Primo esempio di naturale solidarietà fra i popoli, i primi a sbarcare, numerosissimi, furono i marinai russi, all’alba del giorno successivo, il 29 dicembre. Da alcune settimane una rilevante squadra navale della marina russa (imperiale, c’era ancora lo zar) incrociava, in esercitazione, nel Mar Mediterraneo. Composta, fra l’altro, da due corazzate, due incrociatori, due cannoniere. Le squadre di intervento – costituite essenzialmente da giovanissimi dei corsi dell’Accademia Navale e studenti della Scuola di ingegneria navale- sbarcarono e si distribuirono per tutta la martoriata Messina portando, aiuto, viveri e intenso supporto operativo. Le due corazzate avevano a bordo un equipaggio costituito da 1603 uomini. Complessivamente sulla flotta russa erano imbarcati quasi tremila marinai. Tutti, infaticabili, si operarono per portare soccorso. I marinai furono divisi in squadre di cinque uomini. Iniziarono subito l’azione di salvataggio degli scampati sotterrati sotto le rovine. L’intervento fu di grande efficienza. Raccontarono le cronache che ogni squadra, nella prima fase delle operazioni, riuscì a salvare in media 7 persone l’ora.

Poi arrivarono i cadetti di una nave inglese. A ricordo perenne della grandiosa opera d’aiuto portata dai marinai russi (alcuni morirono durante le operazioni di salvataggio travolti dalle rovine) nel 1978 una lapide fu posata sulle mura del Municipio della città. Così recita: «nel ricordo dei generosi aiuti immediatamente prestati dagli equipaggi delle navi di battaglia russe».

In successione, arrivarono le navi italiane. Via terra iniziano a partire i gruppi di soccorso, in particolare da Catania. Preso atto dell’immane disastro che aveva colpito l’area dell’estremo nord orientale della Sicilia e il sud della Calabria, vennero mobilitati moltissimi reparti dell’esercito. Forti raggruppamenti militari erano stanziati a Messina, molte le caserme e i comandi però dopo l’accadimento non assunsero una funzione propulsiva nell’organizzazione degli aiuti alla popolazione: le cronache riferiscono che a Messina fossero presenti 2564 soldati e 130 ufficiali, anche della brigata Sassari e della divisione dei Reali Carabinieri; uscirono salvi 1941 soldati e 59 ufficiali.

La vita cittadina restò sconvolta per molte decine di anni. La ricostruzione fu lenta e travagliata. Ancora oggi, in diverse zone si vedono molte abitazioni con struttura terranea, nate per la provvisorietà, e rimaste lì – tuttora abitate – per oltre un secolo.

Data l’altissima sismicità di queste zone speriamo di cavarcela in futuro. A “sentire” ciò che è stato realizzato sul piano della infrastrutturazione preventiva dai vecchi e nuovi governanti… non c’è proprio da stare sereni.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.
Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 28 dicembre avevo, fra l’altro, queste ipotesi:1835 e 1862: due stragi contro i nativi americani; 1896: il treno dei Lumière; 1907: nasce Miemeyer; 1943: fucilati fratelli Cervi; 1944: nasce Kary Mullis; 2004: Spagna legge contro violenza di genere. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.
Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it ) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.
Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su http://www.radiazione.info .
Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… è un’impresa più complicata del previsto, vi aggiorneremo. (db)

 

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