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30 gennaio 2015 / miglieruolo

Scor-data: 2 gennaio 1862: Rivolta e strage a Castellammare del Golfo

dal blog  di  Daniele Barbieri
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Un’analisi di Salvatore Costanza (*)

Pochi i fatti accertati. Sono 300 o 400 i giovani che nel primo pomeriggio del 2 gennaio 1862 entrano a Castellammare del Golfo preceduti da Francesco Frazzitta e Vincenzo Chiofalo con una bandiera rossa. Assaltano le case di Bartolomeo Asaro, che era il Commissario di leva, e di Borruso, Comandante della Guardia Nazionale Borruso. I due vengono uccisi e le loro case bruciate. Immediata la repressione: il giorno successivo due navi da guerra sbarcano centinaia di bersaglieri. Le vittime della rappresaglia ufficialmente sono 7, uccise senza processo: Mariana Crociata, Marco Randisi, Benedetto Palermo (un sacerdote), Angela Catalano, Angela Calamia, Antonino Corona, e Angela Romano (di appena 9 anni). Si narra – ma non esistono prove al riguardo – che i morti fossero molti di più.

Leggendo la lunga analisi che segue – di Salvatore Costanza – si tenga presente che i cosiddetti Cutrara erano funzionari locali (nobili o pseudo tali) quasi sempre corrotti. (db)

La sommossa popolare del capodanno 1862 a Castellammare del Golfo e la sanguinosa repressione che ne seguì, come altri episodi del genere verificatisi in Sicilia tra la fine del 1861 e il gennaio del ’62, sono ricordati dalla storiografia regionale per il loro carattere «anarchico», o acefalo, ma chiaramente orientato in senso antigovernativo a causa dell’intervento, più o meno diretto, delle opposizioni di destra e di sinistra, spinte a un’azione convergente da un comune spirito di rivalsa nei confronti dello Stato unitario uscito dal compromesso liberal-moderato. Al malcontento popolare contro la coscrizione militare obbligatoria (istituto quasi sconosciuto agli abitanti dell’isola) si collegò quindi la condotta eversiva di legittimisti e autonomisti, nonché di repubblicani e reduci garibaldini, i quali reagirono in questo modo con insensati colpi di mano alla loro emarginazione politica. La documentazione proveniente dalle fonti ufficlla prefettura e della magistratura, sembra confermare questa interpretazione; ma è bene ricordare che il reticolo informativo di cui disponevano le autorità del tempo era spesso costruito su equivoche manipolazioni della polizia, la quale si serviva a tal fine di delatori e confidenti già utilizzati con pari credito dal passato regime (nota 1).

Sicché il giudizio di chi sostiene una tendenziale presa sull’opinione pubblica delle idee repubblicano-socialiste, ovvero di un diffuso rigurgito reazionario, non può essere accolto senza ulteriori verifiche a livello di storia locale e, soprattutto, senza ricostruire il nesso centro/periferia in cui si saldano metodi della gestione politica e dati strutturali.
Intanto la discussione che, il 15 gennaio 1862, si ebbe alla Camera dei deputati sui fatti di Castellammare (e che fu provocata da un’interpellanza di Vito D’Ondes Reggio indirizzata al ministro della Giustizia) non pregiudicava la sostanza delle scelte repressive adottate dal governo dei moderati, tenuto conto delle condizioni eccezionali dell’ordine pubblico in Sicilia e nel Mezzogiorno d’Italia. Semmai veniva contestato l’uso formalmente non corretto delle operazioni militari e dei giudizi sommari contro i «ribelli presi colle armi alla mano». Destra e Sinistra concordavano, infatti, sulla necessità di un certo rigore nell’assicurare la tranquillità dei cittadini e la salvaguardia dei loro beni, nonché sullo stesso timore che la stabilità del nuovo regime potesse essere minacciata dalle mene di borbonici e clericali.
Non a caso, D’Ondes Reggio aveva rivolto la sua interpellanza solo al Miglietti, che reggeva allora il dicastero di Grazia e giustizia, e non agli altri ministri, dell’Interno e della Difesa, la cui legittimità nell’esercizio delle funzioni di tutela dell’ordine pubblico e nella repressione militare di episodi ribellistici contro i poteri dello Stato era da lui considerata fuori discussione. L’intervento dell’esercito gli era invece parso illegittimo sul piano delle garanzie statutarie, poiché i «presunti» colpevoli erano stati sottratti a un diritto sancito dallo Statuto, oltre che dai «principii di universale Giustizia»: quello, cioè, di essere giudicati da un tribunale, sia pure di guerra, come era avvenuto a Bronte, durante la repressione comandata da Bixio contro i “comunisti” e il loro capo. (Con esito, bisogna dire, non dissimile da quello registrato a Castellammare). Lo stesso D’Ondes Reggio, a conclusione del dibattito parlamentare, si era dichiarato soddisfatto non tanto della risposta del ministro, che era stata anzi elusiva, ma della riaffermazione di un principio che in ogni caso era stato un po’ da tutti riconosciuto: «Lo scopo che io volevo ottenere, e credo che l’avrò ottenuto, sono franco nelle cose mie, è che in appresso simili ingiustizie non avvenissero più» (nota 2).

Se era scontato l’atteggiamento dei rappresentanti dell’ala moderata piu intransigente, specie dei deputati siciliani e meridionali, la cui richiesta perché fossero adottate misure più severe di controllo poliziesco non intendeva comunque deprimere il rispetto delle regole di convivenza civile stabilite tra governo e governati, tuttavia il pensiero dei democratici ci appare egualmente preoccupato e, in definitiva, irresoluto proprio nella considerazione del malessere sociale del Paese. Crispi ribadì il 15 gennaio i giudizi negativi sull’operato del governo espressi nell’agitata seduta del l0 dicembre 1861, ma essi riguardavano soltanto i metodi, ritenuti faziosi e arbitrari, dell’amministrazione centrale: «lo comprendo che, nelle presenti condizioni politiche d’Italia, il Governo debba avere quell’energia, senza la quale non si salvano le nazioni. Ma energia non significa incostituzionalità; energia non significa che ad ogni momento si possano fare arresti e adottare partiti arbitrarii. Energia significa invece fare tutto il possibile per prevenire i reati e per punirli quando sono stati commessi. Ecco quale è la vera energia. In Sicilia abbiamo tutto l’opposto. Le sue condizioni provano che quivi, invece di un Governo energico, esiste un Governo debole, tanto nell’amministrazione della cosa pubblica, quanto in quella della giustizia» (nota 3).
Crispi così addossava per intero le responsabilità del malgoverno del Paese al «centro» del potere governativo, sorvolando sulle divisioni create dal conflittualismo municipalistico adoperato, all’interno dei nuovi canali di patronage, per il controllo degli interessi borghesi emergenti. In realtà gruppi sociali orientati dal partito democratico o da quello liberaI-moderato concorrevano allo stesso modo, e con gli stessi fini, allo sfruttamento delle risorse locali nei Comuni dell’isola, formando attorno a ristrette oligarchie saldate da rapporti di clientela e di famiglia schieramenti elettorali che avevano con il centro politico «nazionale» soltanto la solidarietà della bandiera. A Castellammare, per riportarci al caso concreto, il risentimento della folla si rivolse contro i “Cutrara”, cioè contro coloro che «s’erano divisa la coltre del dominio» e che si apprestavano a mettere le mani sul patrimonio fondiario degli enti pubblici e della Chiesa. Quei Cutrara appartenevano al partito democratico-unitario dei Borruso e dei Marcantonio, collegato con Francesco Crispi e con l’Associazione Unitaria e rappresentato al Parlamento di Torino dal «radicale» Pasquale Calvi.

Alla luce delle relazioni trasversali fra i gruppi della borghesia medio-alta presenti nella realtà locale si può forse spiegare l’atteggiamento di Calvi, il quale non solo fu assente nei giorni del dibattito parlamentare sollevato dall’interpellanza di D’Ondes Reggio, ma mostrò pure di volersi sottrarre al dovere di prendere posizione su quei fatti. Giova però ricordare che il sacerdote Palermo, fucilato dai militari durante la repressione del 3 gennaio 1862, gli era legato da acquisita parentela e forse fu il caso, doloroso e inquietante, di quel nipote agonista della reazione a imporgli l’imbarazzato riserbo che allo stesso Crispi parve inopportuno e pregiudizievole (nota 4).

D’Ondes Reggio, poi, era stato spinto dalla lettura del resoconto pubblicato nel «Giornale Officiale di Sicilia» per saperne di più su quel prete fucilato e sugli altri cinque ribelli «trucidati» dai militari «nell’impeto di un sentimento di giusta ira». Tre di essi, secondo il foglio palermitano, «non vollero palesare il loro nome» (nota 5).

È possibile però che, tra i sei prigionieri, le tre popolane uccise, come gli altri, a militibus Regis ltaliae abbiano dichiarato la loro vera identità, ma che non siano state credute (o che si sia finto di non credere) perché non si volle ammettere una presenza femminile tra i ribelli.
D’altro canto il dibattito sulla condotta del ministero, in cui intervenne con il peso del suo prestigio patriottico e con il suo impeto tribunizio Francesco Crispi, mostrò quali fossero i limiti in cui si muoveva l’azione della Sinistra; né può meravigliare che la denuncia del familismo clientelare e del disordine municipale sia venuta in quegli anni dalle autorità periferiche dello Stato e, in seguito, dai riformisti liberali come Franchetti, ma non dalla rappresentanza democratica.
La ricerca sulle identità locali del tessuto socioeconomico – al di là della minuziosa rilevanza dei comportamenti politici e della cronaca di fatti connotati da vistose «anomalie» – ci consente di evidenziare un dato strutturale (l’isolamento della comunità castellammarese) che ha conseguenze negative per il processo d’integrazione della vita paesana nell’Italia unita, ma che, considerato nel contesto di un fenomeno riscontrabile un po’ in tutta l’area contadina della Sicilia, riproduce quella situazione di reattiva disomogeneità rispetto agli stessi circuiti politico-amministrativi calati dall’alto che rende assai problematico il rapporto coi «topoi» nazionali della ideologia e della politica (nota 6).

L’osservatorio locale ci introduce ai «gradi» della mobilità sociale che forma le spinte del peculiare esito borghese. Intanto la microanalisi può mostrarci gli aspetti dicotomici di una realtà economica anch’essa disomogenea come lo è quella municipale nei confronti della struttura amministrativa dello Stato. Il paese contadino, sollevato in parte nella sua ansia di riscatto sociale dalle pur gravose acquisizioni enfiteutiche, deve però fare i conti col forte retaggio del latifondo nobiliare ed ecclesiastico. All’interno della comunità, ma distante e separata per le ragioni intrinseche delle sue diverse vocazioni, c’è una socialità «altra» di persone che vivono intensamente la proiezione marinara dei propri destini. Il dualismo interno accentua le distinzioni, di mentalità e d’interessi, fra ceto di marina e classi rurali, ma non può evitare, alla fine, che le attività di pesca e del cabotaggio vengano raggiunte dall’esercizio usurario delle mediazioni di un esiguo gruppo di rentiers formatisi sul mercato della terra, i quali così insidiano le possibilità di articolazione del ceto borghese più attivo e intraprendente (quello legato ai traffici trans-marini) soggiogandolo alle strozzature del sistema parassitario.
È questo il problema della formazione di economie differenziate nell’area dominata dalle figure sociali più tradizionali del latifondismo e della intermediazione. Il forte esodo fuori della Sicilia, e anche all’estero, di addetti alla marina di Castellammare, i quali tentano già fin dagli anni ’50 del secolo scorso di sfruttare altrove la «qualità» del loro mestiere, è per lo più provocato, come confermano varie testimonianze, dal bisogno di sottrarsi alla morsa dei prestatori di denaro a tassi elevati spesso irrecuperabili e perciò fonte di dissesti.
Qualcosa di simile accade nel settore dell’agricoltura destinata alla vite, dove gli incentivi introdotti dal capitalismo degli Ingham e dei Florio per l’incetta del mosto necessario all’industria del Marsala passano attraverso i meccanismi di prelievo usurario predisposti da pochi speculatori.
Una certa enucleazione di percorsi borghesi e di esperienze produttive nuove esiste pure in aree perifeiche della Sicilia, come dimostra l’esempio della comunità agricolo/marinara di cui ci occupiamo, ma la riflessione su tale fenomeno non può non tener conto della complessa relazione fra le vocazioni naturali, l’iniziativa dei singoli e i modi contestualizzati del «capitalismo della rendita». La dinamica stessa che promuove la formazione della proprietà borghese sulla rovina dei patrimoni nobiliari e sulla liquidazione di demani e asse ecclesiastico esplicita le differenze interne al processo di sviluppo della proprietà fondiaria: all’iniziale frantumazione della terra che deriva specialmente dalle concessioni enfiteutiche, nel lungo periodo di crisi dell’assetto feudale, segue, dopo il ’60, la tendenza a mantenere l’unità del latifondo e a riaggregarne i compositi elementi della produzione e del lavoro sotto la direzione economica dei grandi massari. Non solo, quindi, la crescita di una imprenditorialità locale è sottoposta alle vicende del mercato extra-isolano (come è ovvio e naturale) ma essa è resa aleatoria dalla perversa contiguità delle leve di produzione del capitale feneratizio.
Un altro elemento che è opportuno sottolineare è il sostanziale isolamento del paese. Nonostante il contatto che, attraverso la pratica del cabotaggio, gli abitanti potevano stabilire con l’esterno, la maggioranza della popolazione preferiva chiudersi nell’universo campagnolo, restando strettamente legata alle forme tradizionali di sfruttamento della terra. Con la terra e con la concorrenza per accaparrarsi la rendita fondiaria si assimilava il senso concreto delle molteplici ritualità della vita rurale, tutte polarizzabili verso il mito ossessivo della “roba”.
L’obiettivo perseguito dai Borboni fu anche quello di collegare i centri della produzione granaria dell’interno dell’isola con i porti del mar Tirreno e di quello africano. Castellammare doveva costituire nel piano di viabilità concepito dall’amministrazione borbonica uno dei punti di transito del commercio frumentario, realizzando nel collegamento fra campagna e città un circuito di nuovi interessi economicosociali. Che cosa abbia ostacolato un tale progetto è problema che appartiene al peculiare rapporto fra centro e periferia, tra autonomie locali e poteri dello Stato. Prevalse, infatti, il diverso orientamento dei grandi proprietari patrizio/borghesi, i quali riuscirono a far deliberare dalle municipalità e dai consigli provinciali la costruzione di strade che avrebbero collegato, invece, le campagne (cioè i loro ex feudi) con Palermo. (Vedremo che solo il 26,81 % della proprietà fondiaria di Castellammare apparteneva a coltivatori e possidenti del luogo; il resto era in mano a famiglie residenti a Palermo, Napoli e Trapani). In questo caso le opzioni della periferia nell’interesse della classe dominante locale potevano ben contrapporsi alle istanze centrali, condizionando lo sviluppo della stessa società periferica.
Qui occorre accennare ai tratti più vistosi del potere locale nel cui ambito si definisce la conflittualizzazione tra le fazioni municipali. La natura dello scontro è economica e si risolve sul fondamento del familismo clientelare. Più che la ristretta base censitaria del «consenso», ciò che caratterizza l’esercizio del potere – durante la transizione dal dominio feudale alla formazione del sistema istituzionale e politico postunitario – è in primo luogo la capacità dimostrata dai gruppi informali di pressione extralegale di integrarsi nei luoghi periferici dello Stato ai livelli della gestione amministrativa e della sicurezza interna per il controllo sociale delle masse. A favorire una certa mobilità, un cambiamento di status altrimenti impossibile in un sistema chiuso di relazioni parentali, quale è quello creato dal ceto dei civili, è lo scambio di protezioni e d’interessi fra ceti dirigenti locali e intermediari rurali (mercanti di campagna, ma anche uomini della custodia campestre). Questi ultimi attraverso l’uso della violenza fisica e della mediazione controllata possono emergere socialmente e assicurarsi una parte della rendita fondiaria e l’acquisto della “roba”.
La divisione dell’élite dei civili nelle due fazioni contraddistinte da larvate etichettature politiche seguiva la logica del formarsi e riformarsi delle parentele e dei gruppi di clientela per il controllo degli affari pubblici; ma la congiuntura particolare del dissenso antiborbonico portò anche alla necessità di trovare un qualche collegamento con l’esterno e di stringere rapporti con quanti operavano nei territori limitrofi per aggregare attorno a un nucleo omogeneo di uomini comunque legati dal vincolo della devozione, sotto la guida di un capo prestigioso (Coppola o Sant’Anna), le forze sociali interessate al mutamento politico. Non fu perciò estraneo alla conflittualità interna alla comunità castellammarese, in cui riverberava l’esperienza nazionale, il senso seppur vago di una scelta comune in ambiti più vasti di quelli segnati dall’orizzonte paesano, lasciando però immutato quel rapporto d’identificazione tra egemonie pubbliche e affari privati che costituiva una sorta di «calco mentale» della tradizione lasciata dal barone.
L’indagine che segue sulla rivolta contro i Cutrara ha messo in luce l’influenza esercitata sul territorio dell’Alto Trapanese da «mediatori politici», come appunto Coppola e Sant’Anna, i quali potevano contare su una duplice posizione di prestigio e di rispetto. L’una a loro assegnata a livello del riconoscimento ufficiale a motivo della recente milizia patriottica. L’altra riconosciutagli dal pubblico (civili e popolani) per la capacità di sovrintendere a un potere trasversale di custodia interna e di controllo delle tensioni tra le opposte fazioni municipali e tra le istituzioni dello Stato e le masse (nota 7).

A una mediazione più complessa e strutturata ci conduce l’esame dei processi costitutivi della mafia rurale, che ha in questo periodo la sua genesi e il suo vero impatto politico. Studiando una vicenda particolare della vita sociale isolana – nel corso della quale l’equilibrio raggiunto dalle nuove élites locali sembrò improvvisamente spezzarsi a causa del crescente disagio economico e del rapace privilegio dei Cutrara, contro cui il paese contadino tentò una disperata prova di forza – è emerso con più netta distinzione di tratti storici quel fenomeno di mutua, reciproca inferenza tra mafiosi e ceto dominante che di solito si tende a collocare nella sfera marginale dei comportamenti subculturali o della violenza fisica usata per incutere timore e rispetto. L’azione dei gruppi informali della extralegalità fu rivolta allo scopo di deprimere intanto le animosità della folla, assicurando la protezione dei civili e dei loro beni, e di costituirsi quindi di fronte al pubblico come forza interna di coesione e di tutela dell’ordine sociale minacciato.
Ereditando dal baronaggio gli interessi e i modi parassitari di percezione della rendita, i nuovi proprietari ne continuavano il sistema stratificato delle alleanze più o meno organiche con i «mercanti di campagna», il cui ruolo nelle diverse strutture di intermediazione si rivelava, come in passato, essenziale ai fini della produzione della stessa rendita. Per non dire poi che al declino dell’autorità baronaIe poteva sostituirsi solo in parte il potere locale esercitato, mediante l’amministrazione civile, da una «borghesia» che, per la sua origine contadina, non poteva certo ottenere dai ceti subalterni della campagna legittimità e devozione al pari degli esponenti della vecchia nobiltà. Perciò la presenza dei mafiosi nel contesto sociale garantiva meglio di fronte ai contadini le posizioni acquisite dai civili nella proprietà della terra e nella sua gestione. Cosi la mafia rurale assicurò, in un modo o nell’altro, una certa saldatura fra ceto dei possidenti e contadiname svolgendo, in funzione della rendita fondiaria e del suo prelievo, le attività necessarie al controllo sugli uomini e sui patti agrari.
Infine il passaggio delle mafie locali dallo stadio puramente difensivo delle primitive fratellanze – cioè dei partiti, cui accennò Ulloa nel suo noto rapporto inviato al ministro della Giustizia in Napoli – a quello delle «società di rispetto» e quindi dell’innesto pubblico avvenne quando la conflittualità municipale tra i civili lasciò spazio alle azioni di sostegno e di mediazione dei mafiosi, dei quali si accettò, e qualche volta si richiese, l’intervento per garantire la sicurezza interna del paese. L’intreccio che durante i moti del ’48 e del ’60 si stabilì fra nuovi gruppi dirigenti e ambienti della mafia è ampiamente documentato dalle fonti coeve e la sua obiettiva decifrazione costituisce apporto sostanziale a una interpretazione di quei fatti che voglia sottrarsi ad alcuni pregiudizi «patriottici». Del resto, solo così è possibile spiegare le successive inframettenze della mafia nella conduzione politico-amministrativa del Paese e la sua adattabilità ai nuovi contesti sociali in virtù del legame con chi deteneva il potere economico ormai compenetratosi con quello politico. Si spiega altresì come, per un certo periodo dopo l’Unità, poté manifestarsi una vera e propria «opposizione mafiosa» allo Stato liberale (nota 8), allorché la presenza di quest’ultimo – più forte nel senso dell’accentramento e dell’autorità istituzionale – parve attaccare, sia pure indirettamente, le strutture del potere informale nel frattempo create.

Gli avvenimenti seguiti all’introduzione del servizio di leva in Sicilia non rivelarono soltanto il diffuso malcontento popolare contro la legge di coscrizione ma pure il ruolo che i gruppi informali della mafiosità si assegnarono per il controllo della protesta, inalveandola in un movimento di pressioni e di ricatti anti-unitari che ebbe la sua «stretta» più avventata e significativa nel moto palermitano del settembre 1866 attraverso il tentativo di saldare mafia e politica, nel quadro dei rapporti ambivalenti fra «rossi» e «neri», e di organizzare nuove «squadre» di picciotti per trascinarle dalla campagna nel cuore del potere isolano.
Uno studio su “Ribelli e mafiosi” compreso nel libro citato è dedicato alla vicenda brigantesca che ebbe in Pasquale Turriciano il suo sfortunato eroe. Esso ha potuto rivelarci, in parte, la relazione intercorsa fra il centro politico della «rivoluzione» palermitana del ’66 e nuclei organizzati di fuorilegge. operanti nell’area interna del palermitano e nel territorio della Sicilia nord-occidentale. Si tratta di una circostanza senza dubbio marginale ma che manifesta, a mio parere, risvolti di sotterranee complicità rimasti finora oscuri e, in genere, contraddetti da una storiografia attenta piuttosto a nobilitare in chiave «popolare», se non proprio socialistica, una rivolta che andrebbe invece vista senza filtri ideologici nella sua oggettiva complessità sociale. Tuttavia un confronto col coevo fenomeno del brigantaggio meridionale non si può porre, né per l’ampiezza sociale (i «ribelli» siciliani si muovevano in alcune zone circoscritte, precipitando presto nella delinquenza comune) né per il coinvolgimento dei ceti subalterni nelle azioni e nelle rivendicazioni degli stessi ribelli, in quanto le piccole bande che percorrevano le campagne dovevano dipendere dalle mafie per sopravvivere e perciò farsi strumento dei loro disegni criminosi.
Del resto, la fine della «banda del bosco» di Castellammare fu decisa nel momento in cui l’attività brigantesca aveva richiamato nella «periferia» dell’isola consistenti forze militari e di polizia, ostacolando di fatto quel modus vivendi fra le autorità dello Stato e il potere dei galantuomini, mediato dai gruppi mafiosi, sul quale si era formato il compromesso istituzionale (nota 9).

Questo libro intende esaminare la vicenda storica di un paese della Sicilia nord-occidentale in un momento particolare della sua transizione politica e sociale dall’amministrazione borbonica a quella dello Stato liberale unitario. L’indagine non segue il criterio della ricostruzione diacronica del periodo compreso tra il 1820 e il 1870, che è quello considerato ma, prendendo le mosse dalla rivolta contro i Cutrara, raccoglie attorno alla ricerca specifica sugli eventi ribellistici del capodanno del ’62 e sulla composizione sociale della massa dei ribelli i risultati di una microanalisi condotta sugli atti notarili e sui catasti di Castellammare, oltre che sui più consueti documenti degli archivi di polizia e della prefettura, al fine di individuare le radici più o meno lontane di quei fatti ed enuclearne gli sviluppi sul piano delle nuove «configurazioni» del potere borghese/agrario.
Castellammare si presenta con caratteri suoi propri, sia per la realtà fortemente dicotomizzata fra ambiente marinaro e ambiente rurale, sia perché vi si elaborano per tempo gruppi informali della mafiosità molto attivi e sufficientemente identificabili. Da un tale punto di vista, la comunità presa in esame costituisce un luogo ideale per ricerche di questo tipo, che vogliano però sottrarsi al facile gusto della tenebrosità rivelata e invece studiare la realtà di un fenomeno storicamente irrelato, come è quello della mafia rurale, nel quadro dei processi costitutivi della nuova borghesia di campagna.
L’odio dei contadini e di una parte degli strati intermedi della società (bottegai, artigiani, borghesi) contro il ceto dei civili fu all’origine della sanguinosa sommossa del ’62, la quale tuttavia trovò la sua causa immediata e scatenante nella opposizione alla leva militare. L’atteggiamento del governo e dei partiti di fronte alla renitenza di massa in Sicilia rivelò in sostanza gli stessi timori e le stesse chiusure che spingevano allora le classi dirigenti nazionali a stroncare il brigantaggio meridionale, adottando cioè metodi repressivi forse necessari ma inefficaci se indirizzati al solo disegno di ripristinare l’ordine e cementare l’unità morale degli italiani.
Sviluppando la mia analisi su una duplice prospettiva, sociale e politica, ho voluto verificare i due piani di ricerca mediante due approcci storici distinti nel metodo e nel quadro dei riferimenti geografici, seppure fra loro strettamente correlati. Nella prima parte della presente monografia dedicata al governo della «Patria armata» e ai suoi riflessi interni, l’argomento storico è la Sicilia dei primi anni postunitari, dalla dittatura garibaldina alla spedizione del generale Govone dell’estate 1863. Nella seconda parte, che è quella che ora si pubblica, l’indagine è circoscritta alla comunità castellammarese, dove si ebbero durante la rivolta anti-leva azioni cruente sia nell’eccidio dei civili sia nella repressione militare. Se l’episodio di Castellammare si collega con i fatti precedenti di Bronte e di Biancavilla (ma molti altri sono rimasti finora sconosciuti) e con quelli successivi al ’62 provocati dal disagio sociale, da conati insurrezionali di oppositori rossi e neri e dal sentimento di ostilità verso il governo diffuso un po’ in tutte le classi sociali, si può comprendere come la Sicilia fosse più lontana dall’Italia di quanto non pensassero le autorità periferiche e il «centro» politico. Sicché la spinta patriottica degli ideali unitari che aveva portato d’un colpo l’isola nel contesto nazionale fu presto soffocata dalla generale sfiducia nelle sue possibilità di progresso civile ed economico e i siciliani finirono col credere che proprio il nuovo Stato, con la sua «centralizzazione» e il suo apparato burocratico, costituisse l’ostacolo principale al concretizzarsi di tali possibilità. Però non v’è dubbio che se la protesta di popolani e contadini rimase sempre allo stato latente, ovvero sfociò qualche volta in episodi ribellistici isolati e privi di coordinazione politica, ciò deve pure farsi risalire al peso che ebbero nella gestione di essa le forze egemoniche della società isolana, sia quelle informali della mafiosità, sia quelle che attuavano attraverso la lotta municipale le forme della mediazione con lo Stato. Un esame condotto nella duplice direzione della microstoria e della storia politica – considerata quest’ultima nelle complesse relazioni non solo fra governo e governati, ma pure tra ideologie e comportamenti del potere – ci consente in tal modo di riflettere sul rapporto tra «centro» e «periferia», che non può non intessere di più fondati elementi valutativi il giudizio storico e che risolve, sul piano metodologico, il rapporto stesso fra storia locale e storia nazionale.
Un tale rapporto mi pare che non possa emergere da una ricostruzione «localistica» giustapposta ai temi della «storia maggiore». A mio avviso lo sforzo volto semplicemente a riscontrare, su scala ridotta, gli eventi generali porterebbe a gravi deformazioni storiche, in quanto nella dimensione locale non cambiano solo il grado di intensità e le forme con cui si manifestano certi fenomeni politici ed economico-sociali, ma l’intrinseca loro natura, che è inscindibile da nessi di causalità del tutto particolari. La società locale costituisce in effetti un microcosmo in cui la mentalità dei suoi abitanti, le forze sociali in campo e i dinamismi economici derivano da lontani retaggi paesani e familiari e da ambiti ristretti di interessi che restano a lungo avulsi dai contesti più ampi del mercato e del potere centrale. Ciò che deve valutarsi allora sono le resistenze che la comunità locale oppone ai processi di integrazione e quindi il senso storico complessivo della marginalità. Allo stesso modo la relazione che intercorre nelle aree periferiche tra «classi subalterne» e «classi egemoni» non può farsi rientrare negli schemi ripetitivi del conflittualismo sociale di tipo classista, ma deve tener conto, oltre che della specificità degli assetti economici e del livello della compenetrazione politica, pure della tradizione delle lotte paesane e della mentalità (nota 10).

Su questa linea interpretativa si è mossa la presente indagine storiografica, identificando nel metodo e nell’uso di fonti particolari, piuttosto che nella sola dimensione spaziale, gli «ambiti» della storia locale. Solo dalla saldatura fra storia delle idee e storia dei fatti e, in concreto, fra storia della mentalità e storia delle strutture, è possibile ricavare quella «histoire à parte entière» che da più parti si rivendica «come unica possibilità di realizzare una storia generale» sulla base di ricerche «spaziali» e di un fruttuoso incontro della storia con le scienze umane (nota 11). Ho voluto ricostruire nella «breve durata» di un processo storico reale questo nesso fra comportamenti della comunità (e, all’interno di essa, dei singoli individui) e spinte al dinamismo economico e sociale, tuttavia fuori della pretesa di «globalizzare» l’esperienza locale, come si usa in questo campo di studi sia da parte degli eruditi di paese sia da parte degli antropologi.

Per la raccolta del materiale necessario a uno studio di questo tipo, è chiaro che ho dovuto cercare la collaborazione di numerose persone del luogo, le quali – debbo dire – hanno dimostrato nei miei confronti una disponibilità ben superiore ai doveri dell’amicizia e dell’ospitalità. Invece il mio debito intellettuale va particolarmente agli amici studiosi coi quali ho discusso parti del libro, chiedendo consigli e delucidazioni su singole questioni che non mi erano chiare o che non potevo pienamente possedere perché «sussidiarie» al mio lavoro, come, per esempio, quelle relative alla documentazione antropologico-culturale inserita nel volume, per il cui commento mi sono avvalso dei suggerimenti attinti dai colloqui con i professori Giuseppe Bonomo, Antonino Buttitta e Aurelio Rigoli dell’Università di Palermo. Da Rigoli ho accolto l’indicazione metodologica per l’uso delle fonti «etnostoriche». Da molti ho poi avuto l’ausilio indispensabile della loro benevolenza durante le ricerche d’archivio: il sovrintendente archivistico Romualdo Giuffrida, il direttore degli Archivi di Stato di Trapani e di Palermo, Aldo Sparti, il conservatore dell’archivio notarile distrettuale di Trapani, Enzo Verro, il direttore della Biblioteca Comunale di Erice, Vincenzo Adragna, e il compianto Salvatore Fugaldi, direttore della Biblioteca Fardelliana di Trapani, con i funzionari e impiegati tutti dell’ente.
Questo lavoro ha la sua lontana origine in certe relazioni di studio da me stabilite con ricercatori e professori dell’Istituto di Sociologia ed Etnologia dell’Università di Heidelberg che, negli anni tra il ’66 e il ’70, elaboravano alcune ricerche di storia sociale sulla Sicilia. (Ricordo soprattutto Henner Hess, con cui ho lungamente discusso della genesi dei gruppi informali della mafiosità e del «consenso» che riceve il mafioso dal pubblico, e l’amico carissimo Roberto Llaryora, autore di strutturate analisi di Klientelschaft e Klientelsystem.) Poi ha subito pause di riflessione e lente enucleazioni, mentre sopravveniva un interesse più marcato per la renitenza di massa del 1861-’63 e per il brigantaggio sociale, che ne fu, in parte, corollario e sbocco. Su quest’ultimo aspetto delle mie ricerche ho avuto anche occasione di intrattenermi con Eric J. Hobsbawm durante il suo soggiorno palermitano/ericino dell’inverno 1981.
Ringrazio infine Franco Della Peruta che ha scritto una “Presentazione” i cui giudizi lusinghieri sul mio libro spero fortemente che non siano stati ispirati soltanto dal rapporto di una lunga e cara amicizia.

NOTE

1 Esemplare è la vicenda di tale Antonino Lossa, ex caporale dell’esercito borbonico, il cui nome si trova frequentemente tra i confidenti della polizia italiana, come lo era stato di quella borbonica (v. F. BRANCATO, Tra le quinte della storia: uno scroccone impenitente, in «La Terza Sponda», Trapani, a. I (J 955), n. I (gennaio), pp. 41-50). Si veda pure in AST. FI. Polizia, Affari diversi, 1857, fase. ad nomen.

2 Atti Parlamentari. Camera dei Deputati, Sessione del 1861-62, Discussioni, tornata del 15 gennaio 1862, p. 681.

3 Ivi, p. 676.

4 «L’assenza dal Parlamento le nuoce. Ella è stata mal dipinta e la tribuna potrebbe offrirle facile occasione per vincere i suoi avversari politici» (lettera di Crispi a Calvi riportata da G. NICOTRI, Pasquale Calvi e il Risorgimento siciliano, Palermo 1914, pp. 32-33).

5 «Giornale Officiale di Sicilia», Palermo, 5 gennaio 1862.

6 Su questi temi si è discusso al Seminario promosso dall’Imes su «Poteri locali e amministrazione» svoltosi a Copanello il 4 giugno 1987 (vedi gli atti in «Meridiana», Catanzaro, a. II (1988), n. 3 (settembre); specialmente R. ROMANELLI, La nazionalizzazione della periferia. Casi e prospettive di studio. ivi, pp. 13-24).

7 Sui mafiosi nel loro ruolo di mediatori politici si è soffermato, come è noto, Anton Blok (The Mafia a Sicilia in Village. 1860-1960, New York 1974); ma qui il termine è usato per indicare quei leaders politici che alla figura carismatica di capi, cui si rivolgeva devozione e rispetto, univano, per radicati e ramificati legami popolari, una notevole capacità di mediare tra gli organi periferici dello Stato e le masse.

8 G.C. MARINO, L’opposizione mafiosa (1870- 1882). Baroni e mafia contro lo Stato liberale, Palermo 1964. Volendo ridimensionare la tesi sviluppata da Marino, Massimo Ganci ritiene invece che la collusione tra gruppi mafiosi e forze di sinistra e di destra – «se ci fu» – «può configurarsi come un tentativo di strumentalizzazione della mafia» da parte del garibaldinismo e da parte di quelle «ali del blocco agrario siciliano che non avevano ancora capito l’utilità del blocco agrario-industriale, successivamente realizzato dal trasformismo di Depretis» (La rivoluzione palermitana del settembre 1866, in L’Italia antimoderata. Radicali, repubblicani, socialisti, autonomisti dall’Unità ad oggi, Parma 1968, p. 45)

9 La documentazione archivistica attinta ai fondi dell’amministrazione periferica dello Stato sabaudo (prefetture, polizia, tribunali) ci informa con sufficiente precisione dei movimenti del quadro mafioso all’interno dei nuovi livelli di autorità del potere ufficiale. Lungi dall’essere un potere «separato», le mafie tendevano tutte a compenetrarsi con tali livelli di autorità. Ciò appare anche dalla composizione dei consigli municipali, in cui il grado di inquinamento mafioso persuase in qualche caso i prefetti ad assumere drastiche misure amministrative. Ma a informare della grave situazione nei Comuni furono i comandanti militari, che erano stati inviati nell’isola per la repressione del brigantaggio e dei riflussi «reazionari» dei moti palermitani del ’66, con la denuncia di fatti e circostanze che nella loro sequenzialità rivelano l’intreccio inestricabile e inquietante delle complicità e delle pressioni mafiose sulla vita pubblica.

10 Si ricordi il dibattito, aperto da una lettera di Armando Saitta, in «Movimento Operaio» del 1955/56 sui «problemi metodologici della storia del movimento operaio e contadino», che allora investivano le nuove prospettive della storia locale, con l’affermata esigenza di cogliere «l’inscindibile nesso dialettico che passa tra classi subalterne e classi egemoni». Da alcuni si voleva però far uscire la storiografia marxista dalla «subaltemità» del lavoro erudito, «corporativo», che si diceva l’avesse aduggiata. Che era poi dichiarato proposito di reagire a una «deformazione tipica dei socialdemocratici», tendente «a scivolare su posizioni piattamente riformistiche» (E. Santarelli). E aveva ragione Delio Cantimori a esternare i propri sospetti su chi voleva contrapporre la «grande» alla «piccola» storia, dimenticando che i «temi di fondo» stanno nel modo di affrontarli, non nel proporli per una astratta «professionalità ideologica» (ivi, a. VI 1956; n. 1/3 – gennaio/giugno – pp. 320-335).

11 Si rinvia alle stimolanti pagine premesse da Cinzio Violante agli atti del Congresso su Temi. fonti e metodi della ricerca storica locale (Pisa, 9/10 dicembre 1980), ora in La storia locale, Bologna 1982, pp. 7-13.

DUE PAROLE SU QUESTA SCOR-DATA

Ho avuto notizia della rivolta di Castellammare da Giuseppe, un amico siciliano. Mi sono incuriosito e ho trovato molti link notando che oggi questa vicenda è uno dei cavalli di battaglia degli “indipendentisti” siciliani che, da un rapido passaggio sui loro siti, mi sono parsi “destrorsi”.

Grazie all’aiuto di Luca, un altro amico siciliano, e ai materiali che ho consultato mi pare di poter trarre 6 piccole deduzioni. La prima è che la rivolta di Castellammare fu sì contro i cosiddetti Cutrara locali ma più in generale contro il nuovo Stato che veniva vissuto come un’occupazione piemontese. La seconda che in questo caso – come in altri – la stessa mafia giocò su tutti i tavoli possibili: era già fra i notabili, era fra coloro che promossero la rivolta (o la cavalcarono, se essa fu spontanea) ed era fra i repressori. La mia terza deduzione è che di insurrezioni e di stragi simili nella Sicilia post-unitaria ve ne furono molte, da quella famosa di Bronte (qui in blog è stata raccontata) a quella di Palermo del 1866 («la rivolta del sette e mezzo») ma che tuttora pochissimo se ne sa. La deduzione numero 4 più che altro rafforza la mia precedente convinzione che l’introduzione della leva obbligatoria – lunga e iniqua – e la spietata repressione contro il “brigantaggio” (vero o presunto) siano stati i detonatori della rabbia contro il nuovo Stato unitario piemontecentrico che si mostrava, e non solo nel Meridione, soprattutto come oppressore; mi pare che anche questa ragnatela di fenomeni storici sia stata pochissimo indagata. Anche la quinta e la sesta deduzione sono, a mio modo di vedere, più constatazioni che impressione: il nascente capitalismo italiano ha usato il Mezzogiorno come laboratorio della repressione e lo ha potuto fare perché mancava una forza politica di sinistra in grado di organizzare la rabbia popolare, di scioglierne le ambiguità e batterne i “nemici interni”, dunque – secondo un’analisi storiografica marxista – di riconoscerne, rafforzarne, generalizzarne i contenuti di classe e in definitiva di unire davvero Nord e Sud in una lotta comune.

Perciò al di là dei fatti specifici di Castellammare (così poco indagati che, come ho detto, perfino il numero dei morti è tuttora controverso) mi è sembrato interessante scegliere fra i materiali rintracciabili in rete questa complessa analisi, molto ricca di fonti, di Salvatore Costanza che mi ha segnalato Luca: http://www.trapaninostra.it/libri/salvatore_costanza/La_patria_armata/S_Costanza_-_La_patria_armata_-_003.htm.

Non essendo uno storico, tanto meno di vicende siciliane, non saprei dire quanto siano fondate le interpretazioni di Salvatore Costanza ma di grande interesse mi sembra la riflessione (con relative testimonianze) sull’intreccio fra il malessere delle popolazioni locali e la riorganizzazione mafiosa dei poteri sia locali che nazionali. La mafia è sempre stata capace di giocare su due tavoli; o almeno questa è la mia convinzione. (db)

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.
Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 2 gennaio avevo, fra l’altro, queste ipotesi: 1492: in Spagna cede l’ultimo baluardo islamico; 1896: nasce Dziga Vertov; 1904: marines a San Domingo; 1913: nasce Remo Bolognesi; 1944: eccidio a Glubokoje; 1946: muore Eleanor Rathbone… e chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.
Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it ) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.
Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su http://www.radiazione.info .
Stiamo lavorando al primo libro sia e-book che cartaceo di «scor-date»… ma è un’impresa più complicata del previsto, vi aggiorneremo. (db)

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