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1 febbraio 2015 / miglieruolo

Un nuovo pianeta nella fantascienza

Di Mauro Antonio Miglieruolo
***
Leggendo “I Pianeti Impossibili” di Riccardo dal Ferro ci si rende immediatamente conto che un nuovo pianeta è apparso e subito entrato nel ristretto corteo di componenti il Sistema Solare della fantascienza italiana. Dal Ferro, forte di una originalità, capacità d’invenzione e di scrittura che è raro incontrare, vi entra con prepotenza, bene intenzionato a elevare il livello medio già apprezzabile che la fantascienza italiana ha acquisito. Con questo nuovo autore possiamo in buona coscienza affermare che la grande lezione della fantascienza USA è stata non solo metabolizzata, ma anche portata avanti; che stiamo restituendo quel che ci è stato dato; e che a proposito di Dal Ferro, con questa sua prima prova (la prima ch’io sappia) siamo di colpo oltre lo statuto di promessa. A giudicare da ciò che scrive nel blog di Daniele Barbieri, abbiamo a che fare con uno scrittore a cui occorre moltiplicare le esperienze (e con essa la capacità di guidare la propria ispirazione) per essere annoverato tra i primi.

07-copertina5-ipianetipossibiliNon si tratta di un elogio, ma di un incoraggiamento. Di una responsabilità grave per la quale non mi aspetto gratitudine, perché l’affermazione, se l’uomo non saprà salire alla propria altezza, all’altezza delle proprie possibilità, potrebbe risultare schiacciante. Gli è che le doti che ho trovato in evidenza nel libro in questione, lasciano adito a buone speranze. La principale, non più tanto rara in questo scorcio di millennio, dote che latitava tra gli scrittori della mia generazione (di fantascienza e non) e ora non più, è la leggibilità, la capacità di afferrare il lettore e di vincolarlo alla pagina e ai significati inscritti nella pagina. Oggi abbiamo i Camilleri, i Pennacchi, i Benni, gli Evangelisti (come ieri abbiamo avuto i Sandrelli, gli Aldani, i Catani) domani chissà, potremmo avere i Dal Ferro a allietarci con le loro invenzioni e la volontà di affascinarci con le loro storie. Storie che la fantascienza ha prodotto in abbondanza e con sovrabbondante eccellenza (specialmente sul piano dei racconti), ma del quale abbiamo ancora grande bisogno, gli appassionati sempre in cerca di novità. Novità che possono essere. C’è da dire tutto il nascente XXI secolo; e c’è da saziare una fame di storie che la gran copia esistente non basta a spegnere.

Mi perdonerà Dal Ferro se dopo quanto detto avanzerò qualche riserva sul contenuto della sua opera. Riserve che nascono dalle potenzialità stesse evidenziate dal testo, potenzialità visibile e non eludibili: le potenzialità che mi inducono a continuare. A sviscerare, a evidenziare. Anche criticamente. Se infatti pensassi che Dal Ferro non sia in grado di andare oltre il buono visibile che già mostra, mi limiterei a dire quanto è buono, quanto è bravo l’autore. Avrei detto: un romanzo interessante, lo consiglio, compratelo, vale molto più del materiale in circolazione (la mediocrità imperante), e sarei passato oltre. Certo (non è un grande elogio) vale molto più di ciò che viene dalla fonte tradizionale della fantascienza, gli Stati Uniti d’America. Ma considerato quanto emerge dalla lettura, spinto da quel qualcosa che mi sembra manchi, o che sia stato ruminato poco, mi vedo costretto a continuare. E allora, dopo aver messo le mani avanti (sarà stato perché il boccone addentato è in effetti troppo grande? O è solo perché è stato mandato giù in fretta, la bocca troppo piena, prima di essere masticato a sufficienza?), procedo oltre le impressioni dell’ordinaria “prima lettura” (Gramsci) e mi attesto a livello della seconda e magari terza lettura (ma il lettore medio solitamente lo è di prima, non si attarderà a prendere in considerazione le riserve che introduco, vorrà gustare e gusterà la gran copia di capitoli brevi, ben scritti e meglio costruiti, e l’originalità degli stessi, la suntuosa inventiva, dicendo a se stesso: ma quante ne vuole questo Miglieruolo! Quante ne cerca! Avvocato delle cause perse!).
07b-Pianeti-impossibiliE dunque: noto l’assenza di un disegno generale, che non può essere dato né dal ruminio dei ricordi dell’Io narrante (le parti in corsivo), né dal ruolo di osservatore illimitato – e assassino – che si è attribuito (che si è attribuito l’autore per procura dell’Io narrante); ma che avrebbe potuto essere dato dall’imbastitura in filo scientifico; o da un qualche più diretto coinvolgimento del protagonista, da qualche amico del protagonista o di qualche altro narratore in contatto con il protagonista. Aggiungo che il legame tra le parti è debole, a volte l’io narrante mostra cose che è impossibile conosca, che è difficile, nel suo eterno peregrinare, abbia avuto tempo di esaminare e forse a volte di vedere. Ma qui siamo ancora alle ragioni esteriori, a quelle affrontate da Van Vogt nel suo indimenticabile “Crociera nell’Infinito”, utilizzando il discutibile espediente del “connettivismo”, scienza delle scienze che riecheggia una sorta di “materialismo dialettico” in salsa tecnologica. Più in profondità è il senso complessivo del disegno che mi sfugge. Detto in altri termini mi sfugge il progetto ideale, cioè il valore aggiunto (il dove vuole andare a parare) che sta dietro la grande esibizione di materiale immaginativo, un materiale tale che basterebbe, utilizzando le lungaggini in uso oggi, alla stesura di almeno cento romanzi. Ma Dal Ferro non è uno che bara, che spreme parole di una fin troppo spremuta immaginazione. Inventiva ne ha da vendere. Ha però da acquisire capacità di controllo e di valorizzazione del materiale messo in campo (e sarà con gran fatica e per mezzo di migliaia e migliaia di pagine scritte forse a perdere che potrà farlo). Tutto questo dando per assodato che il livello raggiunto (non voglio, non posso nasconderlo) è apprezzabile e merita gli si concedano (in abbondanza) i pochi euro necessari a acquistare il libro e il paio d’ore di tempo necessarie per leggerlo e gustarselo. Chiedo troppo chiedendo (esigendo?) però ripensamenti formali e approfondimento? Sono troppo severo? Forse. Sono sicuro però che Dal ferro possiede tempra sufficiente per affrontare senza battere ciglio ogni eventuale eccesso di severità. Soprattutto se considera, e vorrà considerarlo, se ama davvero la sua opera, che quest’ultima gli parla attraverso di me. Che gli dice, quasi gridando: mi hai dato tanto, ma non abbastanza. E gli dirà ancora, cambiando il grido in sussurro, avevi promesso di darmi tutto e invece solo una parte del meglio di te; ti chiedo allora di dare alla tua prossima impresa, quando darai vita a un mio fratello, ciò che non hai dato a me. Sappi che per allora non ci saranno frette, pigrizie, timori e inesperienze che conteranno. Il cammino l’hai intrapreso, ormai lo conosci. Si tratta solo di temprare lo spirito e affrontare l’ardua salita che ti porterà non sulle stesse vette degli altri, essendo ogni vetta dedicata a uno solo; ma a costruire la tua vetta personale, costruire un minareto letterario da dove chiamare i fedeli alla preghiera.

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Non rimane, a questo punto, che dare un po’ di solidità a questa recensione citando tra i tanti capitoli quelli che più hanno colpito la mia immaginazione, o l’hanno impressionata con la solidità e la coerenza del tessuto narrativo (e ce ne vuole per riuscire dare questa impressione in racconti che spesso non superano le due pagine dattiloscritte).
Cito per primo “Orea”, non perché incluso tra i primi, ma perché oltre ad avere qualche vaga assonanza con un mio racconto giovanile (Gli Arpionatori: Galassia 113, Contropotere 4/5, Bigalassia 15), è anche uno dei migliori e originali; per secondo “Odeante” perché il più simile alle favole; e per terzo, dato che sono maniaco delle triadi, uno qualsiasi che inizia per “O” (in realtà uno vale l’altro, ce n’è a bizzeffe, ognuno datato di un fascino particolare, e capace di sorprendere); scelgo il terribile “Ostecya” (ma non più terribile di tanti altri), scelta obbligata, non avendone reperiti con la medesima iniziale. Ma si tratta di compulsione mia, di citabili, con differente iniziale alfabetica, se ne trovano a occhi chiusi, basta pescare a caso: si fa prima a elencare quelli così così. Eccoli: “…”; “…”; “…”; “…” ecc. ecc.

Per ultimo un consiglio agli addetti ai lavori. Acquistate il libro, leggetelo, riflettete. Potrà capitare foste fecondati e direi anche folgorati da qualcuna delle tante idee. Con evidente vostro e forse anche nostro profitto.

 

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