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8 febbraio 2015 / miglieruolo

Fiori nel deserto

dal blog di lunanuvola

Il 25 dicembre 1989, la fotografa Paula Allen si inoltra nel Deserto di Atacama, in Cile, per riprendere le immagini di un gruppo di donne che scavano. Le donne stanno cercando resti umani di ventisei uomini, loro parenti, giustiziati sommariamente più di quindici anni prima. “Ero venuta a fotografarle,” racconta Paula, “ma mi sono scoperta a scavare anch’io. Il legame fra noi si è stretto velocemente, come donne e come amiche, e ormai trascende la relazione fra fotografa e soggetti da riprendere. Ho visto le loro speranze andare in pezzi un centinaio di volte, le ho viste tornare dalla Valle della Luna con la pelle bruciata, l’emicrania e le scarpe piene di sabbia, e le ho viste ripartire ostinatamente il giorno dopo, con zappe e pile elettriche, seguendo brandelli di informazioni e il loro intuito.”

“Flowers in the Desert: The Search for Chile’s Disappeared” (“Fiori nel Deserto: la ricerca degli scomparsi del Cile”) è il libro bilingue – inglese e spagnolo – in cui Paula e le sue amiche cilene raccontano con immagini e parole tutto questo: è uscito nella primavera del 2013.

Le vicende che porteranno le donne di Calama nel deserto hanno inizio invece nel 1973, quando il generale Augusto Pinochet sale al potere in Cile, rovesciando con un colpo di stato il governo socialista di Salvador Allende. Da quel momento migliaia di persone cominciano a svanire dalle città e dai villaggi, in quello che sarà poi conosciuto come l’orrido fenomeno dei “desaparecidos”. Un mese dopo il colpo di stato, un elicottero militare intraprende un viaggio chiamato “La carovana della morte”. I soldati che si trovano a bordo si fermano in cinque città, giusto il tempo necessario per assassinare 75 persone. Il 19 ottobre 1973 l’elicottero atterra nella sua ultima destinazione, la cittadina di Calama: qui ventisei uomini sono uccisi e i loro corpi seppelliti segretamente nel deserto.

Durante il primo periodo susseguente le sparizioni, molte delle mogli, madri, nonne, sorelle e figlie di questi ventisei uomini si incontravano di nascosto. Frustrate dal non riuscire ad ottenere nessuna informazione ufficiale si armarono di pale e si avventurarono nel deserto, in cerca dei corpi dei loro cari. Hanno scavato per 17 anni, sino al giugno 1990 quando hanno rinvenuto la tomba comune piena di resti umani frantumati: era a quindici chilometri dalla loro città. Dolorosamente e lentamente, si sono forzate ad abbandonare il sogno di ritrovare corpi interi, ed hanno riempito di ossa spezzate borse e borse di plastica. Ci sono voluti cinque anni di analisi per identificare 13 delle persone uccise. Nel novembre 2011, le donne si sono riunite in un’aula di tribunale per ricevere nuove identificazioni per altri otto cadaveri: i progressi nell’analisi del DNA ora permettono di identificare un corpo a partire dal più minuscolo frammento di osso. Le donne si sono avvicendate alla scrivania del giudice per firmare i documenti in cui attestavano di accettare i resti ed i risultati delle analisi, ma per tre famiglie non c’è stato nulla da firmare: le piccole tracce fisiche lasciate dai loro amati scomparsi sono andate distrutte durante i test di laboratorio. “I resti sono svaniti,” dice ancora Paula Allen, “come gli uomini. Ma l’impegno di queste donne no, ne’ il mio nei loro confronti. Ritorno sempre nel deserto con loro. Non scaviamo più, ma mettiamo fiori freschi alla lapide memoriale e puliamo dalla sabbia l’originaria croce di pietre che ancora oggi segna il punto in cui la tomba fu trovata.” Maria G. Di Rienzo

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