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11 febbraio 2015 / miglieruolo

Schiavi di Hitler: la deportazione e lo sfruttamento degli italiani nella Germania nazista

Schiavi di HitlerDal 14 al 23 febbraio si terrà a Sarzana la mostra “Schiavi di Hitler. La resistenza degli internati militari italiani e il lavoro forzato“, organizzata da ANPI, ANPPIA, CGIL, ARCI. La mostra, a ingresso gratuito, parla attraverso racconti, disegni e documenti, della storia dei deportati italiani nei lager nazisti dal 1943 al 1945, dove vennero sfruttati come schiavi, al servizio degli industriali tedeschi. Riceviamo e volentieri pubblichiamo la presentazione di Valter Merazzi.

Una storia dimenticata: la deportazione e lo sfruttamento degli italiani nella Germania nazista

A partire dal 1939 la Germania nazista ha condotto una guerra d’aggressione che ha portato all’occupazione dei paesi conquistati, accompagnata da un sentimento razzista che ha motivato l’asservimento delle popolazioni, la loro deportazione e impiego come manodopera schiavizzata.
Il ritorno della schiavitù nel corso dell’ultima guerra (in Asia ad opera dei giapponesi) ha coinvolto milioni di militari e civili, catturati e rastrellati in larga parte nell’est Europa, con una totale privazione di diritti che anche gli italiani hanno verificato sulla loro pelle.

Il 25 luglio con l’arresto di Mussolini, il re e le classi dirigenti avevano deciso di interrompere una complicità ventennale con il fascismo che aveva significato l’oppressione degli italiani, la conquista dell’Etiopia, l’intervento contro la Spagna repubblicana, l’alleanza con la Germania nazista in una guerra d’aggressione in Francia, Africa, Grecia, Russia con tutto il suo carico di sconfitte militari e tragedie individuali.
Gli esiti disastrosi della guerra, la perdita della Sicilia e lo sbarco sul continente in Calabria, portarono al tentativo della monarchia di separare le proprie responsabilità e ad avviare trattative con gli alleati per la resa.

La drammatica storia della deportazione degli italiani nella Germania nazista prende l’avvio con l’annuncio via radio dell’armistizio da parte del maresciallo Badoglio la sera dell’8 settembre 1943. Gli avvenimenti delle ore immediatamente successive: il completo tracollo dell’intero esercito, l’occupazione da parte delle truppe tedesche del centro e nord Italia, gli sbarchi alleati a Salerno e in Puglia e la guerra combattuta sulla penisola sono gli esiti della alleanza disastrosa con la Germania nazista.
Una nazione prostrata da lutti, bombardamenti e fame ascolta le parole di Badoglio e solo per un attimo si illude che la guerra sia finita. L’abbandono di Roma da parte del re, dei ministri e dello Stato Maggiore dell’esercito e la fulminea azione della Wehrmacht con l’operazione Achse (Asso), precipitano il Paese in una delle più difficili situazioni della sua storia.
I tedeschi si erano preparati all’evento sin dal luglio, e avevano inviato in Italia 15 nuove divisioni in aggiunta alle 3 già presenti. Gli italiani si trovano soli davanti agli avvenimenti che precipitano e sono costretti a forme di adattamento alle nuove drammatiche condizioni, a scelte decisive che attingono nel profondo della storia della nazione, delle aspettative morali e civiche degli individui.

Gli esiti dell’armistizio colgono di sorpresa i militari italiani nella penisola, nel sud della Francia, nei Balcani, in Grecia. L’assenza di un piano coordinato di azione, la vaghezza dei pochi ordini, il venir meno dei comandi superiori, portano in breve allo sfascio delle forze armate.
Lo sbarco alleato a Salerno è vigorosamente contrastato dalle truppe di Kesserling, mentre le rimanenti divisioni provvedono al disarmo, in Italia e all’estero, di un milione di militari, all’occupazione dei principali centri del Paese, alla realizzazione di un ricchissimo bottino di guerra in armamenti e articoli di casermaggio.
In Italia gli episodi di resistenza sono isolati. A Roma militari e cittadini combattono per ventiquattro ore, mentre il re e lo stato maggiore abbandonano la capitale e l’esercito a un duro destino. Combattimenti si accendono al Brennero, a Piombino e all’Elba, in Corsica, ai confini con la Francia, qua e là per l’Italia ad opera di isolati reparti, ma si tratta di bagliori.
Molti militari sfuggono alla cattura con l’aiuto determinante della popolazione.
Drammatica è la situazione nei Balcani dove intere divisioni resistono in armi per alcuni giorni ai tedeschi. Oltre 20.000 sono i caduti, centinaia gli ufficiali fucilati dopo la cattura. La resistenza accanita di Corfù e Cefalonia si conclude con il massacro di oltre 5.000 militari da parte della Wehrmacht.

Per il trasporto in Germania, nella maggior parte dei casi, vengono utilizzati carri bestiame chiusi, dove i prigionieri sono ammassati in oltre quaranta per vagone.
Nelle stazioni di transito, a Mantova, a Bolzano la popolazione che si affolla sui binari riesce a passare qualche alimento di conforto ai prigionieri, raccoglie i messaggi per i famigliari.
Nel corso del lungo trasferimento dai Balcani i militari italiani riescono a scambiare con le popolazioni locali oggetti personali in cambio di cibo. Per i più sfortunati il viaggio dura fino a quindici giorni, poiché i treni, entrati nel territorio del Reich non hanno più precedenza assoluta e rimangono fermi sui binari morti. Talvolta sostano in aperta campagna per permettere i bisogni fisiologici, ma in molti casi i vagoni non vengono aperti fino a destinazione, costringendo i prigionieri a condizioni degradanti.
La fame e soprattutto la sete sono lancinanti. Anche il freddo si fa sentire nei corpi di chi, catturato sulle rive del Mediterraneo indossa divise estive. Riserve alimentari, vestiario e coperte sfuggiti alle requisizioni della cattura e del viaggio saranno decisivi per affrontare il lager. Sentinelle armate vigilano sui vagoni, i tentativi di fuga sono difficili e pericolosi, e a qualcuno costano la vita.

Dopo i convulsi e confusi momenti della cattura il viaggio è il contesto della presa d’atto della realtà della prigionia nel disorientamento collettivo. Angoscia e frustrazione colpiscono indistintamente veterani con anni di guerra sulle spalle e giovani, appena usciti dalla famiglia, chiamati alla leva a fine agosto del ’43.

L’arrivo in Germania, nel primo freddo dell’autunno tedesco, spalanca le porte dei lager, distribuiti sull’intero territorio del Reich, che raccolgono prigionieri di tutte le nazionalità che memori delle avventure fasciste, “accolgono” gli italiani come nemici.
I tedeschi sono brutali e riversano sui militari un disprezzo carico di razzismo per il tradimento dell’alleanza. Durante il trasferimento dalle stazioni ai campi di concentramento i “badogliani” misurano l’odio della popolazione fomentato dalla propaganda del regime.
Gli italiani devono apprendere rapidamente gli ordini in tedesco e lo scandire del tempo del lager, fatto di brusche sveglie, di interminabili appelli, di frustranti file per lavarsi e per un misero rancio.
Nei lager di raccolta e smistamento viene loro assegnato un numero, vengono fotografati e schedati. Il lager è spersonalizzazione, fame, freddo, carenza di condizioni igieniche elementari, luogo dove si sviluppano malattie, dove prolifera la tubercolosi che diviene una delle prime cause dei decessi fra gli italiani.
I militari di truppa vengono separati dagli ufficiali che sono destinati agli Oflag. Molti sono inviati nei lager della Polonia come Deblin, Czestochov, Benjaminow.

Ben presto gli italiani si accorgono di essere abbandonati a se stessi. I prigionieri alleati ricevono pacchi e corrispondenza e sono assistiti dalla Croce Rossa, che garantisce un controllo sulle condizioni della prigionia.
Ai militari italiani non viene riconosciuto lo status di prigionieri di guerra, essi vengono dunque esclusi dai benefici della Convenzione di Ginevra (condizioni, assistenza, controlli, corrispondenza, regolamentazione del lavoro, divieto d’impiego nella produzione bellica).
Per ordine di Hitler gli italiani vengono classificati come Internati Militari (I.M.I.), uno status improprio, uno stravolgimento del diritto umanitario di guerra.
Con questo artificio i tedeschi hanno mano libera nel loro trattamento e nel massiccio impiego nelle fabbriche del Reich. Gli IMI sono posti sotto la sorveglianza della Wehrmacht che li distribuisce in lager presenti in tutti i distretti militari della Germania e dell’Austria e in particolare in quelle zone (bacino del Reno, Amburgo, Bassa Sassonia, Berlino, Turingia) dove maggiore è la concentrazione industriale. La Wehrmacht si occupa della loro sorveglianza e affitta la loro forza lavoro.

Sono di questo periodo (tardo autunno del ’43, ma proseguono fino alla primavera successiva) le richieste di adesione da parte di esponenti della Repubblica Sociale. La Rsi, nata il 23 settembre, è una creatura dei tedeschi e senza reale autonomia.
Il tentativo del maresciallo Graziani di costituire un esercito da schierare al fianco dell’alleato (che guarda senza partecipazione alla campagna d”arruolamento che sottrae lavoratori al Reich), è l’ultima azione di Mussolini per rientrare nel gioco della guerra e della politica italiana.
Funzionari dell’ambasciata di Berlino, gerarchi e ufficiali collaborazionisti visitano i lager degli IMI.
Nelle “Appellplatz” i militari italiani sentono i richiami alla guerra di civiltà, retribuita con divise pulite, cibo, possibilità di rientro in Italia, ma non cedono alle lusinghe e alle minacce che premono sulle drammatiche condizioni della prigionia.

La generazione operaia e contadina, educata nella scuola fascista, trova la forza e la dignità di opporre nella quasi totalità (circa l’86%), un secco “NO” alla guerra fascista, all’eventualità di essere impiegata in un conflitto fratricida. Più alta la percentuale di chi aderisce fra gli ufficiali (circa il 20%).
Gli “optanti” sono immediatamente separati e avviati ai campi di addestramento dove vengono formate quattro divisioni destinate a tornare in Italia nel 1944 per essere impiegate contro le forze della Resistenza.

Nei grandi campi di concentramento, dove si trovano migliaia di ventenni ufficiali di complemento, la Resistenza dà un senso alla prigionia, porta alle discussioni, allo studio, all’organizzazione di un’attività culturale e di intrattenimento, alla creazione di reti di informazione e comunicazione.
Il lungo tempo della prigionia è colmato a Sandbostel, a Wietzendorf dagli incontri di uomini che già pensano al domani, fanno esperienza di democrazia, pongono le basi della Costituzione.
La fedeltà alla monarchia si accompagna alla presa di distanza di chi si è sentito abbandonato nei giorni di settembre. Più forte di tutto è l’idea di una fedeltà ad una patria da ri-costruire.
La scarsità delle adesioni alle forze fasciste della Repubblica sociale permette ai tedeschi di usare pienamente il capitale umano in loro possesso.
Nelle “Appellplatz” è ora il turno dei mercanti di schiavi. Industriali, artigiani, agricoltori, convergono al lager per scegliere la forza lavoro di cui soppesano le qualità.
L’intento è quello di valorizzare le professionalità: alla produzione servono operai specializzati. Il progetto dà scadenti risultati per la concorrenza fra i datori di lavoro, per una certa disorganizzazione che coglie anche i tedeschi, per le difficoltà della lingua, per l’atteggiamento degli italiani poco disposti a collaborare.
Così c’è chi si dichiara contadino perché ha capito, (spera e sarà così) di avere in campagna meno problemi di sostentamento, chi si dichiara manovale generico per non essere separato dagli amici.
La Wehrmacht stringe contratti con le grandi imprese private metallurgiche e meccaniche che producono armamenti, con le ferrovie, con le miniere alle quali vengono destinati i più robusti fra i prigionieri. La distribuzione della forza lavoro internata risulta comunque abbastanza casuale.
Gli italiani vengono impiegati anche nell’edilizia, nell’agricoltura e nell’industria alimentare. Migliaia rimangono a disposizione della Wehrmacht e vengono utilizzati nello sgombero delle macerie o nella costruzione del vallo difensivo orientale.
Una siffatta distribuzione della manodopera è legata alla presenza di migliaia di lager di fabbrica, rigidamente sorvegliati, in cui confinare gli internati.
E’ la solita litania del lager fatta di squallore e spersonalizzazione, di pidocchi e strategie di sopravvivenza, di freddo e soprattutto fame. E’ un’inedia interrotta raramente dai miseri pacchi che arrivano a destinazione in modo fortunoso, sfuggendo alla guerra e alle requisizioni.
La povera corrispondenza è privilegio solo di chi ha la famiglia nella parte d’Italia sotto il controllo dei tedeschi; per chi abita al di là del fronte (praticamente tutta l’Italia centro meridionale) le comunicazioni sono impossibili.
La fabbrica spezza l’isolamento del lager, con la marcia sotto scorta la mattina e la sera, con le 10 -12 ore di lavoro al giorno che sono pesanti, ma talvolta offrono opportunità di fugaci comunicazioni con altri deportati e con gli stessi operai tedeschi. Anche nei lager avvengono scambi con i prigionieri di altre nazionalità e con le guardie, si sviluppa un misero mercato nero.
La diffusa presenza dei lager di fabbrica nelle città e nelle regioni del Reich, significa anche difformità delle condizioni del lavoro e del regime di coercizione. Così, nell’esperienza degli IMI, a situazioni drammatiche fatte di violenze, soprusi e logoramento, si contrappongono condizioni di prigionia e di sfruttamento più accettabili. In generale comunque per tutto il corso della prigionia gli italiani subiscono il disprezzo venato di razzismo dei tedeschi, che dà spazio alle ingiustizie arbitrarie e alle violenze, anche se non mancano episodi di solidarietà umana destinati a crescere nel corso della guerra.
Le razioni destinate agli IMI sono decisamente sotto il fabbisogno calorico. Denutrizione e deperimento, precarie condizioni igieniche, aprono la strada a nuove epidemie, minano fortemente le stesse capacità produttive degli internati.

Per gli IMI la malattia è prima di tutto la paura di un’eliminazione che appare inevitabile nel momento in cui si è inutili alla produzione.
Così si nascondono i sintomi, ci si cura in baracca, si ricorre all’aiuto dei compagni. I pochi sacerdoti cui è concesso di portare assistenza religiosa e umana, cui è permesso di vedere più lager e dunque di misurare la vastità della tragedia, riportano l’immagine di una situazione diffusa di sofferenza che trova il suo estremo negli squallidi campi ospedale come Fullen, come Zheitain dove operano generosamente medici che, in assenza di strumenti, medicinali, letti, condizioni igieniche elementari, condividono con i malati il degrado del lager, lazzaretti in cui si consumano centinaia di giovani esistenze.

La gran parte dell’apparato industriale civile è stato convertito nella produzione militare che assorbe il lavoro di milioni di schiavi separati rigidamente fra di loro; costretti a produrre, sotto i bombardamenti alleati, gli armamenti per ribaltare una guerra che la Germania sta perdendo.
I proprietari delle fabbriche si arricchiscono a spese dello stato tedesco di cui assecondano la politica sfruttando la manodopera semigratuita, spremendola fino alla consunzione nei casi più estremi (ebrei e nemici del Reich). Versano alla Previdenza tedesca i contributi sociali che assicurano agli IMI una parvenza di assistenza sanitaria. Le fabbriche si chiamano Krupp, Ig Farben, Auto Union, Daimler Benz, Siemens, Aeg, Volkswagen, Claas ecc…
Gli IMI ricevono uno stipendio figurativo, cui vengono detratti i denari per il mantenimento nel Lager (cibo, pernottamento). Quel poco che “resta attaccato” alla busta paga (quando c’è) non verrà mai rimborsato né spedito alle famiglie. In parecchi casi il salario assume le vesti tangibili dei “Lager mark”, carta moneta spendibile solo nello spaccio del lager che distribuisce fondamentalmente sapone, tabacco e a volte birra.

Il bisogno di manodopera aveva già portato in Germania 300.000 lavoratori italiani fra il 1938 e il 1943. Il fascismo aveva incoraggiato con una forte propaganda quella forma di emigrazione. Le invitanti offerte del Reich garantivano salari e condizioni come quelle dei lavoratori tedeschi.
I lavoratori erano la merce di uno scambio con il carbone e le materie prime indispensabili alle nostre industrie. La situazione degli stessi volontari cambiò in modo significativo dopo l’otto settembre del 1943: oltre al peggioramento del trattamento fu loro impedito il rimpatrio.
I militari catturati dopo l’8 settembre costituiscono una riserva preziosa, e i piani di Fritz Sauckel, Plenipotenziario per la manodopera del Reich, prevedono la deportazione di un milione e mezzo di italiani.
L’occupazione tedesca della penisola non è solo furto di materie prime, di beni di consumo, di manufatti industriali, di intere fabbriche, di tesori del patrimonio artistico, ma è anche razzia di forza lavoro. Dal settembre del ’43, i tedeschi rastrellano i civili, per mandarli in Germania o per impiegarli al servizio dell’esercito. Sulle popolazioni dell’alta Campania e del basso Lazio si abbattono le violenze della guerra totale fatta di deportazioni ed eccidi. Episodi che si ripetono sino all’autunno del ’44 sugli Appennini.
Alla fine del 1943 la stabilizzazione della guerra e dell’occupazione tedesca, il pieno controllo dell’apparato industriale italiano, spingono Speer, ministro degli armamenti e della produzione di guerra, , all’abbandono dei propositi di trasferimento in Germania delle maggiori fabbriche italiane e dei loro lavoratori.
L’Italia è considerata territorio di guerra attraverso cui difendere il territorio del Reich, un paese da spogliare e sfruttare fino in fondo, ma non da distruggere.
Anche la Wehrmacht e la Todt, che impiegano manodopera in Italia, si oppongono alle intenzioni di deportazioni di massa che rischiano di irrobustire le formazioni partigiane che già raccolgono chi fugge ai minacciosi bandi d’arruolamento dei fascisti repubblicani.

Il progressivo fallimento della campagna per la raccolta di volontari del lavoro in Germania e le necessità impellenti dell’apparato produttivo tedesco fanno sì che la precettazione e deportazione dei civili, la caccia agli schiavi (come la definiscono gli stessi tedeschi) ad opera di organizzazioni tedesche facenti capo a diversi ministeri del Reich, prosegua come uno stillicidio fino alla fine del 1944.
Con il fattivo aiuto delle milizie, dei sindacati, delle istituzioni della Repubblica sociale, attraverso retate improvvise nelle città, rastrellamenti delle zone attraversate dal fronte, con le precettazioni di contingenti operai delle fabbriche, vengono deportati decine di migliaia di italiani.
I civili deportati per essere impiegati come lavoratori coatti, alla fine risultano fra i 70 e i 100.000, un numero difficile da precisare per la complessità della loro vicenda, ma assai lontano dai propositi di Sauckel.
I repubblichini sono direttamente coinvolti e partecipi nella deportazione dall’Italia dei prigionieri alleati affidati nelle mani della Wehrmacht, e soprattutto degli ebrei e dei nemici della Germania (operai in sciopero, partigiani, antifascisti) destinati ai KZ. Questi sono vere e proprie anticamere dell’inferno, dove le selezioni eliminano preventivamente chi non è in grado di produrre e le aspettative di vita non superano i tre mesi.
I KZ come gli AEL (campi di rieducazione e punizione) e i loro campi dipendenti sono gestiti con fanatismo criminale dalle Ss e sono il destino anche dei militari puniti per la loro insofferenza e ribellione.
Su circa 40.000 deportati politici “nemici dell’Europa” oltre il 90% moriranno in questi lager.
Non diversa è la condizione degli schiavi in altre zone come a Kahla in Turingia dove sorge in pochi mesi un campo di lavoro costituito attorno a gallerie nella montagna in cui si assembla l’aereo a reazione che dovrebbe rivoluzionare la guerra e dove finiscono molti civili rastrellati e contingenti di IMI.

Nell’agosto del ’44 un accordo fra Hitler e Mussolini porta alla smilitarizzazione degli IMI e al loro passaggio a lavoratori civili.
L’accordo è importante per Mussolini, che cerca di accreditarsi agli occhi degli italiani e di rilanciare il suo ruolo e per gli stessi tedeschi che constatano la sempre minore produttività degli IMI detenuti in condizioni miserevoli.

Il passaggio di status è dapprima chiesto, poi viene sbrigativamente imposto a tutti. Chi rifiuta il passaggio a civile resta nei lager che passano sotto la giurisdizione delle SS di Himmler. La Wehrmacht passa in consegna gli ex IMI alla polizia locale; ai prigionieri sono consentiti piccoli spostamenti al di fuori del lager. Il cambio di status nella sostanza non migliora le condizioni di vita degli internati che si trovano a fare i conti, come gli stessi tedeschi, con la crescente penuria alimentare, col progressivo tracollo della Germania nazista.

Il passaggio a “civili” comporta l’obbligo del lavoro, cui restano esclusi i soli ufficiali superiori.
La smilitarizzazione è cruciale nel mettere alla prova i campi dove sono rinchiusi migliaia di giovani ufficiali, in buona parte di complemento, che per lo più sino alla primavera del ’44 erano stati esonerati dal lavoro.
Episodi di resistenza al lavoro accompagnano le vicende di gruppi di giovani ufficiali che per questo vengono minacciati, sono vittime di violenze, vengono condannati ai lager di punizione e ai KZ.
La resistenza nel lager si nutre delle notizie della guerra che filtrano attraverso geniali radio clandestine e di quanto sempre più frequentemente fanno capire gli stessi tedeschi.

Gli episodi di sabotaggio sono difficilmente documentabili, ma aumentano come i segnali del crollo in cui la Germania sta precipitando.
I bombardamenti alleati raggiungono una violenza inaudita, intere città vengono rase al suolo, i bunker non bastano e sono spesso interdetti ai lavoratori schiavi; i lager di fabbrica vengono spazzati via assieme ad interi reparti.
E’ un momento di grande confusione, di fughe, di violenza che coinvolge direttamente anche gli italiani. A Hildesheim, a Kassel, si consumano stragi ai danni di militari italiani impiccati nella piazza del Municipio, o fucilati da giovanissimi della Volksturm per aver raccolto cibo disperso dai bombardamenti. A Treuenbrietzen nei pressi di Berlino 150 militari sono fucilati perché ricatturati dai tedeschi dopo essere stati liberati dai Russi.
Queste vicende sono note perché ne hanno parlato i sopravvissuti. Di altre stragi compiute a fine guerra restano flebili testimonianze.
A Wietzendorf, Kahla, Dora solo il caso, o il rifiuto del comandante tedesco, non scatena una carneficina finale programmata.

La liberazione è storia di questa terra di nessuno fatta di grandi silenzi e squassanti rumori di guerra, al cui orizzonte appaiono improvvisamente i militari alleati. E’ prima di tutto liberazione dalla fame che ha ridotto il peso corporeo dei più intorno ai 40 chili.

L’assistenza, la sistemazione, il rimpatrio di milioni di uomini e donne dalla Germania sconfitta è uno dei primissimi compiti di cui devono occuparsi gli alleati, impegnati immediatamente dopo la capitolazione a disegnare i confini dei settori d’occupazione.
Le altre nazioni organizzano rapidamente i rimpatri. Per gli italiani si muove solo l’Opera Pontificia, ma ci vorrebbe ben altro.
C’è chi torna autonomamente a casa affrontando un viaggio carico di vicissitudini, chi torna alla baracca nel lager in attesa del rimpatrio, c’è chi viene impiegato come manodopera dalle truppe alleate, in particolare dai russi che ne trattengono migliaia per mesi.
La gran parte rientra dal Brennero o da Chiasso entro la fine di settembre del 1945.
Circa 50.000 sono i morti, sepolti in piccoli cimiteri, nelle fosse comuni, sotto le macerie nei più sperduti angoli della Germania.
Molti sono quelli che arrivano in Italia in condizioni penose, sconosciuto il numero dei deceduti dopo il rientro, come quello di coloro che restano segnati nel fisico e nella mente.

E’ un’accoglienza piena di sospetto e di imbarazzo, quella che l’Italia riserva ai reduci dalla Germania: subiscono un interrogatorio nei distretti militari, si teme possano accampare richieste. Alcuni vengono obbligati a prestare di nuovo il servizio militare.
Nell’Italia liberata gli IMI si disperdono. L’esperienza del lager e del lavoro coatto ne aveva fatto un soggetto collettivo. Al rientro ognuno torna alla sua realtà individuale, nei mille paesi d’Italia. La nazione ha fretta di guardare avanti e di dimenticare la guerra, non ha tempo né voglia di pensare ai reduci (sempre scomodi in tutti i dopoguerra), soprattutto a quelli dalla Germania, che chiamano in causa troppe responsabilità. Meglio dimenticare queste vicende, non parlarne più. Solo la memorialistica, l’ostinazione di pochi reduci sopravvive al lungo e pesante periodo della ricostruzione.

Deportazione, internamento, lavoro coatto degli italiani finiscono in secondo piano di fronte al dramma della guerra totale che ha coinvolto eserciti e popolazioni civili, di fronte alla grande tragedia della Shoah.
Le carenze della storiografia discendono in primis dalla difficoltà della società italiana del dopoguerra, già immersa nelle rigidità e opportunità della guerra fredda, a confrontarsi con il fascismo e la sua guerra, con l’otto settembre e la Repubblica sociale italiana, con la pulizia etnica perseguita in Slovenia, con le stragi tedesche sugli Appennini.
Se agli antifascisti (dei quali moltissimi non tornarono) giunge negli anni ’70 un riconoscimento tardivo, ben diversa è la condizione in cui si sono trovati gli IMI sopravvissuti a quell’inferno.
In questi sessant’anni nessun governo ha saputo e voluto indagare su queste vicende, quantificarne i numeri, ricostruirne la storia.
Posizioni e pronunciamenti pur autorevoli non sono stati sufficienti a portare ad un riconoscimento istituzionale, all’accettazione nel comune senso storico di questo paese delle vicende degli IMI, della loro Resistenza alla guerra e ai fascismi, della loro esperienza unica di crescita, riscatto civile e personale a nome di un’intera nazione.
Questo lavoro, con cui abbiamo cercato di proporre le vicende attraverso i racconti, disegni, documenti dei deportati italiani, è il nostro contributo alla conoscenza e alla giustizia per gli schiavi di Hitler.

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