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24 febbraio 2015 / miglieruolo

Cento e Cento Locuzioni del dialetto Grotterese (Bofia) – 02

Per nostalgia e anche per necessità. Per non perdere del tutto la propria identità, le radici e il ricordo di un mondo di povertà estrema ma di civiltà infinitamente superiore. Per quanto negativi determinati valori presenti in essa aveva il merito di non essere fondato tutto sull’apparenza, sul danaro e sulla finzione.

Un paese che, come tanti altri, ha resistito un secolo circa, nonostante i metodi di distruzione e assoggettamento coloniale adoperati dell’invasore piemontese, alla penetrazione del capitalismo. Poi, quasi d’improvviso, il crollo. In un ventennio, anni ’50 e ’60, la resa totale. Tutto si è consumato. Il buono scomparso, il cattivo e il pessimo rimasto. Non altro che macerie. Oremus. Con qualche rimpianto, ma il viso rivolto in avanti, alla speranza fondata sul sorgere del sole dell’avvenire.

Mauro Antonio Miglieruolo alias Mauro Antonio Migliaruolo, alias Mauro Antonio Migliarnolo  (Grotteria, 06 aprile 1942, alias 10 aprile 1942): alias Milland

***Alla rinfusa:

In basso, al centro, la chiesa del SS Crocifisso che, salvo poche case, cosituisce il vero inizio del paese. Sullo sfondo il mare (Marina di Gioiosa Jonica). Una sorta di Paradiso Terrestre dal quale gli abitanti sono stati cacciati dalle fame di manodopera a basso costo del Capitale.

In basso, al centro, la chiesa del SS Crocifisso che, salvo poche case, cosituisce il vero inizio del paese.
Sullo sfondo il mare (Marina di Gioiosa Jonica).
Una sorta di Paradiso Terrestre dal quale gli abitanti sono stati cacciati dalle fame di manodopera a basso costo del Capitale.

DORMUNU, dormono, usata anche per significare “abitano”, “le case sono abitate?”. La riporto in ricordo di una persona eccellente (garantisco, vero “uomo di rispetto”, rispettabile di là dalla sue “funzioni”) che portato da me nelle montagne che sovrastano il paese, là dove aveva lavorato da giovane, affacciandosi su un dirupo, fu udito pronunciare, in tono solenne, da eroe omerico: “dormunu jocassutta a genti?” Traduzione: Le case qui sotto sono ancora abitate? Mia moglie, non abituata a certe solennità che a volte assumono i meridionali (suppongo sia specifico dei calabresi) ne rimase colpita e sbalordita. Un vecchio contadino, probabilmente semianalfabeta, che assumeva una tale dimensione di nobiltà e direi dignità oracolare? Capita anche questo nella vita

PENDULA, grappolo d’uva.

RACINA, uva. Altro ricordo, quello di un signore al quale feci il favore di accompagnare una sua amica a Roma e che non ho più avuto occasione di reincontrare essendo stato ammazzato, come capita a tanti dello stesso ambiente. Un signore gioviale, scherzoso che una volta, nella sala da pranzo dell’Hotel Kennedy (all’epoca, fine anni ’70/prima anni ’80, ottimo albergo), alzando più in su della testa, quasi come a volerlo consacrare, un consistente e succoso grappolo d’una, accompagnò il gesto con la frase, pronunciata in tono altisonante: “mi staiu mangiandu ‘na pendula i racina”. Intenzione che in sé non aveva nulla di rimarchevole e che aveva saputo tramutare in una impresa grandiosa, degna di essere tramandata ai posteri. E che in effetti, contentandomi di utilizzare i miei scarsi mezzi, tento di tramandare.

VAJUNI, vallone, strade del paese nella quale si raccoglievano e raccolgono tumultuando, le acque piovane. Raggiungendo spesso diversi centimetri di altezza (strade che diventavano impraticabili). Finita la pioggia nel giro di pochi minuti tornavano asciutte. Alcuni di questi “vajuni” erano utlizzati per raccogliere i rifiuti (quasi prevalentemente fisiologici) degli abitanti. Fino agli anni sessanta il paese infatti non aveva un sistema fogniario generalizzato. I più la facevano dove capitava. Oppure in casa ‘nto rinali e poi si gettava o per strada, provocando spesso maledizioni da parte dell’incauto passante, o si portava ‘nto vajuni dove i rifiuti si accumulavano fino a raggiungere l’altezza di anche un metro e più (stime a spanne). Ci pensavano poi le piogge invernali a ripulire. O quantomeno scavare un solco al centro della immonda distesa, consento almeno di ridurne la crescita: il solco serviva a raccogliere i successivi apporti di “rifiuti”. Altri tempi, altre e differenti barbarie: ancora negli anni ’40 capitava di vedere vecchie dignitose, castissime comari che, chiacchierando, si liberavano delle acque sul posto, senza che nessuno badasse allo scroscio, o facesse una piega. Salvo i discendenti che poi, in “a parte” teatrali cercavano di far loro intendere che “quello” non si usava più, che i tempi ernao cambaiti, meglio aspettare e farla in casa, nei recipienti appositi. Effettivamente i tempi erano cambiati, su quel fronte qualche progresso si poteva essere registrato. Complessivamente però non si poteva sostenere, nonostante vaste illusioni, che fossero migliorati.

PISCIATURI, RINALI, i sopracitati recipienti appositi, passaggio obbligato per liberarsi dagli escrementi. Ch’io ricordi nella vicinanze di casa mia, non c’era altra che avesse un allaccio al nascente sistema fogliario. Stava sul balcone (il balcone allora era sprovvisto di ringhiera), uscendo a sinistra. C’era, ma era praticamente inutilizzabile. Salvo che per risparmiarsi la fatica di recarsi “o vajuni” per liberare “u pisciaturi”. Si trattava infatti di un bugliolo esposto alla vista dei passanti. E la gente passava essendo la Bofia rione densamente abitato. Abitata da una umanità sofferente, ma laboriosa e rispettosa del prossimo. Virtù ora in disuso, ma la cui perdita pesa molto sulla qualità della vita in questo scorcio di millennio.

CACARUNI, cacasotto, vigliacco, uomo debole.

ZIMBA, ZIMBEJA (quando piccola), ripostiglio sottostante le case, utilizzata spesso per custodire animali.

CATOJU, lo stesso di zimba, ma con finalità differenti. Spesso seminterrato, tenuto come magazzino.

VIZZICA, residuo di una cosa. Il più intimo di una cosa o persona. Si utilizzava spesso con il senso di consumare fino all’estremo. O anche violare fino all’estremo.

ZIAFRATA, lucertola. La parole mi porta il ricordo di uno degli spettacoli più orribili al quale abbia assistito. Peggiore persino di quello dell’assassinio di un maiale (non so definirlo diversamente) effettuato proprio davanti alle porte di casa mia. Di questo forse racconterà in altre sede la storia. Ora è tempo di ricordare quello del sacrificio delle lucertole. Mi avevano insegnato i birbantelli della mia medesima età a prenderle al laccio utilizzando i lunghi steli della gramigna, annodando le flessibili estremità per farne un nodo scorsoio. L’apertura del nodo veniva poi posta dabanti alle lucertole immobili tra l’erba. Quando la lucertola si muoveva entrava nel nodo che scorrendo la imprigionava. A lungo mi esercitai in questo sport, nel quale era diventato abile come pochi. Tenevo prigioniere le lucertole per un po’, povere creature, e poi le liberavo. Un giorno però incappai in una squadra di ragazzini impegnati nella pratica del medesimo esercizio. Ognuno catturò una lucertola e poi tutti insieme le appesero contro un muro. Dopodiché iniziarono a “fucilarle” utilizzando le pietre delle quali si erano preventivamente riempiti le tasche. Le lucertole iniziarono a contorcersi, a macchiare il muro di sangue. Io invece scappai, preda della coscienza di caino, anche se la mia non l’avevo appesa. Non posso dire di averlo fatto subito, ma quello sport non mi diede più piacere. Smisi di praticarlo.

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