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25 febbraio 2015 / miglieruolo

Cento e Cento Locuzioni del dialetto Grotterese (Bofia) – 03

Per nostalgia e anche per necessità. Per non perdere del tutto la propria identità, le radici e il ricordo di un mondo di povertà estrema ma di civiltà infinitamente superiore. Per quanto negativi determinati valori presenti in essa aveva il merito di non essere fondato tutto sull’apparenza, sul danaro e sulla finzione.

Un paese che, come tanti altri, ha resistito un secolo circa, nonostante i metodi di distruzione e assoggettamento coloniale adoperati dell’invasore piemontese, alla penetrazione del capitalismo. Poi, quasi d’improvviso, il crollo. In un ventennio, anni ’50 e ’60, la resa totale. Tutto si è consumato. Il buono scomparso, il cattivo e il pessimo rimasto. Non altro che macerie. Oremus. Con qualche rimpianto, ma il viso rivolto in avanti, alla speranza fondata sul sorgere del sole dell’avvenire.

Mauro Antonio Miglieruolo alias Mauro Antonio Migliaruolo, alias Mauro Antonio Migliarnolo  (Grotteria, 06 aprile 1942, alias 10 aprile 1942): alias Milland

***Alla rinfusa:

 

 

 

 

 

Chiesa Matrice, con la parte sud del paese. Che mi è quasi del tutto ignota.

Chiesa Matrice, con la parte sud del paese, settore certamente più nobile del popolarissimo rione Bofia.
Località che non conosco, in quanto mai frequentata. Sotto la Chiesa, la Piazzetta, invisibile in questa prospettiva.

SBALASCIARI, rompere, rovinare. Molto usato in “sbalasciari i botti”. Dare un fracco di legnate, rovinare un oggetto.

BOTTI, botte. Attività nella quale si esercitavano volentieri i genitori d’antan per educare i figli. Capita di ascoltare nonne e nonni (bisnonne e bisonni) che se ne vantano. Lo scopo educativo comunque era in subordine di quello dell’assoggetamento. Tutto era in funzione del controllo. Un controllo rigido dei genitori sui figli che riflettesse quello dovuto dai servi della gleba ai signori feudali (barini e capi ‘ndrina della situazione). L’amore che questi severi e ignari genitori dedicavano perè ai loro figli, i sacrifici, la cura, meritavano la risposta di un amore e un rispetto sorprendenti, difficile da riscontrare oggi. Peccato che il superamento dell’ideologia delle “botte” abbia comportato un allentamento dei legami familiari. Più libertà certo per l’individuo, ma a prezzo dell’assoggettamento a una potestà molto più feroce, inflessibile e indifferente ai destini dell’individuo di quella conseguente alla residua tradizione feudale.

‘NSUJA (da non confondere con la ‘NDUJA, vedi più avanti), dolce secco sopraffino, tipico di Serra San Bruno, prospero poese sede della prima Certosa d’Italia. Il dolce attualmente è praticamente introvabile. Nei mercati settimanali tentano volentieri di spacciare i (lo dico alla romana) mostaccioli per ‘nsuja, ma tra di bue prodotti esiste un abisso. Un abisso di qualità e sapore (colgo l’occasione per ringraziare un esercente del centro città che me ne ha fatto assaggiare uno, una tavoletta di 25/30 cm per 20, alta un paio: non credo di aver mai gustato qualcosa di più buono. Non credo di aver pagato qualcosa di più caro. Non con la medesima buona predisposizione. Se siete fortunati e vi trovaste per caso a passare da quelle parti, chiedete, può essere sia dato anche voi la medesima occasione. E se il caso non capita, provvedete e farlo capitare. Quel dolce vale la pena di un pellegrinaggio.) La stima in cui questo dolce era tenuto dai vecchi grotteresi (che mi padre chiama, sbagliando artatamente, grotterisani) era tale che ha dato origine alla minaccia “fazzu nommi ti piaciuno mancu l’insuji”. Ti riduco al punto che non potrai gradire nemmeno gli ‘nsuyi. Il che era considerato impossibile. Un impossibile (la punizione tremenda) che superava l’altro, l’impossibile di non farsi piacere gli ‘nsuji.

‘NDUJA (Gesù! Gesù!) terribile, tremendo condimento con cui spalmare il pane, “migliorare” un sugo” o assassinare una persona; cibo piccante grasso maleficio che più non si può: rispecchia esattamente certe esagerazioni della tumultuosa e pur docile indole calabrese (è il malato cronico dell’intestino che parla, tenetene conto).

COCCALA, COCCALI, testa. Parola molto  usata quale sinonimo di glande in “coccali i cazzu”, cioé colui che non capisce niente, l’imbecille per vocazione, il fastidioso, l’insopportabile della situazione. Per temperare qualcuno però dice, vezzeggiando ma non meno offendendo, “cocculeja”, che è quasi lo stesso. Epiteto ammesso solo tra amici.

PIDITA, emissione di gas intestinale. Usato confidenzialmente e scherzosamente, tra l’altro,  in “ti piditasti?” anche se non è vero, sottintendendo che non c’è stato rumore, ma l’interpellato lo stesso (moralmente, caratterialmente) si è lasciato andare. Oppure chiedendo il vero, perché nell’aria c’è un certo sentore che induce a sospettare. Oppure per mettere sull’avviso, per chiedere attenzione. Se non sei stato tu, qualcun altro deve averlo fatto, o si accinge a farlo: attenzione, pericolo in vista.  Molto usato anche nella locuzione “pidita i lupu” che è, nello stesso tempo, faccenda di poca consistenza e poco valore, ma anche una pallina di formaggio a cui, non saprei proprio dire il perché, è stato attribuito questo strano nome.

LIMOSINARU/LIMOSINARA, mendicante. Stato morale di estrema degradazione. Per cui si dice di persona senza dignità, priva di decoro. Più correttamente andrebbe tradotta con “accattone”. In ambedue i casi è previsto che la porsona tanto male interpellata possa in effetti non praticare l’accattonaggio.

FICATU STOMACU MALI DI PANZA, marasma, disfacimento totale dell’organismo aggredito da molteplici malattie. Può avere anche valore morale, di persona nei guai fino al collo.

TI TAJJHIU A TESTA, ti taglio la testa. Minaccia rivolta da un padre alla figlia invaghita di un giovane inviso alla famiglia, o perché aveva “mancato di rispetto” a qualcuno dei componenti, o perché sospettato di far parte di qualche congrega criminale. La risposta della figlia era stata degna di cotanto padre. Energica e determinata com’era nel carattere del “vecchio genitore” (buon sangue non mente). Efficace tanto da restare per decenni fissa nei detti, nelle barzecole (vedi più avanti) e nelle leggende paesane. Mettendo la testa sul corrimano del balcone al quale erano ambedue affacciati (sotto passeggiando il fortunato spasimante) la ragazza aveva esclamato: e vu potiti tajjhiarimi subitu a testa, e puru vrazza e gambi, ma a chiju sulu mi maritu. Ambienti così in Europa (per fortuna?) non ce n’è più. Ma neppure donne di quelle tempra è possibile trovare.

BARZECOLE, barzellette, detti, leggerezze, faccende e cose indegne d’attenzione. Amatissimi dal popolo coloro che ne avevano da raccontare e sapevano raccontarne. Tenuto in grande stima un certo Gigi Castruccio, del quale si diceva non avesse mai neppure lavorato un gionro in vita sua; e sul quale sarebbe appropriato scrivere un poema per cantare len gesta. Avendolo però perso di vista in troppo tenera età, mi vedo costretto a limitararmi a una citazione. La seguente: che il pezzo forte di Gigi Castruccio pare fosse (di questo sono testimone diretto, d’altre gesta gloriose non posso dire) porre il palmo della mano sotto l’ascella per, abbassando e sollevando il gomito, far emettere ai due organi un qualche riconoscibile motivetto in voga. Suoni un po’ sguaiati, lo ammetto, ma divertenti da udire. La musica comprensibile.

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