Skip to content
8 marzo 2015 / miglieruolo

Cantare alla Madrigalesca – 1 (per l’Otto Marzo)

di Mauro Antonio Miglieruolo

Madonna, io non so dirvi quanta sia la dolcezza e quanto il bene che dalla benevolenza vostra ho tratto; e non dico di certi vostri sorrisi, o del garbo con cui sempre ognuno trattate, e della leggerezza che ognuno trae dal semplice tocco delle vostre mani: a molto più importante alludo. C’è stato un momento, non più tardi di due giorni da che scrivo, in cui la speranza, da voi discretamente seminata, io che più non speravo, mi ha letteralmente sopraffatto. Una dolcezza grande allora è entrata in me, che stupefatto contemplavo la mia fortuna e non la sapevo vedere, annebbiato da tutto quel miele e quel fuoco che m’aveva invaso. E dentro di me dicevo, senza articolare né il concetto, né la parole, dicevo: ancora, e poi ancora, ancora, interminabilmente.

08-Pic238

Ah, che ci sono momenti che uno vorrebbe morire, per non veder morire quel determinato momento! In quello stato d’animo ero io. Senza possibilità di ragionare, di articolare una qualsiasi azione, nella pura felicità, sorpreso, sopraffatto, sbaragliato. Ma come tutto finisce, la pazienza vostra pure ed io che cercavo già di scuotermi, senza poterlo fare, ho visto il cielo oscurarsi e il miele sparire. Vi siete allontanata da me e solo a quel punto mi sono veramente reso conto dell’occasione che avrebbe dovuto farmi ladro e neppure era riuscita a rendermi discolo! Io che d’improvviso era stato dal vostro dono arricchito, mi sono ricondotto povero quanto e più di prima! Ahimé, quanta dabbenaggine!
Del troppo d’emozione avevo, però, le mie buone ragioni per lasciarmi sopraffare. È proprio vero, consideratelo, Madonna: quel che tanto si aspetta, sorprende più dell’inaspettato. Ed è vero che ogni permanente è assolutamente provvisorio. Tutto finisce a questo mondo, anche quello che non dovrebbe mai finire. La gioia, il godere sterminato, l’ebbrezza inconsulta della mano che non è pronta a stringerla, l’ebbrezza, afferrando rapace non appena la intravede per mantenerla in sé… Ma è sopratutto il bene a dissolversi in fretta. È più grande è il tempo che lo si aspetta, più grande è il pericolo di non saperlo accogliere. Può giungere, il bene, per soffocare invece di sollevare, inibito il desiderio, lo spirito imprigionato. In quel momento sublime (non crediate stia esagerando, parlo del mio esatto sentire) son diventato prigioniero di me stesso, dello stesso desiderio che avrebbe dovuto liberarmi. Abbagliato dall’evento, dalla felicità che stava lì, a meno di mezzo passo. E che bastava coglierla. Avere, per averla, solo alcune brevi parole. Parole come queste, ad esempio: mio bene, quanto a lungo ti ho atteso! Oppure, subito dopo che v’eravate distaccata: Signora, se sapeste… vi assicuro che sono mancato a me stesso, prima che a voi. Perché, forte della vostra magnanima sovranità che elargiva grazie, non avete ulteriormente prestato soccorso pronunciando il mio nome? Sarebbe stato, allora, tutto diverso. Appellando l’io avreste scosso l’uomo… distogliendomi dalla mia esaltazione avreste esorcizzato l’incantesimo che voi stessa avevate gettato. Dovevate aspettarvela una reazione del genere, dopo che m’avevate parlato, un certo tempo fa, in un modo che mi aveva indotto a lamentarmi di voi, accusandovi di chiudermi la porta in faccia. Un certo tempo fa, dico. A meno che non sia stato il giorno avanti, e io l’abbia dimenticato; o il mese precedente il nostro incontro. O forse no, la condanna avvenuta molto prima, alla vigilia dell’estate (il tempo corre tanto in fretta che facilmente possiamo scambiare le ore con le settimane), quando con parole sicure m’avevate costretto a prendere atto ch’era meglio riponessi ogni illusione. Da allora, lo confesso, non mi sono concesso altro che minuti di dolore, io a macerarmi, impotente, sempre più attratto da una bellezza, la vostra, che sembra non avere mai fine (eppure si sa, la bellezza, tra le cose umane, è la prima a prendere commiato), imponendomi di impormi sui pensieri (vana impresa) per non pensarli e non acuire il dolore: in tutto questo tempo ho sofferto al punto che in certi momenti vi ho persino detestata. Mio Dio, sì, è successo anche questo e non dovrà più capitare mai.
Ma mi sono lamentato sin troppo. Voglio che voi sappiate che nonostante lo sconvolgente momento in cui il vostro corpo si è allontanato e, poco dopo, quando la vostra mano ha rifiutato la mia che timidamente attentava di sfiorarla; voglio sappiate che son bastati quei secondi di condiscendenza per darmi una forza che non speravo più di poter raccogliere. Ho trovato in me energie sufficienti per prendere iniziative che mai avrei creduto possibili. Mi son visto muovere persino la notte e dopo essermi affaticato tutto il giorno, il passo agile, veloce, come solo nei primi anni della mia vita osavo dare. Solo per il breve di questa esperienza dovrei inginocchiarmi davanti a voi e ringraziarvi.
Che dirvi altro? Nulla che sperare nelle vostra indulgenza. Credo di essere legittimato a chiederla, forse perché io stesso, solitamente feroce nel giudicarmi, mi sono invece assolto. Come, per altro, non guardare con indulgenza a un amante tanto appassionato? Fedele negli anni e pur confinato nel ruolo d’amico, che fedelmente ha sempre rispettato. Vi desidero troppo, credo lo sappiate (io certo lo so), ma vi rispetto anche troppo, per potermi comportare diversamente. Considerate inoltre che tra tutte le infelicità da cui uno possa lasciarsi cogliere la più grande e temibile, quella che non lascia scampo, è la paura delle felicità.
Questa ultima voi potete darmela. Sta alla vostra volontà regalare salute e gioventù, salvarmi dal cammino di perdizione che, senza nemmeno rendermi conto, ho intrapreso. Vi prego, fate che il miracolo si ripeta, che la donna in voi produca quella magia che contraddistingue ognuna, e contraddistingue voi più di ogni altra. Perdonate la mia insipienza, sapendo che è stata causata da troppo desiderio e dalla grande considerazione che ho per voi. Ve lo chiedo anche perché mi lusingo pensare che, in qualche misura, quel che accaduto, e proprio perché accaduto, abbia coinvolto anche la vostra bella persona. A parte la fiducia nel vostro contegno, so che in certe questioni l’uomo può ingannarsi, ma lo spirito mai erra. E voi all’anima mia siete approdata. L’anima mia, che poi è lo stesso che dire, voi, mia cara.
Spero mi ascoltiate. Per quel poco che voglio, sarebbe crudeltà voltarmi le spalle.
Poco. Basterebbe vi tenessi tra le braccia i pochi minuti necessari a sussurrarvi nelle orecchie la parole che mi nascono dentro, le stesse che vorrei mettere ora sulla carta e non oso. Parole scontate sulla bellezza vostra e quelle sempre auguste che l’amante pronuncia quando lascia libero di manifestarsi l’amore per il suo stesso amore.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: