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9 marzo 2015 / miglieruolo

Arte e tecnica al servizio dell’arte

di Mauro Antonio Miglieruolo
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Pubblico con enorme ritardo una risposta a un articolo di Fabrizio “Astrofilosofo” Melodia risalente al 12 aprile 2014 (vedi: http://www.labottegadelbarbieri.org/?p=22782). Si tratta di una bozza che mi ripromettevo di successivamente sviluppare. Avendolo smarrito nei meandri del sovraccarico di progetti, molti dei quali compiuti ma ugualmente smarriti in un disordine che non è solo frutto di distrazione ma dell’incalzare della tarda età, lo ripropongo oggi, senza sostanziali innovazioni, in omaggio al rispetto e considerazione che il nostro Astrofilosofo merita; ma anche di me stesso per il poco di tempo ho saputo e voluto dedicargli.
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Astrofilosofo in quel suo articolo al quale rimando, poneva due problemi fondamentali, nascosti sotto la specie “progresso tecnologico”. Il primo attiene al rapporto stile/forma con il contenuto, e ai suoi effetti, positivi o negativi, di fusione nell’opera artistica; il secondo invece è dato dal ruolo affidato al reale per produrre effetti di verosimiglianza (rapporto reale/fantastico). Su ambedue offre una propria soluzione.
Personalmente ho molti dubbi sull’ostacolo che lo sviluppo della tecnologia (effetto speciale) costituirebbe per la “resa artistica” (al contrario, costituisce una occasione). La possibilità dell’effetto speciale può incoraggiare la pigrizia dell’autore, o coprirne le carenze, non impedire lo sviluppo delle qualità artistiche, se queste sono presenti. Ma qui allora sarebbe da mettere in ballo il problema della qualità dell’autore e serietà delle sue intenzioni, non i limiti propri alla “macchina da presa”. Altrimenti dopo i fratelli Lumière sarebbe dovuto risultare progressivamente sempre più difficile produrre ottimi lavori cinematografici (il che non è).

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Sull’altro versante (reale/fantastico) mi chiedo se l’Inferno dantesco sia meno credibile per l’avere Dante adoperato materiali fantastici (i deliri Medioevali sull’inferno, merce corrente ai suoi tempi), invece che quelli “realistici” di Boccaccio; o se sia invece più credibile proprio per aver fatto ricorso agli stessi.
Attenzione poi: l’esempio della testa/ragno* ci riprecipita nell’ambito degli effetti speciali ai quali vorremmo sottrarci. In primis perché il discorso sulla creatività viene ricondotto, con grave danno, all’abilità tecnica dell’utilizzatore e al tipo di effetti a cui ricorre. E poi perché in ultima analisi sfocia nella colpevolizzazione dei soli effetti ottenuti tramite computer.

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Così come non è la pistola a uccidere, ma l’uomo che l’adopera (e prima di lui colui che l’ha ideata e costruita), nello stesso modo non sono gli effetti speciali a uccidere la creatività, ma l’industria culturale che domina il panorama ideologico, politico ed economico odierno: una industria che tutto livella e tutto riconduce al guadagno del giorno dopo.
E’ il clima generale dominante l’ultimo secolo (clima utilitaristico a oltranza) il responsabile delle mediocrità generale del prodotto artistico, non gli strumenti messi in campo per realizzarlo. Esattamente quel clima contro il quale abbiamo l’obbligo di prodigarci per abbatterlo.

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* Riporto integralmente il brano relativo: John Carpenter, al quale era stato proposto di girare il seguito (oppure prequel) del suo capolavoro «La cosa» (del 1982) con largo budget e uso di effetti speciali digitali, rispose: «No, non lo realizzerò. Forse la pellicola ne acquisterebbe con l’uso del suono digitale, assolutamente strabiliante. Ma non la visione. Rob Bottin usò tecniche artigianali quali lattice, sangue e altri liquidi, tutto attivato meccanicamente. Era vero, infatti la scena della testa con le zampe di ragno è qualcosa ancora d’intollerabile. Con il computer non sarebbe vero, non produrrebbe il medesimo effetto emotivo».
Forse è proprio per questo che troppe persone continuano ad amare i vecchi film di fantascienza dell’era pre computer grafica: erano veri, facevano provare emozioni reali e tangibili. Davvero si percepiva solo la forma.

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