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17 marzo 2015 / miglieruolo

Cento e Cento Locuzioni del dialetto Grotterese (Bofia) – 07

Non solo ricordi, anche emozioni. Una parola, un momento particolare della vita. L’intensità restituita.

Chi ha vissuto in quell’ambito calabrese e in quel solido sociale ricco d’umanità (ancorché povero), può capire, apprezzare. Chi no considerarà la pagina che segue pura perdita di tempo.

Mauro Antonio Miglieruolo

*

17marzo_n*

CUCUJA, grandine. Famosa una grandinata di chicchi grandi come arance. Il ricordo diretto è svanito, non il racconto di una protagonista di quell’evento, Gina da Pipara, affezionata cugina più grande di me di nove anni, che si affacciò sulla via dove abitavo, con il capo protetto da una semplice tavoletta, di non

 uscire. Intorno a lei pietre di ghiaccio… (vedi anche: https://wordpress.com/post/21257747/13318). Le grandinate costituivano per noi piccoli una grande occasione. L’unica in cui era possibile, ai bofiari, d’assaggiare la granita al caffé (o al limone). A differenza della grandinata, alla quale non ricordo di avere assistito, ricordo la bontà del sorbetto che mi fu servito con mia grande gioia: sapore inaspettato e sorprendente.

NIVI, NIVIERE, neve, nevai. Altra occasione nella quale non granita ma la parola “gelato” (GIALATU) venne iscritto, gradita sorpresa, nel piccolo vocabolario di me bambino, confinato ancora e direi anche limitato nello spazio delle poche case della “ruga”. Durante la notte se ne accumulò un discreto strato sul balconcino (senza ringhiera) che dava sulla slargo dove abitavo. Mia madre ne prese un poco, lo mescolò in un bicchiere con caffé zuccherato e me lo diede. Piacevolezza che si risolse in una delusione. Poco tempo dopo, svegliandomi al mattino notai che il terrazzo era coperto da un analogo strato di ciò che scambiai per neve. Una strato di materiale grigio. Reclamai la “mia” granita. Mia madre mi spiegò, come poté, che non si trattava di neve, ma di cenere, frutto di una straordinaria eruzione dell’Etna. Questo il ricordo. Della realtà fattuale non so dire. Il vulcano distante, con il trascorrere degli anni anche la delusione distanziandosi, non mi avvilisce più.

CHIANTATURI, piantatore. Attrezzo di legno a punta adoperato per fare buchi nel terreno e piantare semi. O mettere a dimora piantine.

LARDITA, FUNGI, funghi. Nelle montagne che circondano Grotteria se ne trovano a iosa. Basta saper cercare, avere fortuna o avere individuato un sito da tenere segreto. Ma si trovano anche asparagi (SPARAGHI), castagne, gelsi (frutti granci quanto un pollice, sugosissimi, bianchi, rossi e neri) e fragoline di bosco. profumatissime. Una trentina di anni fa incappammo casualmente in un vero boschetto di tali piantine. Ne raccogliemmo un paio di chili. Al ritorno in albergo, che si riempì tutto del profumo, il gestore al quale li consegnammo per farli preparare, ci disse che ci avrebbe pagato qualsiasi cifra gliene avessimo portati altri per i suoi clienti (che pure usufruirono di quella nostra scoperta). Ma noi ervamo lì in vacanza, non per fare business. Ritrovare il posto sarebbe comunque stato difficle. Non avevamo pensato di segnarlo. Sogno ancora di tornare da quelle parti, tornare in montagna e imbatterni di nuovo nel boschetto di fragole. Come sognare di andare sulla Luna.

CURTEJU, coltello. Un tempo molto usato nelle liti personali. Ora, per fortuna, soltanto per rievocare il peggio dei bei tempi andati.

CURTEJIJU, specialmente in TI CURTEJIJU, ti accoltello (vedi sopra)

BROCCA, forchetta.

PIGNATA, tegame, pentola. I FAGIOLI ‘NTA PIGNATA…

SPISA, cucinato, cucinare (FARI A SPISA)

SUORU, sorella. L’onore della sorella valeva quello della moglie. La gelosia, la stessa. La violenza legalizzata. La sopraffazione inavvertita. Non tutto era bello di quei tempi. Alcuni aspetti li rendono ripugnanti. La nostalgia però non recede, rifiuta di lasciare il passo alla ragione.

CALATA, scesa, accento, ma anche per l’atto di mandar giù. SU CALAU, se lo è mandato giù. Sottintendendo con gran piacere. Si dica anche CALATA CALABRISI, per inflessione calabrese.

JUSU, sotto.

SUPA, sopra.

MALUNA, melone.

ZIPANGULU, ZIPANGULA, cocomero, cocomeri. Mi raccontava mio zio Ciccio (Francesco Bruzzese, defunto, buon sarto e abilissimo commerciante, pace all’anima sua) che trasportando un carretto pieno di cocommeri gli avvenne di imbattersi in un duo poco raccomandabile, che gli chiesero un cocomero (ZIPANGULU) per dissetarsi. Al che questo mio zio, uomo di mondo, con prontezze invitò i due a prendere ciò che volevono. Due, anche tre, scegliendo. I due presero educatamente il cocomero (ZIPANGULU) richiesto e salutarono distintamente. Dietro il caretto di mio zio, un secondo anch’esso pieno di cocomeri (ZIPANGULA). Condotto da qualcuno meno urbano e molto meno consapevole degli uomini e del modo opportuno con il, quale é d’obbligo gestire alcuni. Alla richiesta dei due il carrettiere rispose villanamente, mandando la coppia a quel paese. I due non ci stettero a pensare su molto. Fermarono il caretto, tirarono giù la sponda e scaricarono tutti i cocomeri. Molti di loro si infransero, altri rotolando finendo in un burrone. Il poveretto con le mani nei capelli, assistendo impotente alla sua rovina. L’episodio era raccontato sorridendo, io invece provavo compassione per quell’uomo. Al quale il destino e l’arroganza degli uomini non aveva imparato a vivere, invece solo inasprito.  Cosicché,  in luogo della dovuta educazione,  apprese una ben triste lezione: la necessità di piegare la testa di fronte all’insolenza.

LORDU, sporco, sozzo, anche moralmente.

NETTITÀ, pulizia. Usata molto in: VIVA LA NETTITÀ, ironica allusione a qualcuno/qualcuna non molto stimato per le sue abitudini igieniche.

CIURRARI, scolare, bere con avidità. TA CIURRASTI? Te la sei scolata?

SDRUPUNARI, SDRUPUNU, rovinare, sconocchiare. TI SDRUPUNU, ti rompo, ti rovino.

GRACIOMMULA, albicocche. O così mi sembra di ricordare.

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