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27 marzo 2015 / miglieruolo

Cose dette con il cuore in mano

dal blog di lunanuvola

di Maria G. Di Rienzo

***

Riporto il post che segue, nonostante riferisca di un problema personale, in quanto tratta di un argomento di interesse generale. La struttura chiusa, autoreferenziale, dell’editoria e dei mezzi di comunicazione di massa. Molti potrebbero lamentare i stessi problemi, le stesse reazioni, la medesima indisponibilità alla comprensione. Io stesso li ho dovuti sperimentare (alias subire). Occorre molt pazienza, oltre che grande costanza, per muoversi all’interno del panorama culturale italiano. Ogni tanto però la pazienza scappa. Non è il caso di Maria G. Di Rienzo, che mantiene lucidità e compostezza. Nonostante tutto. In questo caso il grazie personale che intendo rivolgerle (ha parlato anche per me) accompagna il grazie ideale con il quale, con il suo comportamento, ha gratificato se stessa.

Mauro Antonio Miglieruolo

***

(Premessa: il 6 gennaio ho scritto via mail ad un quotidiano locale, in seguito all’intervento di un musicista cittadino che chiedeva ragione dell’invisibilità del proprio lavoro. Ho detto alla redazione che mi trovo nella sua stessa situazione perché in svariate occasioni, nel corso di un lungo periodo di tempo, ho mandato loro recensioni e copie dei miei libri ma non si sono mai accorti che da quarant’anni vivo e lavoro a Treviso. Non ho detto nient’altro. Non ho fatto menzione di alcun giornalista. Non ho ipotizzato sulle ragioni. Ma la curatrice della rubrica culturale ha ritenuto di dovermi rispondere personalmente: come, lo desumerete dal mio testo sottostante.)

 parlare dal cuore

Uno dei miei lavori è la formazione alla nonviolenza. Sono stata addestrata – a livello internazionale – a distinguere e decostruire gli alimentatori della violenza (oltre che ad organizzare azioni ecc.) e a riconoscere gli schemi che ricorrono nelle situazioni di conflitto.

Uno dei più frequenti è la delegittimazione di chi viene percepito come oppositore. Nel nostro caso, io sottolineo l’invisibilità del mio lavoro e lei suggerisce in sequenza:

– che io stia dicendo il falso;

– che io dica quel che dico perchè non so niente del mestiere di giornalista e della particolare situazione locale;

– che io in effetti non abbia fatto nulla degno di nota, perché nulla risulta dai vostri archivi (non so se abbia considerato una ricerca su internet, ma se non l’ha fatto gliela consiglio: troverà, su di me, molto di più di quanto abbia trovato negli archivi giacché, ovviamente, io non smetto di esistere solo perché il suo giornale non sa che esisto);

– che io parli a vanvera spinta dai miei pregiudizi.

Quindi, riassumendo, non avrei alcun titolo per aprire bocca.

Le assicuro che, sebbene sia un atteggiamento comune, la delegittimazione non ha nessun effetto di spostamento della percezione nella “controparte”: chi espone un appunto, o chi sente di aver subito un torto, non si ritiene compensato da un responso che gli dà del bugiardo o del disinformato. E le prospettive che gli sono fornite assieme alla sua delegittimazione inevitabilmente sono offuscate dalla stessa, per cui non convincono.

Che lei sia seccata dalle critiche al suo giornale è comprensibile, umano. Ma chiedersi se le persone che lamentano la propria invisibilità hanno delle ragioni (sono umane anch’esse), invece di presumere immediatamente che stiano mentendo, è doveroso. E’ possibile che il mio materiale sia andato tutto perduto casualmente, per anni? E per quale incomprensibile motivo dovrei mentire al proposito? Perché voglio un palcoscenico a tutti i costi? Quanti colleghi conosce che le abbiano detto di me: “Ah, quella non fa che scrivere mail e mandarci roba, anche tre volte al giorno, è una psicopatica affamata di visibilità, ti ferma persino per strada, ecc.”? Glielo dico io: nessuno, perché niente del genere è mai accaduto. E quando il suo giornale mi ha dimostrato per la quarta o quinta volta, con il silenzio, di non avere interesse per i miei libri io ho semplicemente smesso di mandarveli. E’ stato solo il leggere di un’altra persona che lamentava vicende analoghe a indurmi a chiedervene conto, perché sino a quel momento ritenevo il trattamento fosse riservato a me per qualche motivo particolare che non avevo (e non ho) alcun interesse a conoscere.

Se fossi la presuntuosa rompiscatole descritta sopra, avrei lisciato le sue argomentazioni invece di analizzarle, avrei accolto immediatamente il suo invito a venire in redazione e mi sarei precipitata ad incontrarla. Ma non è successo e non succederà. Io vivo sotto il livello di povertà proprio perché non ho mai accettato compromessi sul mio lavoro e non ho mai pagato nessuno ne’ per pubblicare, ne’ per essere recensita: ho invece spedito in giro il materiale, quando ero in grado di farlo, perché scrivo per comunicare ed è quello che scrivo ad essere importante per me, non avere il mio faccione sulle pagine dei quotidiani.

Il 99% delle mie collaborazioni giornalistiche a riviste (cartacee e telematiche), durate decenni, è stato fornito a titolo gratuito perché la “missione” della rivista – la nonviolenza, la lotta all’omofobia – mi interessava più della possibilità di ricevere un compenso. Persino per il saggio pubblicato da una casa editrice universitaria (“Voci dalla rete – Come le donne stanno cambiando il mondo”) ho accettato di non essere retribuita perché per me lo scopo del far conoscere come le donne in tutto il mondo stanno contrastando e trasformando la violenza era di gran lunga più importante dell’avere un paio di occhiali nuovi – infatti, sono riuscita a comprarli solo 3 anni dopo, a fine 2014, nonostante ormai faticassi a discernere le lettere sullo schermo del computer.

Quindi, tutto quello che posso fare per rispondere al suo invito è lasciarle prossimamente in redazione un po’ di fotocopie: le mie copie dei testi sono poche e non rischio più il loro smarrimento, sia esso dovuto a sviste, cestino calamitante, postino ladro di libri, o quant’altro. Se il materiale le sembrerà sufficientemente degno di menzione, lo usi o se non vuole occuparsene di persona lo giri a qualche collega. Altrimenti lo getti pure via senza bisogno di avvisarmi.

Se desidera parlare direttamente con me può venire lei a trovarmi. E’ quanto ho sempre fatto io, da giornalista, quando volevo intervistare qualcuno. Maria G. Di Rienzo

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