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5 aprile 2015 / miglieruolo

Quando sono diventata femminista

dal blog di lunanuvola

(tratto da un più ampio testo di Kushi Kabir, coordinatrice per il Bangladesh di One Billion Rising, 29 gennaio 2015 per Huffington Post, trad. Maria G. Di Rienzo. Kushi Kabir, ecologista, lavora da oltre quarant’anni per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali nel suo paese. Nel 2005 ebbe una “nomination” per il Premio Nobel per la Pace, in riconoscimento del fatto che sino ad allora aveva contribuito ad organizzare 175.000 contadini/e senza terra.)

kushi

Quando sono diventata una femminista? Ci sono molti momenti nella vita di ogni donna che la fanno ergersi per se stessa e le sue sorelle, e ce ne sono stati molti nella mia. Ma il primo che mi viene in mente è il giorno in cui mi fu detto che non potevo sedermi sull’autobus, semplicemente perché ero una donna.

Sono cresciuta nel Pakistan orientale, ora Bangladesh, negli anni ’50 e ’60. Era un paese in cui le donne erano cresciute affinché vedessero le loro vite come destinate al matrimonio. In special modo in campagna, ciò significava essere totalmente obbedienti al marito all’interno della casa e totalmente silenziose fuori di essa.

Dopo aver finito le scuole, vedevo quanto pressione era fatta sulle mie amiche perché trovassero un marito. Io venivo da una famiglia inusuale e meravigliosa, dove i miei genitori volevano che io fossi libera e scegliessi da me il mio sentiero: mi hanno sempre trattata come eguale agli uomini. Sapevo di essere in una posizione privilegiata, perciò volevo capire com’era la vita per le donne nel mio paese che non erano così fortunate. E questo è il motivo per cui nel 1971, dopo la guerra d’indipendenza e con la maggior parte del paese in rovine, sono andata a lavorare per un’agenzia umanitaria. Dopo due anni di lavoro a Dhaka, ho sentito il bisogno di operare sul campo, e così ho chiesto loro di mandarmi in una delle aree remote dove c’era più necessità di aiuto.

Il mio capo era assai insicuro all’idea di mandare una giovane donna nata e cresciuta in città a vivere e lavorare nei villaggi. “Non sei mai stata in un villaggio prima.” Be’, risposi io, c’è una prima volta per ogni cosa. Allora venne fuori la sua preoccupazione reale: nessuna donna sarebbe stata accettata come figura autorevole. Certo, risposi ancora io, se non cominciamo da qualche parte.

Lui tentò di darmi ragioni per cui non potevo andare, come il disagio di vivere là. Disse che non avrei avuto una stanza privata, perché non c’erano altre donne che lavorassero in quell’area remota, ne’ all’agenzia umanitaria ne’ altrove. Disse che non c’erano toilette adeguate. Io chiesi: “Tu hai una stanza privata, quando vai là?” Lui ammise di sì. “Allora userò la tua stanza.”, conclusi io.

Cominciai i miei viaggi nei compartimenti di terza classe sul treno, nelle chiatte sul fiume e in autobus stracolmi. I compartimenti per le donne erano separati sulle chiatte e sui treni ed eravamo schiacciate in minuscoli spazi senz’aria, strette l’una contro l’altra, con le finestre chiuse e ben coperte di modo che nessuno potesse vedere dentro neppure per sbaglio. Sull’autobus c’erano solo due file, con sei sedili, per le donne. In quello spazio ristretto le donne dovevano tenere i loro bambini, e spesso i loro polli, e persino capre, tutto appiccicato addosso. Viaggiavano solo da una casa a un’altra, tipo da quella del padre a quella del marito. Alle donne era richiesto di essere sottomesse e miti ed erano forzate ad esserlo.

Io andavo a sedermi nel compartimento degli uomini, che era più aperto e aveva più spazio. Mentre usavo gli autobus per un tratto del mio viaggio, mi fu spesso detto che dovevo comprare due biglietti, perché nessun uomo si sarebbe seduto accanto a me. “Quello è un loro problema, non mio.”, rispondevo.

Altre volte, il conducente mi diceva che non c’era posto per una donna. Io davo un’occhiata alle file e c’erano un mucchio di posti, ma erano vicini agli uomini, perciò lui rifiutava di farmi sedere. Io mi facevo strada e andavo a prendere posto lo stesso. La gente mi guardava sbalordita. Potevano sentire dalla voce che venivo dalla città, che ero istruita: se fossi stata una donna rurale mi avrebbero trattata molto male.

Quando il conducente scendeva a raccogliere i biglietti, non si rivolgeva in nessun modo alle donne. Diceva a voce alta: “A chi appartiene questa donna?” Più tardi, quando viaggiavo con colleghi di sesso maschile, a chiunque dicesse questo rispondevo anch’io a voce alta: “Questa donna non appartiene a nessun uomo. E li vedi gli uomini alle mie spalle? Loro appartengono a me.”

Anni più tardi lessi di Rosa Parks e capii perfettamente perché era andata a prendersi il suo posto sull’autobus – e poi succedesse pure quel che doveva succedere.

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