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26 maggio 2015 / miglieruolo

Mormorò il Piave: bugie lunghe 100 anni (2)

dal blog di 

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Ho letto, in rapida successione, due importanti libri (*) sulla guerra che fu detta «grande». Oggi ragiono sul secondo: «La grande menzogna» – sottotitolo: «Tutto quello che non vi hanno mai raccontato sulla prima guerra mondiale» – di Valerio Gigante, Luca Kocci e Sergio Tanzarella.

Prima i numeri. I morti italiani in tre anni di guerra sono 650 mila, poi c’è mezzo milione di feriti gravi e mutilati ma anche 600mila prigionieri «abbandonati dall’Italia – senza aiuti e assistenza – perché considerati disertori e codardi». 40 mila soldati impazziti, «un indebitamento che si è estinto solo negli anni ’80», truffe sulle spese di guerra (fra gli imputati Ansaldo e Ilva) «tutti rimasti impuniti».

26maggSigmundberger.PrigionieriItaliani-300x261Poi la rabbiosa sintesi di un grande poeta. «Chè quer covo d’assassini / che c’insanguina la Terra sa benone che la guerra / è un gran giro de quatrini / che prepara le risorse / pe’ li ladri delle Borse». Aveva detto tutto, nel 1914, Trilussa in «Ninna nanna della guerra» che diventò canzone (in modo spontaneo nelle trincee).

Cent’anni dopo, fra gli inganni di ieri e quelli che preparano (se non lo impediremo) nuove guerre, io vi consiglio di leggere e di far circolare il più possibile «La grande menzogna» (Dissensi editore: 170 pagine per 13,90 euri). Rigoroso nella ricerca, chiarissimo nella scrittura e soprattutto efficace nella sintesi. Se infatti ci si mette a ravanare fra i molti libri dedicati alla prima guerra mondiale o nei ponderosi saggi sulle riviste storiche io credo che si trovi tutto ma … che fatica. Invece un libretto così (170 pagine per 13,90 euri) è capace di riassumere tutte le bugie, censure e rimozioni, ignoranze che – in buona fede a livello popolare, in mala fede a livello istituzionale – ancora accompagnano il massacro che fu detto grande guerra. Siamo il Paese dove Agostino Gemelli e Gabriele D’annunzio vengono ancora additati a esempio; dove ai boia – in testa Luigi Cadorna – si dedicano scuole, stazioni (qui in blog vedi, a esempio, Cadorna e le decimazioni) o monumenti.

Sono insegnanti e giornalisti Valerio Gigante e Luca Kocci, due degli autori; docente all’università il terzo Sergio Tanzarella. Si sono divisi gli argomenti ma il libro non risente di salti o di stili diversi.

L’efficace introduzione va subito al punto: «raccontare la (vera) storia per contrastare chi continua a celebrare l’orrore e ripetere “la grande menzogna». Seguono quattordici capitoli e tre appendici. Eccoli in estrema sintesi.

1 – «Dalla penna al fucile: gli intellettuali con l’elmetto» ricorda Marinetti che glorifica la guerra e disprezza la donna, il vergognoso D’Annunzio ma anche gli “interventisti” in buona fede come – purtroppo – Giuseppe Ungaretti e Gaetano Salvemini.

2 – «Dalla neutralità all’interventismo, le ragioni di un cambiamento “interessato”» analizza il ruolo di banche e industrie ma anche il meccanismo “tecnico” («una sorta di colpo di Stato») con il quale l’Italia entrò in una guerra dalla quale avrebbe avuto ogni vantaggio a star fuori.

3 – «Delle “commesse” rapine: lo scandalo delle spese per le forniture di guerra» offre dati agghiaccianti ma «di questo scandalo non è rimasta quasi traccia nella memoria nazionale» grazie a Mussolini che fece «inghiottire nella notte della dittatura» tutto quello che faticosamente stava emergendo nelle inchieste. Ci sarebbe quasi da ridere raccontando la corruzione e l’imperizia perfino sui muli o sul panno grigioverde (che non era idrorepellente)… se quello non fosse il meccanismo che accompagna tutte le guerre e gli armamenti, come ben dimostra oggi la vergogna (per dirne una soltanto) degli F 35, “bidoni” di morte.

4 – «La guerra sui corpi umani» ricostruisce l’evoluzione degli strumenti di morte: «l’ annientamento industriale del corpo» secondo la definizione di Barbara Bracco.

5 – Della questione «Tribunali speciali e decimazioni: la strategia del terrore» si è parlato spesso qui in “bottega”. Ma c’è sempre da imparare. Anche perché «sugli oltre 5 milioni di italiani che avranno prestato servizio militare pesano ben 330mila denunzie».

6 – Interessantissimo il capitolo su «La gestione del tempo libero e della prostituzione al fronte». Già l’11 giugno 1915 «la circolare 268 firmata da Cadorna» spiega come gestire i bordelli grigioverdi con le prostitute trattate come schiave: «una pagina immonda che i celebranti la vittoria continuano a strappare dai libri di storia».

I capitoli 7 e 8 ovviamente si intrecciano. Da una parte «Aspersorio e gagliardetto: preti e religiosi alla guerra» e dall’altra «Benedetto XV, il papa che disse no all’orrore» e che per le sue nettissime prese di posizione «costruiva le premesse per la sua totale cancellazione dai libri di scuola e dalla memoria degli italiani». Le molte pagine su/di Agostino Gemelli sono da libro horror e non a caso i suoi testi più compromettenti vengono oggi occultati. A tanta ferocia religiosa il libro contrappone la dolorosa umanità laica di Erich Maria Remarque e di Emilio Lussu.

9 – Ricordo da ragazzino (e dunque circa 50 anni dopo la prima guerra mondiale) di aver sentito dire molte volte frasi del tipo: «Ah scemo di guerra, togliti l’elmetto ed esci fuori». A dimostrare che, nonostante si cercasse di nascondere la verità dei tanti che in trincea persero il senno, il numero (40mila «calcolati per difetto») era troppo grande per essere del tutto rimosso dall’immaginario popolare. Il capitolo «Pazzi di guerra» offre documenti interessanti ma dimentica di citare il film (del 2008) di Enrico Verra «Scemi di guerra, la follia nelle trincee» che mi dicono molto interessante e dunque (?) ha avuto ridotta circolazione.

10 – «Senza patria, il dramma dei prigionieri di guerra» è forse il vertice dell’orrore: «i prigionieri italiani sono 600mila» (neanche i numeri precisi si riescono a sapere), «un soldato ogni dieci». L’Italia otterrà “il primato” dei prigionieri morti: oltre 100mila perché il governo considerandoli «traditori» bloccò viveri e medicinali. Il prigioniero, sentenzia D’Annunzio, «sventurato o svergognato perde diritto alla gloria». I generali incapaci, sadici, felloni e ladri invece non si toccano.

11 – «Il re è nudo: le lettere a Vittorio Emanuele III» fa capire come, in certi casi, l’odio per il re “sciaboletta” si mescolasse con la consapevolezza popolare sulle vere ragioni della guerra: certamente poche (422) ma significative.

I tre capitoli successivi sono efficacissimi a disegnare 3 passaggi che costruiscono «una sorta di consenso retroattivo alla guerra» e dalla prima guerra portano al fascismo e da lì fino all’oggi: si intitolano «Da morti a caduti, l’uso politico della memoria» (e aiuterà molti a guardare con occhi nuovi gli “innocui” monumenti che invadono le nostre città), «I sacrari militari, religione civile della “nuova patria”» e poi «Carne e ossa senza nome: il culto del milite ignoto, dal Piave a Nassirya». Sulla nascita, inizialmente in Francia, dei “militi ignoti” segnalo a chi legge – ma anche ai tre autori per un’auspicabile seconda edizione – quanto ricostruisce Eduardo Galeano (è anche qui: Una carovana mancata e un milite troppo ignoto). La vicenda di Schio che oppone la lapide della «Lega proletaria» a quella censurata è esemplare: restano i nomi delle vittime ma scompare l’identità dell’assassino, il generale Andrea Graziani.

Le tre necessarie appendici – le chiamo così ma sono parte integrante del libro, anche stilisticamente – sono intitolate «“Maledetto sia Cadorna”, le canzoni contro l guerra», «Il cinema senza l’elmetto» e «Percorsi di lettura». Mi permetto, da cinefilo e antimilitarista, di fare una piccola critica (l’unica in fondo) proprio al capitolo sui film: sarebbe stato utile qualche cenno a «J’accuse» di Abel Gance, a «Per il re e per la patria» di Joseph Losey e soprattutto a «Prigionieri della guerra 1914-18» di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian, tanto più che si accenna ad altri film dei due registi.

Tornando a Trilussa, se rileggete la sua poesia sostituendo alla parola “sovrani” i nomi degli attuali “democratici” guerrafondai… purtroppo quasi tutto sembra immutato. Ma, come sempre, dipende anche dal nostro impegno fermare i nuovi macellai. E in questo impegno può essere utile anche contestare le tragiche pagliacciate “commemorative” del centenario… magari leggendo le pagine di «La grande menzogna» a scuola dopo che i militari sono intervenuti per dire la loro, senza che sia concesso alcun contraddittorio.

L’IMMAGINE IN ALTO è quella che trovate a pagina 89 del libro. La didascalia indica in Sigmundsberger la località austriaca dove furono rinchiusi e morirono tanti prigionieri italiani; ma altrove (in rete e in libri) si trova scritto Sigmundshberg; probabilmente non si tratta di un errore ma solo di un differente modo per scrivere lo stesso nome. Ogni chiarimento è comunque il benvenuto.

(*) DEL PRIMO LIBRO HO PARLATO IERI: è «Gli ammutinati delle trincee» di Marco Rossi, pubblicato da Bfs (88 pagine per 10 euri) cioè la Biblioteca Franco Serantini con il sottotitolo «Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale: 1911-1918». Domani in bottega un terzo e ultimo post sulle bugie “mormorate” dal Piave ma urlatissime dai giornalisti e generali. Accennando a un libro – «La rivolta dei santi maledetti» di Curzio Malaparte – sulla rotta di Caporetto che sarebbe opportuno rileggere oggi ma stranamente (?) è introvabile.

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