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3 giugno 2015 / miglieruolo

Millecinquecento di questi giorni di Maria G. Di Rienzo

Millecinquecento di questi giorni

Il n. 1.500. E’ questo.

1500

Da fine dicembre 2009 ad oggi vi ho scritto, deliziosi/e 570 “seguaci” e gentili viaggiatori/viaggiatrici, ben millecinquecento volte. E voi avete stabilito il mio record di visite giornaliere a 20.857: per un blog “minuscolo” come questo, che tra l’altro è solo un luogo di lettura, non è male. Ringraziamoci reciprocamente, quindi, perché dopo quasi sei anni di frequentazioni continuiamo a trovare piacevole la nostra relazione.

Ho incontrato (anche se solo virtualmente) persone affascinanti e piene di spirito, grazie a questo posto. Ho imparato un sacco di cose mentre lavoravo per rendere i pezzi attendibili ed efficaci. Ho dato un bel mucchio di notizie sulle attività delle donne in tutto il mondo. Soddisfacente, sì.

Capita a volte, però, che io non abbia più voglia di continuare, anche questo è vero. Chiunque abbia la scrittura come occupazione principale incorre in momenti simili, soprattutto in un’epoca come questa e in un paese come questo: sarà perché ho una certa età, ma davvero lo scenario è andato oltre la mia immaginazione. Io non avrei mai pensato possibile un arretramento culturale della portata di quello che vedo all’opera in Italia.

Analfabetismo di ritorno, atomizzazione e solipsismo, credulità, fanatismo, odio sparato alla cieca e alla rinfusa… e non si tratta dei sintomi di una malattia degenerativa dell’età anziana. Giovanissimi, giovani e adulti non possono essere stati colpiti simultaneamente da Alzheimer, afasia e Sindrome di Tourette in proporzioni epidemiche.

Di quando in quando, l’esposizione a dosi massicce di questo andazzo (online e offline) è così avvilente, per me, da farmi desiderare uno stop; adesso mi fermo, penso, smetto di cercare di comunicare, perché non c’è più quasi nessuno in grado di ascoltarmi. Ma – è curioso – sino ad ora è sempre capitato questo: la goccia che avrebbe dovuto far traboccare il vaso ha sortito l’effetto contrario.

Perciò, se siete contenti di avermi ancora qui oggi dovete ringraziare il Corriere della Sera. Nella fattispecie, uno dei suoi impiegati… definirlo un “giornalista” avrebbe implicato dei significati non adeguati al prodotto che sto per illustrarvi.

La notizia è questa: a Napoli, il 16 maggio u.s., un uomo di 48 anni in possesso di diverse armi ha ucciso quattro persone, a cominciare dal fratello e dalla cognata, e ne ha ferite altre sei, sparando dal suo balcone. Ribadisco: ci sono 4 cadaveri e qualcuno li sta piangendo; ci sono sei persone che hanno rischiato la vita e stanno soffrendo e chi le ama sta soffrendo con loro. Il che implica una narrazione che contenga del rispetto.

Inoltre, ci sono delle questioni sullo sfondo su cui si potrebbe tentare di riflettere: la detenzione di armi da parte di civili (l’assassino aveva fucili e pistole regolarmente denunciati), la produzione e il commercio di armi in generale, il collegamento fra armi e idea socialmente prescritta di “mascolinità”, la tendenza – che appare in crescita in Italia – a risolvere ogni dissidio eliminando, anche fisicamente, l’antagonista o il contendente.

Il Corriere della Sera, invece, paga qualcuno perché racconti la storia come se recensisse un videogioco:

“Dovete provare a immaginarvi una scena tremenda. C’è un uomo che vi sta sparando dal suo balcone di casa. Il balcone è al primo piano. Lui prende la mira e vi spara addosso. Clac-clac! Usa un fucile a pompa. Il fucile a pompa è il preferito dagli agenti dell’Fbi: maneggevole, ha una potenza di fuoco eccezionale, si carica con un movimento semplice che produce un rumore caratteristico. Clac-clac!”

Quell’aggettivo, “tremenda”, si annacqua al completo nelle frasi successive a meno di non intenderlo in senso elogiativo: il fucile a pompa, vedete, è proprio “tremendo”, tremendamente fico, potenza di fuoco eccezionale, preferito dall’FBI, e fa clac-clac! Mancano gli indirizzi per andare a comprarne uno, ma forse l’autore li dà in privato.

“Giulio Murolo di anni 48, – ci spiega ancora costui – infermiere all’ospedale Cardarelli, ha la passione per la caccia ed è un ottimo tiratore. Se va via di testa uno così, si mette molto male.” Alé, il raptus! L’impiegato del Corriere, oltre alla passione per il clac-clac che ripeterà ad oltranza per tutto il pezzo, deve avere anche la sfera di cristallo, una laurea in psicologia veloce d’emergenza e un intuito infallibile: perché altrimenti non c’è modo di sapere se e quanto “via di testa” fosse il sig. Murolo, che ha abbandonato una discussione con fratello e cognata per andare a prendere il fucile a pompa (non lo aveva in mano mentre stavano litigando) e che in casa, secondo i rilievi della Polizia Scientifica, aveva preparato un innesco per far esplodere due bombole di gas. Chissà, forse i suoi raptus erano ricorrenti, lo acchiappavano anche quando era da solo e lo inducevano a improvvisarsi bombarolo…

Giulio Murolo è sul balcone accanto ai due cadaveri, il videogioco prosegue: “C’è solo un uomo allo scoperto, giù, all’angolo: si chiama Francesco Bruner, è un ufficiale dei vigili urbani fuori servizio che conosce Murolo. Non esita a gridargli di smettere, e lo implora, lo scongiura: contemporaneamente devia il traffico, camion e motorini, alza il braccio, fa cenno di andare via, andate via, c’è uno che spara. Clac-clac! Murolo prende la mira con calma – ci sono numerosi testimoni nascosti dietro alle automobili in sosta – e lo mette giù. Siamo a tre morti. E ora Murolo dalla tasca estrae pure una pistola.”

E lo mette giù: può essere una coincidenza bizzarra, ma è la traduzione letterale (letterale e non esatta, quest’ultima sarebbe “lo abbatte”) di “he/she puts him down” – un’espressione gergale inflazionata nei thriller e nei polizieschi statunitensi. L’autore guarda il filmato, dove tutto appare finto e allora forse lo è, dove assassini e uccisi sono figurine pixelate bidimensionali, e si produce in una cronaca da evento sportivo: Lo stopper contrasta e mette giù l’attaccante. Siamo a tre falli. L’arbitro estrae il cartellino rosso dal taschino.

La prosa avanza con convulsioni simili sino alla fine: “rantola un carabiniere”; “un agente (…) viene colpito ad un braccio (ma continua) ad impugnare la sua Beretta”, “dicono che dietro un cassonetto si sia trascinato un altro vigile urbano (…) pure lui è stato centrato”… “Ma Murolo non molla. Anzi. Riprende per bene la mira. Luigi Cantone è un fioraio che ha appena rallentato a bordo del suo scooter grigio. Un colpo, a Murolo basta solo un colpo. I morti sono quattro.”

A questo punto, l’allenatore della squadra con 4 morti e 6 feriti chiede un tie-break perché l’incontro rischia di protrarsi eccessivamente? Sig. Impiegato del Corriere, chi le ha insegnato a scrivere? E soprattutto, qualcuno le ha insegnato che deve del rispetto agli altri esseri umani? Ha mai sentito parlare di senso del limite?

Comunque, la vicenda si è conclusa dopo un’ora di trattative con la resa dell’assassino. Murolo esce e si consegna alla polizia: “Lo tengono per le ascelle, gli premono il collo. Lui ha gli occhi di un bue. Lo sguardo di un bue. Avrebbe detto: Non mi uccidete, però… ho fatto solo una cazzata.”

Omero definiva “bovini” gli occhi della dea Era, ma intendeva sottolinearne il profondo e regale sguardo. Attualmente, invece, lo “sguardo di un bue” e “gli occhi di un bue” sono metafore usate per indicare mitezza, tristezza o vuotezza. Sembra che, nell’intento dell’autore, Murolo debba suscitare la nostra compassione non appena abbandona le armi. D’altronde, come non provare uno slancio di simpatia per un uomo che ha solo fatto una cazzata? Va bene, ha sparato un po’, ma facendo clac-clac! Va bene, qualcuno è morto, pazienza. Non dobbiamo giudicare l’omicida, chissà come soffriva, la cognata probabilmente era una stronza, il vigile urbano lo ha provocato cercando di fermarlo e mio cugino mi ha detto che il fioraio lo aveva spernacchiato il mese prima…

In Italia, e ne sono grata, la pena di morte non c’è e Giulio Murolo non rischia di essere ucciso, ma che definisca quel che ha fatto “una cazzata”, come molti altri assassini – soprattutto di mogli, fidanzate, amanti, compagne e figli – negli ultimi anni dovrebbe indurre qualche riflessione sul modo in cui questi individui sono socializzati e su come tale socializzazione li scollega dalla realtà. A questo proposito, la narrazione effettuata sul Corriere è esemplare: completamente sospesa per aria, pervasa da un senso di eccitazione per la performance omicida neppure troppo sotterraneo (clac-clac!) e intrisa di stereotipi obsoleti e dannosi – in primis la classificazione da “folle” appiccicata all’assassino a prescindere da ogni analisi fattuale. Lo schema, peraltro, non differisce da quello applicato alla violenza di genere.

Quindi, per chiudere il discorso dell’inizio, temo di dover restare qui ancora un po’ a decostruire la marea di stupidaggini che mi/ci investe. Forse voi non ne avete bisogno. Il buon senso, il contrasto alla violenza, la ragionevolezza, il rispetto reciproco e la lingua italiana sì. Nel mio piccolo, ovvio. Maria G. Di Rienzo

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2 commenti

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  1. lallaerre / Giu 3 2015 00:32

    un resoconto agghiacciante…

  2. cristina bove / Giu 13 2015 11:19

    certo che devi restare! assolutamente!

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