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3 giugno 2015 / miglieruolo

PD, partito della nazione?

No, PD partito della reazione!

di Mauro Antonio Miglieruolo

*

Bisogna trovare il coraggio di dirlo, finalmente dirlo e anche a voce alta. Ciò che caratterizza il PD non è più la continuazione con una decennale deriva moderata, ma l’approdo a una prospettiva di assunzione in proprio dei compiti specifici della destra tradizionale, la destra estrema non fascista. La quale destra non si è mai conciliata con i valori espressi nella costituzione, che ha sempre rifiutato di applicare integralmente in attesa di poterla demolire, che ha costantemente avuto come programma di riferimento la distruzione della capacità di resistenza dei lavoratori allo sfruttamento ed operare una modifica istituzionale tale che da rendere impossibile, per molti decenni, una risposta operaia all’intensificazione dello sfruttamento, alla riduzione degli spazi di libertà, alla demolizione dello stato sociale.

Non si tratta qui del parvenu della politica Signor Renzi, il quale ha semplicemente scoperchiato il sepolcro dove giace la salma di quello che fu un partito d’opposizione (che paga con la vergogna di oggi le contraddizioni di ieri). Già negli anni Novanta, con l’adesione al maggioritario, il gruppo dirigente di allora aveva manifestato la sua adesione al programma più destrorso del padronato italiano. Il maggioritario, si sa, spostando l’attenzione dai programmi alle persone, dai gruppi di cittadini, che hanno scarsi mezzi per avere successo in politica, ai professionisti (che invece di mezzi ne hanno a dismisura) pone in atto una contemporanea ineguaglianza: favorisce il successo dei conservatori e mortifica i progressisti. A livello di opinioni, chi ha i mezzi per essere presente sempre (non solo durante il confronto elettorale) sui media, è inevitabile finisca con il prevalere. Come è inevitabile che prevalga chi è in grado di pagare profumatamente le prestazioni dei professionisti della politica e di fidelizzarli con prebende di ogni genere.

Ma non è stato solo quello il segno dell’abbandono da parte del gruppo dirigente che ha ereditato l’elettorato del PCI di ogni istanza di tutela dei lavoratori. Lo stesso è avvenuto con l’introduzione dei CoCoCo, promossa proprio dalla “sinistra”, e successivamente con le leggi limitative dei conflitti sindacali che hanno trovo l’attuale PD sempre in prima linea nel vararle o nel collaborare alla loro attuazione.

Renzi (personaggio per me tra i più invisi), la pietra dello scandalo, in questo quadro costituisce soltanto l’emblema di un processo che sta arrivando a compimento. Il problema non è lui, lui il sintomo del problema: è la punta di diamante dello schieramento che sta accingendosi a “chiudere i conti” con il proletariato. Il problema è il PD preso nel suo insieme; il problema è di comprendere e denunciare il ruolo nefasto che ha assunto. Se la responsabilità politica di Renzi in questa fase è grande, non lo è però delle scelte strategiche che hanno portato il PD all’infausta posizione alla quale sta approdando. Renzi ha solo scoperchiato le tombe, appunto. Non lui ma il partito nel suo insieme ha caricato, e da tempo, sulle proprie spalle il pesante compito di portare avanti e dare esecuzione a quella sorta di golpe bianco che è nei sogni della borghesia. La timida, tentennante, ridicola opposizione che all’interno del partito ha ricevuto ne è la comprova. Non si tratta di sottolineare, e eventualmente deridere, l’eseguità dei personaggi, la loro dabbenaggine politica, la viltà personale con la quale questa opposizione portavano avanti (o indietro). Quel che è da vedere è la convergenza strategica tra Renzi e la “sinistra” PD, cioé il fatto che Renziani e Bersaniani condividono l’orizzonte strategico in cui il partito opera. Le differenze tra loro, che a volte danno luogo a parole forti che rimangono parole, sono solo di dettaglio; oppure è ispirata dalla necessità di calibrare i rapporti interni, non di imprimere una svolta alle scelte politiche. Salvo qualche personaggio isolato, gli oppositori si muovono per lo più guidati dalla necessità di moderare gli eccessi di Renzi, timorosi che la radicalità delle scelte operate (radicalità antioperaia) posso provocare una rottura con le masse. Alias eventuali moti di rivolta. Lo stesso problema che si è posto durante il ventennio berlusconiano anche il vecchio Pds: il partito non era radicalmente contrario alle iniziative del governo Berlusconi, intendeva si procedesse senza scoprire troppo la tendenza di fondo. Tant’è che più di alzare la mano per votare contro (quando proprio non ne poteva fare a meno) non si azzardava. Renzi è stato messo proprio lì dove si trova per interessamento dei Marchionne, certo, ma ha potuto arrivarci perché il partito era pronto ad accoglierlo, pronto a questa svolta. Un partito che non vedeva l’ora di snetterla di accapigliarsi con gli “avversari” berlusconiani e di vedere in questo modo garantita la sua presenza permanente al centro delle istituzioni.

Prendiamone atto e comportiamoci di conseguenza.

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