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17 giugno 2015 / miglieruolo

Riguarda il cambiamento

dal blog  lunanuvola  di  Maria G. Di Rienzo

(tratto da: “The biggest threat to feminism? It’s not just the patriarchy”, un più ampio articolo di Finn Mackay per The Guardian, 23 marzo 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Finn ha cominciato il suo attivismo femminista e pacifista da adolescente. E’ una trainer esperta su violenza domestica, bullismo, consapevolezza e prevenzione degli abusi su donne e minori: per tale lavoro ha conseguito negli anni una miriade di premi e riconoscimenti. Nel 2004 ha fondato il London Feminist Network, una rete di organizzazioni femministe di base che oggi conta oltre 1.600 membri. E’ l’autrice, fra l’altro, di “Radical Feminism: Feminist Activism in Movement” – 2015.)

Finn Mackay

Per me, il femminismo è un movimento politico, globale, per la liberazione delle donne e della società, basato sull’uguaglianza di tutte le persone.

Sebbene io usi la parola eguaglianza in tale definizione, il femminismo concerne molto più di questo. Se il femminismo fosse solo l’eguaglianza di donne e uomini, ciò suggerirebbe erroneamente che il mondo va benone così com’è, che tutti gli uomini se la passano alla grande (il che non è vero) e che tutto ciò di cui le donne hanno bisogno è arrivare dove stanno gli uomini.

Il femminismo è uno dei più vecchi e dei più potenti movimenti sociali a livello storico; è un movimento rivoluzionario e ciò significa cambiamento. C’è così tanto di sbagliato nel sistema attuale che non possiamo solo girare intorno agli orli, dobbiamo cominciare daccapo; il nostro punto d’arrivo non può essere l’eguaglianza in un mondo non equo.

Questa è anche la ragione per cui il femminismo non sta lottando per rovesciare semplicemente le presenti relazioni di potere e mettere le donne al comando (sebbene questo sia un mito comune sulla politica femminista). Il femminismo riguarda il cambiamento, non il cambio della guardia.

Se vogliamo correggere il nostro mondo sbilanciato, dobbiamo liberarci dei patriarcato come sistema di governance sociale. Con patriarcato, intendo la supremazia maschile; intendo una società in cui ogni luogo di potere – in special modo le istituzioni principali del potere – è sproporzionatamente dominato dagli uomini.

Non dovete andar lontano per verificare questo, e non è una caratteristica riservata a paesi stranieri o regimi dittatoriali. La Gran Bretagna è patriarcale come il resto del globo. Può prendere forme diverse, ma è la stessa vecchia supremazia maschile. La politica parlamentare, per esempio, è per circa l’80% maschile e in stragrande maggioranza bianca; stiamo ancora aspettando un governo che somigli alla gente che osa governare. Affaristi, magistrati, capi di polizia, direttori nell’istruzione e nei media: dovunque guardi vedrai il potere in mani maschili. Questo è sessismo, di base, crudo, semplice. Significa che la nostra società è modellata da solo metà della sua popolazione; che riflette, ingrandisce e normalizza le prospettive di questo gruppo e la sua immagine del potere.

Ma questa struttura di potere è incrinata, lo è sempre stata: è il motivo per cui dev’essere costantemente riproposta tramite la forza, la violenza e la minaccia della violenza. Tale antico sbilanciamento ci ha portati sull’orlo di una crisi planetaria, ha creato voragini fra paesi e persone. La situazione non è naturale; non c’è modo di guardare alle cose come sono e dire “così doveva essere”. E’ per tentare di cambiarla che il femminismo entra in scena. (…)

Particolarmente nelle rappresentazioni dei media c’è il tentativo di ridurre il femminismo al mero diritto per le donne di fare scelte. Non scelte che riguardino cosa proporre in Parlamento, o inducano trasparenza negli uffici sui salari, o riguardino la guida di un sindacato di disoccupate o come formare un gruppo di sole donne nella propria città: è ben lontano da tutto ciò.

Le scelte, invece, riguardano l’ammontare del trucco da mettersi, se provare il look “naturale” o tentare con il mascara che fa sembrare le tue ciglia delle ciglia false, o che bibita dietetica comprare, o se fare o no la prima mossa con un uomo – o altre moderne e controverse decisioni di questa sorta che le festose donne liberate di oggi si trovano a fronteggiare. Scusatemi se mi sento male.

Le persone prendono decisioni ogni giorno, lo fanno entro un limitato numero di opzioni e all’interno di un contesto che non solo dà forma a quali scelte sono disponibili, ma indica quali sono viste come più attraenti e meno rischiose. Le persone tendono a prendere decisioni “sicure”, quelle che non le isoleranno dagli altri e quelle che sono socialmente approvate e ricompensate.

Inoltre, stiamo con i piedi per terra per un minuto: in effetti noi facciamo ogni tipo di noiose scelte ogni secondo, dall’andare o no a bere un bicchier d’acqua al prendere o no un ombrello uscendo. Non c’è nulla di intrinsecamente femminista nel fare scelte. Ne’ ogni scelta che una donna fa diventa femminista solo perché si tratta di una donna che esercita il suo supposto “diritto” di fare scelte. Non si tratta di diritti.

Trattare di diritti sarebbe: salario uguale a quello dell’uomo seduto accanto a te che fa il tuo stesso lavoro; un paese dove gli 80.000 stupri l’anno non accadono più; cura dei bambini abbordabile che non costa la metà del tuo stipendio; una società dove non muoiono due donne a settimana uccise dal loro partner maschio; non essere licenziata di straforo quando resti incinta. (…)

E se scegliessimo di essere femministe? Di organizzarci insieme per cambiare il mondo in qualcosa di migliore? E se decidessimo di portare a termine il lavoro che le nostre sorelle iniziarono più di quarant’anni fa e mettessimo fine allo sbilanciamento fra donne e uomini? Questa, naturalmente, è la forza collettiva che noi rappresentiamo. Questo è il potenziale rivoluzionario che dev’essere domato e distratto.

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