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27 giugno 2015 / miglieruolo

Una chiamata al risveglio

dal blo lunanuvola di Maria G. Di Rienzo

“Why is Isis a wake-up call to Muslim women?”, di Homa Khaleeli per The Guardian, 13 aprile 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.

Amina Wadud

Con i suoi modi cordiali, il linguaggio colto e i riccioli spruzzati di grigio parzialmente coperti da un fazzoletto, Amina Wadud non sembra proprio una ribelle. Ma la 62enne docente africana-americana, figlia di un pastore metodista, è una delle leader femministe dell’Islam.

Dieci anni fa, sventò la minaccia di una bomba a New York mentre guidava la preghiera del venerdì per una congregazione mista di donne e uomini, qualcosa che molti studiosi religiosi dichiarano essere proibito nell’Islam. Tre anni dopo, sfidò le proteste dei gruppi locali per fare la stessa cosa a Londra. Non contenta di affrontare le moschee, adesso ha messo gli occhi sui consigli basati sulla “sharia” e sulle leggi che li sostengono.

La “sharia”, sottolinea Wadud, è una visione del mondo: “l’ordine divino dell’universo”. Ciò che lei mette in discussione è “fiqh”, ovvero la tradizione legale musulmana delle regole create dagli uomini sulla base di interpretazioni quasi esclusivamente maschili dei testi sacri.

“Quando parliamo di leggi, stiamo parlando di chi interpreta le leggi e di quali metodi giudiziari usa.”, mi spiega, “Il Profeta attuò riforme radicali, ma i musulmani non hanno tenuto il passo con esse. Se cominci da ciò, e nessuno sul pianeta lo ha ancora fatto, dovresti essere davanti a tutti gli altri al mondo rispetto al genere. Invece, lasciamo che il patriarcato prevalga.”

Wadud sta lavorando con Musawah – http://www.musawah.org/, un’organizzazione che fa campagne per l’eguaglianza di genere e ha contribuito con un capitolo al nuovo libro dell’organizzazione stessa “Uomini al comando? Ripensare l’autorità nella tradizione legale musulmana”, la quale si concentra su un solo versetto del Corano (4:34) e che autori/autrici hanno definito “il DNA del patriarcato”.

Questo è il versetto che gli studiosi hanno usato per ribadire che dio ha dato agli uomini autorità sulle donne, ispirando leggi selvaggiamente discriminatorie di cui il tristemente famoso sistema dei “guardiani” dell’Arabia Saudita (che impedisce alle donne di sottoporsi a procedure mediche, di prendere un impiego o di avere un’istruzione senza il permesso del guardiano maschio) è solo un esempio.

Mentre molto del Corano parla di giustizia e di eguaglianza spirituale, la prominenza data all’interpretazione di questo versetto ha condotto a leggi discriminatorie e, come Wadud fa notare, a consigli basati sulla sharia “completamente patriarcali”. In Gran Bretagna, essi hanno il potere di sciogliere matrimoni e sono stati criticati per le discriminazioni contro le donne.

“Io ho più ottimismo di quanto avrei pensato di averne prima di morire.”, dice Wadud, sottolineando che persino in paesi come l’Arabia Saudita le donne hanno fatto campagne coronate dal successo per poter candidarsi a determinate cariche, votare in determinate elezioni e aumentare il numero di professioni a cui possono accedere. “Non c’è posto sulla Terra dove le donne non si stiano muovendo.”, dice con fermezza.

Persino la terrificante ascesa dell’Isis non spegne la sua speranza. “La peggior manifestazione dell’Islam nella nostra epoca è il cosiddetto Stato Islamico, ma potrebbe rivelarsi la nostra salvezza. Si tratta di un potente richiamo al risveglio: solo perché delle persone dicono di far qualcosa in nome dell’Islam, non significa che tu debba essere d’accordo con esse. E nel momento stesso in cui hai la libertà di non essere d’accordo con un’interpretazione dell’Islam, allora l’intera questione dell’interpretazione viene a galla e la mia vita è proprio là – nel parlare di come l’Islam sia sempre stato filtrato dall’interpretazione di gente che ha potere.”

“Men in Charge? Rethinking Authority in Muslim Legal Tradition”, il libro citato, è pubblicato da Oneworld e costa 15 euro.

 

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