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5 luglio 2015 / miglieruolo

Più deliziose di un muffin

Qualche giorno fa, un articolo sul quotidiano britannico The Guardian riportava la testimonianza di una bambina di 8 anni che ha appena fatto esperienza della prima molestia in strada. Mentre camminava mangiando un muffin un signore completamente sconosciuto si è sentito in dovere di metterla in guarda, perché il pasticcino “va diritto sui tuoi fianchi”. La bimba ha qualche nozione di biologia appresa a scuola: “No, non lo farà. – ha risposto serena al ficcanaso – Deve prima passare per il mio stomaco.”

muffin al cioccolato

La piccola è la mia eroina di oggi, ma l’aneddoto ha la funzione di mostrare quale sia l’ambiente che induce creature della sua età ad essere ossessionate da diete e peso e apparenza. Perché non si tratta solo dell’idiota per strada, com’è ovvio. Pubblicità, programmi televisivi, film, abbigliamento, giocattoli, pressione da parte degli adulti, pressione da parte del gruppo di coetanei, richiedono alle bambine di aderire a degli standard che definirebbero l’essere sexy. Sexy non significa “bella”, anche se i due termini tendono a sovrapporsi. Significa “appetibile sessualmente” (per gli uomini, in genere). Sto cercando un motivo decente e sensato per cui una decenne – o una bimba ancora più piccola – debba sentirsi obbligata a soddisfare il voyeurismo maschile, ma continua a sfuggirmi.

“Stiamo perdendo corpi con la stessa velocità con cui perdiamo linguaggi. – dice la psicoterapista Susie Orbach – Proprio come l’inglese è diventato la lingua franca del mondo, così il corpo bianco, “biondificato”, dal naso piccolo, dal petto prominente e dalle lunghe gambe sta sostituendo la grande varietà di corpi umani esistenti.”

La frase è tratta dal materiale che forma il documentario “The Illusionists” ed è la 35enne italiana Elena Rossini che lo sta girando. Ha ormai viaggiato in otto nazioni, per un totale di sette anni, attraversando America del Nord, Europa, Asia e Medioriente per registrare come il modello descritto da Orbach sia commercializzato su tutto il pianeta.

“Gli ideali di bellezza occidentali, o più esattamente gli ideali di bellezza occidentali creati dagli uomini, – ha detto Rossini in una recente intervista – si sono diffusi nel resto del mondo con la globalizzazione e ora sono considerati il modello a cui far riferimento anche in luoghi come l’India e il Giappone, e ciò ha conseguenze assai pericolose.”

Per fare un paio di esempi, se in Giappone il 30% delle ventenni sono in stato di denutrizione nel tentativo di diventare le immagini magrissime delle modelle che vedono nei magazine, in Libano circa una donna su tre si sottopone ad interventi di chirurgia plastica: perché nel paese, negli ultimi 15 anni, il concetto di “bellezza” è cambiato e adesso per essere “belle” devono assomigliare alle celebrità occidentali.

“Se domani le donne in tutto il mondo guardassero nello specchio e piacesse loro l’immagine che vedono riflessa, dovremmo riformare il capitalismo così come lo conosciamo. – dice sempre in “The Illusionists” Gail Dines, docente di sociologia, femminista e scrittrice – Se cancelli il disgusto di sé che le donne hanno, vedrai industrie su tutto il globo far bancarotta.” Che le donne detestino se stesse, aggiunge “è un modo per generare profitti astronomici che mantengono pochissime persone molto ricche.”

Ricordarsi – e ricordare al mondo – che siamo autorizzate e legittimate ad amare i nostri corpi per quello che sono, così come sono, non è semplice quando tutto attorno a noi dice il contrario. E se i documentari come “The Illusionists” stracciano il fondale per mostrare il ribollente oceano di danaro e di oppressione che sta dietro la cosiddetta bellezza fatta di deprivazione, chirurgia plastica e photoshop, fotografe come la statunitense Substantia Jones si dedicano da anni a celebrare i corpi più insultati che ci siano.

substantia 3

“Ho scoperto accidentalmente che ciò che troviamo spiacevole alla vista, quando la spiacevolezza è stata costruita dai media, può essere alterato dalla ripetuta esposizione positiva ad esso. Il mio progetto è in parte lavoro sull’immagine, in parte femminismo e in parte… andate a fanculo.” (Sottoscrivo tutte e tre le parti.) Dal 2007 la fotografa ha ritratto centinaia di donne di larghe proporzioni, una manciata di grossi uomini e circa quaranta coppie. Molte donne hanno posato senza veli.

“Non ogni persona accetta il posto che il suo corpo occupa sullo spettro delle normali variazioni umane. In parecchie sperimentano svergognamenti e spesso sperano e/o tentano di alterare i loro corpi affinché corrispondano ad un ideale più ristretto. Posare nude in questa situazione è una decisione importante. Perciò io non chiedo a nessuna di saltar fuori dalle proprie mutande: come in altri aspetti della vita, volontariamente è grandioso. Entusiasticamente, meglio ancora. Il mio scopo è incoraggiare la gente ad informarsi sulla politica dei corpi, a seguire la pista del profitto e a cercare informazioni scientifiche che non provengano dalla manipolazione dell’industria dietetica. Voglio che amino i loro corpi e che permettano ad altre persone di amare i propri. Perciò non ho nessun problema a difendere il mio progetto: promuovo il benessere delle persone aiutandole ad amare e ad avere cura del corpo che hanno oggi, invece di mettere a rischio la loro salute tentando di ottenere l’impossibile. Dormo fra due guanciali, a questo proposito.”

substantia 2

Ma se i suoi soggetti sono persino più deliziosi di un muffin, come potete vedere dai particolari di due sue foto che illustrano questo pezzo, non altrettanto si può dire di tutti i passanti quando decide di prendere foto in spazi aperti: “Mi hanno urlato contro, mi hanno cacciata via, minacciata di arresto, minacciata di cose peggiori dell’arresto, espulsa da un’isola e accusata di non rispettare il mio paese. Non è inusuale che una delle mie modelle mi senta dire: Ok, eccoli che arrivano. Lascia che sia io a parlare.” Maria G. Di Rienzo

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