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22 luglio 2015 / miglieruolo

Il certo e l’aleatorio (Jacek Yerka 38)

di Mauro Antonio Miglieruolo
***
Due elementi sono sempre presenti nella motivazione archetipica dell’uomo, il timore del provvisorio, costituito in migliaia di anni di vita precaria (la vita delle masse subordinate) e la consolazione che apporta il permanente, le solide certezze con le quali ritiene di poter sconfiggere l’effimero. Il primo produce angoscia, il secondo annoia, offre ragionevoli sicurezze al prezzo di un crescente senso di irrilevanza. Messi insieme permettono l’ordinario e positivo svolgimento della vita.AMOK HARVESTAmbedue questi elementi sono presenti (si può facilmente vederli prolungando l’osservazione) nel dipinto (AMOK HARVEST) che qui sotto potete ammirare (ulteriore versione di un tema amato).
Gli elementi che lo compongono sono semplici, direi persino convenzionali. Una casa e un albero, accoppiati per imitare, nell’ordinario dei casi, un pensiero di vita selvaggia, primitiva. Il sogno di molti bambini e adolescenti, che alcuni realizzano, altri si limita a viverlo nelle proprie fantasticherie. Lo stesso non è in Yerka. Il pensiero suo, l’ispirazione che lo muove, non è di vita selvaggia, ma di vita civile. Di vita tranquilla, compiuta, realizzata. Evoluta. L’ancestrale è solo ospitato, non agognato. Non c’è atavismo, o lo sguardo rivolto al passato di tanta cultura naif. C’è invece il futuro la cui proiezione è costruita su un presente arricchito non dalla tecnologia del domani, ma fondandosi sul presente: l’armonioso compendiare quella esistente con gli ultimi bagliori del mondo contadino, che si spera possa essere l’elemento saliente del domani (operazione che non è senza precedenti. Faccio un nome per tutti, Simak, uno dei grandi della fantascienza. Con una notevole differenza di accento. Che qui il rurale è già il tecnologico: è già il sogno di una tecnologia non metropolitana, che ha stabilito un armistizio permanente con il rurale). Sappiamo che non è così, non è stato così, l’armonia di quel mondo è in gran parte ideale, e probabilmente (salva una seconda ondata di rivoluzioni socialiste) non lo sarà. Nel capitale sembra non vi sia posto significativo per la natura. E il piccolo spazio in cui è tollerata è previsto sopravvivaviva all’insegna della subordinazione (la città ha vinto definitivamente la lotta millenaria con la campagna? Non saprei dare altra risposta che la seguente generica: niente è definitivo a questo mondo. Niente dura. Anche la forza più grande contiene in sé i germi della propria dissoluzione).
I due elementi utilizzati per intitolare (il certo e l’aleatorio) caratterizzano profondamente l’opera di Yerka, ne sono anzi la sorgente. Nel disegno presentato (l’ennesimo sullo stesso tema) li possiamo individuare agevolmente.
Osservando l’ingresso della casa (una casa che include l’albero che la ospita) posta a livello del suolo, vediamo che consiste in una apertura nel tronco da cui si diparte una scala che, raggiunto il lato posteriore e volgendo verso sinistra, dopo essere scomparsa, ricompare sul lato sinistro, da dove inizia ad avvolgere l’albero per approdare a un pianerottolo-balcone privo di ringhiera (come era un tempo nelle case povere). Su quel pianerottolo si apre una seconda porta, l’ingresso effettivo della casa. Nella prima parte la scala è sicura, non solo perché protetta delle pareti costitute dall’interno dell’albero, ma anche perché abbastanza larga e agibile. Nella seconda parte, quando riaffiora dal giro operato intorno al tronco, i gradini sono stretti, l’alzata eccessiva, non si capisce come possa, se non uno scoiattolo, un uomo percorrerli senza il rischio costante di precipitare. Il percorso dunque presenta due momenti: quello della sicurezza e quella della precarietà. Aspetti che si riproducono sul pianerottolo d’approdo, esiguo e senza protezione; e dove il fogliame rigoglioso di uno dei tanti rami non solo palesemente impedisce l’accesso all’interno, ma crea difficoltà anche nel completare la scalata. La disposizione di questi particolari, probabilmente non organizzata, proprio perché non organizzata, è il migliore avallo alla spiegazione fornita.
Ma non è l’aspetto esteriore del disegno a colpire e fornire gli elementi per la decifrazione. Non è il problema della casa e dell’intrico di rami e foglie nel quale è sicuramente improbo muoversi; dunque, non un problema di coerenza e verosimiglianza del disegno. Il problema è nel non detto che spesso l’artista non dice neppure a se stesso: una determinata concezione della vita. Nel mondo ideale di Yerka (anche in questo suo mondo pacificato), la vita presenta sempre due opposti elementi: il pericolo e gli sforzi dell’uomo per sottrarsi al pericolo. Il successo di questi sforzi e l’accettazione dei limiti nei quali l’attività umana è costretta, determina la possibilità di elidere il conflitto. Il conflitto è la negazione della vita ordinaria, quotidiana, la bella vita a cui aspiriamo. Il conflitto porta con sé lo squilibrio che la compromette, che distrugge il costruito dell’uomo, un costruito tendente ai propri limiti, i limiti delle umane potenzialità.
Questi due opposti (il certo e l’aleatorio), che producono inevitabilmente difficoltà e contraddizioni, non sono però tali, a differenza del conflitto, da produrre angoscia. Non almeno per come li gestisce Yerka. Per come ce li offre al contrario restituiscono qualcosa alla vita: le restituiscono il suo senso, quel senso che le interpretazioni meccanicistiche dei risultati scientifici hanno espunto. L’uomo lotta per produrre un equilibrio che può essere raggiunto non tanto nel sogno (a occhi aperti), ma nelle proiezioni, nel senso di alterità, nel potere che si recupera, potere di riorganizzarla secondo propri intendimenti. Di più c’è la capacità straordinaria dell’artista di proiettarci nel bello, nel futuro e nella speranza. Che è anche capacità di restituirci il potere specifico di constatare che, nonostante lo sfruttamento e l’oppressione, contiamo comunque qualcosa nel mondo. Lo facciamo attraverso il lavoro e il frutto del nostro lavoro. Il resto dell’immagine è solo un compendio di elementi dati proprio per ricordarci questo nostro contare, dell’essere più che partecipi, primi attori. Un modo garbato per invitare a apprezzare l’effetto d’insieme, ma anche di, specchiandoci in quest’insieme, allargare la nostra sensibilità e capacità di interpretare il mondo al fine di trasformarlo.
L’albero e la casa. La casa sull’albero e l’albero dentro la casa…
Posso azzardare una traduzione? L’azzardo: noi, piccole case innumerevoli, sulle spalle del proletariato, in attesa di ospitarlo dentro di noi, di assumerne il punto di vista. La Rivoluzione.

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