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18 settembre 2015 / miglieruolo

Il senso

(“What I’ve learned about domestic violence in my year reporting on it”, di Jess Hill per The Guardian, 11 settembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Jess Hill è una reporter investigativa australiana che lavora per radio e quotidiani. Per tutto il 2014 ha trattato casi di violenza domestica e il giorno prima di scrivere il presente articolo è stata premiata per questo suo impegno da “Our Watch”.)

no more

Quando ho cominciato a far ricerche sulla violenza domestica, lo scorso anno, pensavo essenzialmente di comprendere di che si trattasse. Alcuni uomini, spinti da cose stressanti come la disoccupazione, l’abuso di sostanze o malattie mentali, erano incapaci di controllare la propria rabbia e la dirigevano verso la persona che amavano di più. All’interno delle relazioni tutti abbiamo fatte cose di cui non siamo orgogliosi: pensavo che la violenza domestica fosse l’estensione estrema di ciò.

Ci sono volute circa due settimane affinché tale nozione fosse demolita. Dozzine di conversazioni con sopravvissute e difensore mi rivelò una realtà assai diversa e capirla è stato come se mi venisse consegnata la chiave di una stanza segreta. La violenza domestica non è guidata dalla rabbia, innanzitutto. E’ guidata da un bisogno di – e da un senso di legittimazione a – potere e controllo.

Ma qualcuno con una spinta così potente al controllo sicuramente la rivelerà anche al lavoro o con i suoi amici, pensavo. Ma ero in errore anche su questo. A volte accade, ma spesso i perpetratori appaiono come gente normale e buona, persino come i pilastri della comunità.

Ho passato mesi di ricerca e di scrittura per cominciare a comprendere perché la maggior parte della gente si sbaglia sulla violenza domestica: non ha senso. I suoi tratti sono spesso interamente controintuitivi, e i tentativi di guardarla attraverso la lente del senso comune in effetti ti spingono distante dalla verità.

Non ha senso che donne intelligenti e indipendenti restino con un uomo che le tratta come spazzatura. Non ha senso che persino dopo essere fuggita, una donna torni con quello stesso uomo sei volte di media – “non può essere così male”, dice la gente. Non ha senso che qualcuno che tu conosci come una brava persona possa in casa puntare un coltello alla gola di sua moglie. Nulla di tutto questo ha senso.

Ma più impari sulla natura della violenza domestica, più senso ci trovi. Per me, un momento chiave è stato leggere quella pietra miliare che è il libro “Trauma and Recovery” di Judith Herman, e che tratta del comprendere il trauma psicologico. In esso, l’Autrice equipara le esperienze di violenza domestica a quelle dei prigionieri di guerra. In ambo le situazioni, stabilire il controllo dell’altra persona è raggiunto tramite la “comminazione di sistematico e ripetuto trauma psicologico”, inteso a instillare paura e impotenza.

Le sopravvissute che sono sfuggite da questo abuso sistematico spesso ne emergono confuse e completamente disorientate. Tragicamente, ciò significa che spesso non si presentano come testimoni credibili: nel loro stato post-traumatico le loro storie possono essere frammentate, altamente emotive e contraddittorie.

Nel sistema giudiziario, specialmente nei casi che devono determinare la custodia dei bambini, le vittime possono apparire mentalmente disturbate o eccessivamente ansiose a paragone dei loro ex partner, che si presentano come composti e ragionevoli. In un sistema in cui la maggioranza degli avvocati e del personale della magistratura non sono addestrati a riconoscere i segni della violenza familiare, le vittime – persino quelle che hanno dalla loro parte sentenze favorevoli – possono trovarsi accusate di fabbricare accuse per ottenere vantaggi.

Secondo una ricerca del 2013 di VicHealth, un’autorità legale nel campo della salute a Victoria, il 53% degli australiani pensa che le donne impegnate nelle lotte per la custodia inventino o esagerino episodi di violenza domestica per migliorare il loro caso. Sino a che non ho cominciato a far ricerche sul fenomeno, lo credevo anch’io.

Ciò che confonde ancor di più è che, comunemente, i perpetratori credono di essere loro le vittime, e si appellano alla polizia persino mentre la loro partner sta alle loro spalle coperta di sangue e lividi. Possono credere davvero che è stata la loro partner a provocarli a commettere l’abuso, così da metterli nei guai. Dopo un po’, pure le vittime cominciano a biasimare se stesse per gli abusi: dopotutto, lui è così gentile con chiunque altro.

Il fatto che la violenza domestica sia così controintuitiva è l’esatto motivo per cui i media continuano a raccontare queste storie. Però, noi giornalisti abbiamo bisogno di istruzione per non continuare a fare gli stessi vecchi errori. Non dovremmo più vedere giornalisti che cercano nel comportamento della vittima la ragione per cui è stata uccisa o mutilata. Non dovremmo più vedere giornalisti che accampano scuse per i comportamenti degli uomini che uccidono le proprie famiglie, come se lo stress potesse mai essere una scusa plausibile.

Il lavoro è duro, ma ne vale la pena. Guardandomi in giro nella stanza piena di sopravvissute alla violenza domestica e di loro sostenitrici, ieri sera alla consegna dei premi di “Our Watch” (iniziativa lanciata quest’anno in collaborazione con i Walkley Awards, per dare riconoscimento alla copertura giornalistica della violenza domestica), mi ha veramente colpita quanto importante è questo lavoro.

La violenza domestica non è sensata. Ma per quelle persone – e per le migliaia che stanno soffrendo in silenzio in questo stesso momento – dobbiamo riuscire a capirne il senso.

 

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