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21 settembre 2015 / miglieruolo

Leggerezze insostenibili

La Repubblica, 18 luglio 2015, sullo stupro di una giovane donna sul treno Livorno-Pisa avvenuto l’11 luglio: La sua unica leggerezza è stata quella di sedersi in uno scompartimento senza nessun altro passeggero. E non ha potuto difendersi e chiedere aiuto durante la violenza.

Angelo Colombo, Assessore Idv di Cassano D’Adda, 12 luglio 2015, sullo stupro della quindicenne avvenuto a Roma poco più di due settimane fa: “Non sono di Sel, né razzista, (Nda: e cosa cavolo c’entra?) ma certe donne provocano e rischiano da come si vestono!!!“

Sono due enormi sciocchezze che appartengono alla “cultura dello stupro”: quell’insieme di miti, false credenze, pregiudizi basati sulla misoginia che attribuiscono alla vittima responsabilità, in parte o in toto, per la violenza che ha subito. Io faccio molta fatica a lasciarle correre persino se le sento per strada, ma non posso in assoluto accettarle sui media, che contribuiscono pesantemente a formare l’opinione pubblica, e dai politici: la categoria di persone che legifera in materia di violenza sessuale a ogni livello, che decide dove andranno i fondi e a chi, quali campagne si faranno e come, eccetera. Media e politici hanno il dovere di istruirsi e informarsi prima di rilasciare al pubblico commenti e dichiarazioni: continuare a dire che le donne sono vittime predestinate, che dovrebbero costantemente pensare da tali, che è loro compito prevenire gli stupri, che quindi commettono “leggerezze” come sedersi in uno scompartimento vuoto o vestirsi come a loro pare e piace è CRIMINALE, perché giustifica, scusa, perdona, incoraggia il prossimo stupratore e biasima la sua vittima.

Gli uomini che commettono violenze sessuali fanno una scelta. Non sono speciali, malati, mostri, animali, alieni, orchi e baggianate varie. Sono uomini comuni, appartenenti ad ogni classe sociale, che potete incontrare ovunque, come vi dirà qualsiasi ricerca o statistica vogliate prendervi la briga di consultare. Gli stessi studi vi diranno che l’assunto per cui “non possono controllarsi” è falso e che pianificano i loro assalti.

Dire alle donne di non farsi violentare non incide per nulla sulla riduzione del numero degli stupri. E’ il modo più pigro, più stupido, più connivente, più sessista di rispondere alla situazione. Ai sedicenti giornalisti e ai politici da strapazzo non richiede di lavorare sull’istanza, come per deontologia professionale dovrebbero fare, prima di mettere le dita sulle tastiere o di avvicinare le boccucce ai microfoni. Non richiede la formazione di medici e personale sanitario, di poliziotti, di assistenti sociali, di psicologi, di giudici: tutte le persone con cui una vittima di violenza sessuale può dover interagire sentendosi ripetere le medesime stronzate di Repubblica e del signor Colombo. Alla società in generale non richiede di interrogarsi su come alleva i propri membri posizionandoli a livelli diversi di credibilità e valore e su come li istruisce in merito a relazioni e consenso in ambito sessuale… Fare il contrario contribuirebbe a ridurre la violenza, ma ha un difetto fondamentale: comporterebbe, per gli uomini, l’assumersi la responsabilità delle loro azioni.

E questo, andiamo, è offensivo per il genere maschile. Non tutti gli uomini violentano le donne, no? Perciò nessun uomo dev’essere chiamato a rispondere pienamente di quel che fa. Si trovano costantemente scuse per il comportamento criminale degli uomini, travolti da raptus scatenati in pratica da qualsiasi cosa sia collegabile al comportamento delle donne: orari, abiti, accessori, cosmetici, ambienti… di ogni tipo, di ogni fattura, dal vicolo scuro alla sala da ballo illuminata, dalla tuta da jogging agli shorts, dal trucco trendy alla faccia acqua-e-sapone.

Questo accade quando si vedono le donne come non completamente umane. Quando, a causa di ciò, la loro signoria sui loro corpi non è prevista e le loro voci non hanno valore, o comunque ne hanno meno delle voci degli uomini: altrimenti, non ci sarebbe alcun dibattito su “dove lei si è seduta” o “come lei era vestita”. Maria G. Di Rienzo

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