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22 settembre 2015 / miglieruolo

Le lezioni di Alaa

(“What My Muslim Religion Really Says About Women”, relazione di Alaa Murabit per TED Talk luglio 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

alaa murabit

Ogni giorno, lavoro per amplificare le voci delle donne e portare alla luce le loro esperienze e la loro partecipazione ai processi di pace e alle risoluzioni di conflitti e, a causa di questo mio lavoro, comprendo che il solo modo di assicurare globalmente la piena partecipazione delle donne è reclamare la religione.

Questa cosa è di vitale importanza per me. Come giovane donna musulmana, sono molto orgogliosa della mia fede. Mi dà la forza e la convinzione necessarie a fare il mio lavoro ogni giorno. E’ la ragione per cui sono qui di fronte a voi.

Ma non posso fingere di non vedere i danni che sono stati fatti in nome della religione, non solo la mia, ma tutte le principali fedi mondiali. La mistificazione, l’abuso e la manipolazione delle scritture religiose ha influenzato le nostre norme sociali e culturali, le nostre leggi, le nostre vite quotidiane, al punto che a volte neppure lo riconosciamo.

I miei genitori si sono trasferita dalla Libia, nell’Africa del nord, al Canada nei primi anni ’80 e io sono la figlia di mezzo di undici bambini. Sì, undici. Mentre crescevo, vedevo i miei genitori, entrambi persone devote e spirituali, pregare e lodare Dio per le loro benedizioni: naturalmente io sono una di esse, ma in mezzo alle altre.

Erano gentili e spiritosi e pazienti, illimitatamente pazienti, del tipo di pazienza che sei forzato ad avere quando hai undici figli. Ed erano onesti. Non mi hanno imposto la religione attraverso una lente culturale. Ero trattata come gli altri, ci si aspettava da me le stesse cose. Non mi è stato insegnato che Dio giudica diversamente basandosi sul genere.

E la comprensione di Dio che hanno i miei genitori, come misericordioso e benefico amico e provveditore, ha dato forma al modo in cui io guardo il mondo. Ora, ovviamente, il mio contesto familiare aveva benefici addizionali. Essere una di undici bambini è diplomazia di base.

Ancora oggi, quando mi chiedono se ho frequentato una scuola particolare, tipo “Sei andata alla Scuola di governo Kennedy?”, io li guardo e rispondo “No, sono andata alla Scuola Affari Internazionali Murabit”. E’ estremamente esclusiva. Dovete parlare con la mia mamma per entrarci. Fortunatamente per voi, è qui. Ma essere una di undici bambini e avere dieci fratelli e sorelle ti insegna un mucchio di cose sulle strutture di potere e sulle alleanze. Ti insegna a concentrarti; devi parlare velocemente o dire meno cose, perché verrai sempre interrotta. Ti insegna l’importanza del mandare messaggi. Devi fare domande nel modo giusto per avere le risposte che vuoi, e devi saper dire “no” nel modo giusto per mantenere la pace.

Tuttavia, la lezione più importante che ho appreso crescendo è l’importanza di essere al tavolo. Quando si ruppe la lampada preferita della mamma io dovevo essere là mentre lei tentava di scoprire come e chi, perché dovevo difendere me stessa, perché se non lo fai il dito viene puntato contro di te e in men che non si dica sei in castigo. Non sto parlando per esperienza personale, certo.

Nel 2005, quando avevo 15 anni ed avevo finito le medie, mi sono spostata da Saskatoon in Canada alla città natale dei miei genitori in Libia, Zawiya, una città molto tradizionale. Badate, ero stata in Libia prima solo in vacanza e come bambina di sette anni era tutto magico. Gelato e spiaggia e parenti entusiasti.

Saltò fuori che non era lo stesso per una giovane signora di 15 anni. Mi si introdusse rapidamente agli aspetti culturali della religione. Le parole “haram”, che significa “proibito dalla religione”, e “aib” che significa “culturalmente inappropriato”, erano inopinatamente usate come sinonimi, come se fossero la stessa cosa e avessero le stesse conseguenze. E mi trovavo di continuo a dibattere con compagni di classe e colleghi, professori, amici e persino parenti che mettevano in discussione la mia capacità decisionale e le mie aspirazioni. E pur avendo le basi che i miei genitori mi avevano dato, mi sono trovata a dubitare del ruolo delle donne nella mia fede.

Dovete sapere che alla Scuola Affari Internazionali Murabit noi prendiamo i dibattiti molto seriamente e la regola numero uno è “documentati”, perciò è quel che feci e rimasi sorpresa dalla facilità con cui trovavo, nella mia fede, donne che erano leader, che erano innovative, che erano forti – politicamente, economicamente e persino militarmente.

Khadija finanziò il movimento islamico al suo nascere. Non saremmo qui se non fosse per lei. Perciò, perché non imparavamo nulla di lei? Perché non imparavamo le storie di queste donne? Perché le donne erano relegate a posizioni precedenti agli insegnamenti della nostra fede? E perché, se siamo eguali agli occhi di Dio, non siamo eguali agli occhi degli uomini?

Per me, si è trattato di tornare alle lezioni che ho appreso da bambina. Chi prende le decisioni, chi controlla il messaggio, siede al tavolo e sfortunatamente, in ogni singola religione mondiale, non sono le donne. Le istituzioni religiose sono dominate dagli uomini e guidate da leader uomini, e creano politiche che assomigliano a loro, e sino a che non cambiamo interamente il sistema, non possiamo realisticamente aspettarci la piena partecipazione economica e politica delle donne. Le nostre fondamenta sono spezzate. La mia mamma dice sempre che non si può costruire una casa diritta su fondamenta storte.

Nel 2011 esplose la rivoluzione libica e la mia intera famiglia era in prima linea. E c’è questa cosa eccezionale che accade durante un conflitto, uno spostamento culturale, per quanto temporaneo. Per la prima volta io sentivo che non solo era accettabile io fossi coinvolta, ma era incoraggiato. Era richiesto. Io e le altre donne avevamo un posto al tavolo. Non dovevamo stare al tavolo a tenerci le mani con un medium, eravamo parte della costruzione decisionale. Eravamo condivisione di informazioni. Eravamo cruciali. E io volevo e avevo bisogno che quel cambiamento fosse permanente.

Alla fine, non è così facile. Ci sono volute poche settimane prima che le donne tornassero ai ruoli precedenti, e la maggior parte di esse fu spinta a farlo dalle parole di leader religiosi e politici, molti dei quali citavano scritture religiose in propria difesa. E’ così che guadagnano sostegno popolare per le loro opinioni.

Perciò, inizialmente, mi sono concentrata sull’aumentare il potere politico ed economico delle donne. Pensavo che questo avrebbe condotto a cambiamenti culturali e sociali: ma funziona solo un poco, non moltissimo. Così ho deciso di usare la loro arma difensiva come mia arma offensiva, ed ho cominciato anch’io a citare e sottolineare le scritture islamiche.

Nel 2012 / 2013, la mia organizzazione ha guidato la più vasta campagna mai tenuta in Libia. Siamo entrate nelle case e nelle scuole e nelle università, persino nelle moschee. Abbiamo parlato a 50.000 persone direttamente e a centinaia di migliaia tramite tabelloni, annunci televisivi e radiofonici, posters. E voi vi state probabilmente chiedendo come ha potuto un’organizzazione per i diritti delle donne fare questo in comunità che si opponevano alla nostra stessa esistenza.

Ho usato le scritture. Ho usato i versetti del Corano e i detti del Profeta, gli Hadith, i quali sono per esempio: “Il migliore di voi è colui che tratta al meglio la propria famiglia”, “Non permettere che tuo fratello opprima qualcun altro”. Per la prima volta, i sermoni del venerdì tenuti dagli imam delle comunità locali promuovevano i diritti delle donne. Istanze tabù sono state discusse, come la violenza domestica. Le politiche sono cambiate. In alcune comunità abbiamo dovuto spingerci sino a dire: Vi opponete alla Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani perché non è stata scritta da sapienti religiosi, be’, gli stessi princìpi stanno nel nostro libro, per cui devono essere state le Nazioni Unite a copiare.

Cambiando il messaggio, siamo state in grado di fornire una narrazione alternativa che promuoveva i diritti delle donne in Libia. E’ qualcosa che viene replicato in questo momento a livello internazionale e so che non è facile, credetemi, lo so. I liberali diranno che state usando la religione e siete conservatrici cattive. I conservatori vi diranno un mucchio di cose fantasiose. Io ho sentito di tutto, da “I tuoi genitori devono vergognarsi terribilmente di te” – falso, sono i miei più grandi fans – a “Non vivrai sino al tuo prossimo compleanno.” – sbagliato di nuovo, perché l’ho fatto. E resto profondamente convinta che i diritti delle donne e la religione non si escludano mutualmente.

Ma dobbiamo essere al tavolo. Dobbiamo smettere di rinunciare alle nostre posizioni, perché restando silenziose permettiamo la continuazione delle persecuzioni e degli abusi diretti alle donne in tutto il mondo.

Chi ha detto lottiamo per i diritti delle donne e contro l’estremismo con bombe e guerre ha completamente mutilato società locali che hanno bisogno di risolvere queste questioni per diventare sostenibili.

Non è facile sfidare i messaggi religiosi distorti. Avrete in risposta la vostra dose di insulti, di ridicolizzazione e di minacce. Ma dobbiamo farlo. Non abbiamo altra opzione che reclamare il messaggio dei diritti umani, i princìpi della nostra fede, non per noi, non per le donne nelle nostre famiglie, non per le donne in questa stanza, e persino non per le donne là fuori, ma per le società che saranno trasformate dalla partecipazione delle donne. E l’unico modo in cui possiamo far questo, la nostra sola opzione, è essere e rimanere sedute al tavolo.

 

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