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25 settembre 2015 / miglieruolo

La mia vendetta

(tratto da: “My Revenge: The Holocaust and Our Family Legacy”, di Sophie Unterman, 10 settembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Lo scorso aprile, Nonna ha raccontato la sua storia pubblicamente per quella che, lei dice, è l’ultima volta. E’ una storia che è stata narrata a classi scolastiche, conferenze interfede, gruppi per la tolleranza ed estranei a caso per 45 anni; una storia sterilizzata e ristretta a venti minuti per gli irrequieti scolaretti di 5^ elementare e ricca di dettagli per i gruppi delle chiese, con pause drammatiche dove il pubblico può annaspare e asciugarsi le lacrime.

E’ la storia di come lei è sopravvissuta all’Olocausto da bambina – il ghetto di Lodz, Auschwitz, Stutthof, il bombardamento di Dresda mentre era una schiava-lavoratrice in una fabbrica di munizioni, una “marcia della morte” e la liberazione a Terezin, seguita dal trasferimento a Ludwigsburg, in Germania, dove lei e i suoi genitori cominciarono a ricostruire le proprie vite.

Mentre si avvicinava alla fine del racconto, quella sera, fatto per il programma “Oklahoma Yom Hashoah” alla folla di una stanza in cui c’era ormai solo posto in piedi, alla sinagoga Tulsa’s B’nai Emunah, ha accennato alla seconda fila di banchi, dove io sedevo accanto a mia sorella Phoebe.

“La gente spesso mi chiede se voglio vendetta per quel che è accaduto alla mia famiglia durante la Shoah.”, disse. I suoi capelli tinti di castano si rizzarono un po’ sulla nuca, mentre si chinava per essere più vicina al microfono: “Io rispondo loro che ho già avuto la mia vendetta. Mio figlio Steve e sua moglie Ellen e le loro due ragazze, Sophie e Phoebe. E mia figlia Michelle, con suo marito David e il loro figlio Jacob.”

Ci ha fatto segno di alzarci. L’intera congregazione ha girato la testa e noi sette ci siamo messi in piedi, un po’ riluttanti.

“La mia famiglia”, disse la Nonna, con la voce che si spezzava per la prima volta dall’inizio del racconto, “è la mia vendetta.”

marcia della morte

11 maggio 1945. Civili tedeschi sono costretti a passare accanto ai cadaveri di 30 donne ebree uccise da fame e fatica durante una “marcia della morte” di 500 chilometri.

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