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4 ottobre 2015 / miglieruolo

Maryam

(tratto da “Struggles for Democracy in Bahrain – Challenging patriarchy in and outside our movements”, intervista a Maryam Alkhawaja di Semanur Karaman per AWID, 26 agosto 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Maryam Alkhawaja è una giovane difensora dei diritti umani delle donne e la co-direttrice del Gulf Center for Human Rights – http://www.gc4hr.org/

Maryam è stata condannata ad un anno di reclusione (in absentia) con l’accusa di aver assalito un ufficiale di polizia mentre era trattenuta illegalmente all’aeroporto internazionale di Manama in Bahrain. Suo padre è pure un difensore dei diritti umani, condannato all’ergastolo per la sua attività, ma dietro le sbarre in Bahrain ci sono centinaia di persone come lui, la cui colpa è aver chiesto un cambiamento democratico nel paese. Il loro numero è aumentato dopo la sollevazione popolare del 2011.)

maryam alkhawaja

AWID: In che modo ha influito su di te, come attivista, il sistematico prendere a bersaglio i tuoi familiari per la loro pacifica attività a favore dei diritti umani?

Maryam Alkhawaja (MA): Sarebbe scorretto dire che è stata solo l’attività pro diritti umani della mia famiglia a influenzarmi. E’ la situazione in generale ad influenzarmi. Mio padre, Abdulhadi Alkhawaja, ha giocato un ruolo importante. E’ stato torturato, privato dell’accesso a cure sanitarie e messo in carcere per la sua pacifica disobbedienza civile nel chiedere un Bahrain democratico e giusto.

Fondatore e presidente del Centro del Bahrain per i diritti umani (CBDR)

http://www.bahrainrights.org/

mio padre forniva istruzione sui diritti umani fondamentali alla gioventù del paese, che è scesa in strada nel febbraio 2011 chiedendo riforme politiche e giustizia e a cui, per un po’, è stata data la possibilità di portare avanti la lotta.

Bisogna anche sottolineare che la lotta per i diritti umani in Bahrain è un processo. Le proteste non sono semplicemente esplose nel 2011, c’erano richieste di diritti umani e democrazia nel paese già all’inizio degli anni ’20 dello scorso secolo. Nei tardi anni ’90, quando si diede l’ultima sollevazione, ci sono state dimostrazioni di massa che chiedevano democrazia parlamentare.

L’attività a favore dei diritti umani in Bahrain dovrebbe perciò essere analizzata come un processo, anziché come un’improvvisa eruzione. Non c’è dubbio che tale processo continuerà e le persone non smetteranno di chiedere una società democratica e giusta nonostante tutti i silenziamenti e l’oppressione. Spesso i difensori dei diritti umani e gli attivisti sono il risultato di un giro di vite del regime e io sono uno di questi casi.

AWID: Come maneggi le campagne di diffamazione dirette a te personalmente? Quali sono alcune delle strategie che hai sviluppato per il tuo benessere?

MA: Su Twitter e su svariati altri forum online, ero chiamata di continuo cagna e puttana perché chiedevo riforme politiche in Bahrain. Dapprima ho pensato che queste persone fossero troll e che non dovevo prenderli sul serio. Poi ha capito che questa era proprio la ragione per cui dovevo cominciare a registrare gli attacchi e le minacce che ricevo online. Diffamare qualcuno, o minacciarlo online, in questi giorni è una tecnica molto diffusa e comune per destabilizzare e demoralizzare i difensori dei diritti umani.

Quando ti dicono cagna e puttana, o minacciano di assassinarti non c’è davvero molto che tu possa fare istantaneamente, oltre a documentare tutto come forma crescente di molestia dei difensori dei diritti umani. Se sei una donna, ci sono tipi specifici di molestia online a te diretti, che dovrebbero anche essere documentati per avere un quadro delle aggressioni sistematiche di genere. Io non ho ancora sviluppato tattiche complete per combattere la violenza basata sulla tecnologia. Documentando gli attacchi, a lungo termine dovremmo poter elaborare strategie collettivamente sul modo migliore di rispondervi, sia per le nostre lotte sia per la nostra salute.

Io non avevo pianificato di diventare una difensora dei diritti umani. Praticamente tutto quel che faccio l’ho imparato via via. E’ basato sia su esperienze di prima mano sia sull’osservare mio padre e i molti altri che hanno rischiato le loro vite per lavorare pro diritti umani lungo gli anni. Sviluppare meccanismi per proteggere te stessa ed essere allo stesso tempo in grado di continuare questa giusta lotta è perciò un processo di apprendimento.

AWID: Che lezioni hai tratto dalla tua esperienza come difensora dei diritti delle donne contro uno spazio per i diritti civili che va restringendosi?

MA: La lezione più impressionante che ho appreso è che il patriarcato esiste all’interno delle nostre stesse organizzazioni e dei nostri stessi movimenti. Mi ci è voluto un po’ per capirlo pienamente e persino per ammetterlo con me stessa. Dapprima tu pensi che chiunque stia lottando per i diritti umani in essenza rispetti i diritti delle donne. Invece nei nostri movimenti ci sono schemi basilari del patriarcato. I nostri stessi alleati possono mostrare attitudini patriarcali che in una lotta per i diritti umani non dovrebbero esistere per principio.

Io ho sempre rivestito posizioni chiave e in cui prendevo decisioni nelle organizzazioni con cui ho lavorato. Ciò nonostante, ho capito che alcuni membri maschi del nostro stesso movimento sono paternalisti verso le donne attiviste, “hanno cura di noi”, “ci proteggono” o “ci danno consigli”. A volte percepisco la medesima attitudine nella generazione delle femministe più anziane o occidentali che sentono di doverci insegnare come essere delle “appropriate” difensore dei diritti umani. Se non si rispettano la volontà e la voce delle generazioni femministe più giovani il benintenzionato offrire guida manifesta se stesso come l’azzittirci e il paternalismo nei nostri confronti. E’ qualcosa che dobbiamo risolvere internamente mentre continuiamo ad agire per avere maggiori libertà esternamente.

AWID: Puoi dirci qualcosa, per favore, del livello di collaborazione regionale che hai con altre attiviste per i diritti delle donne in Medioriente, Africa del Nord e Asia occidentale?

MA: I diritti umani non sono un concetto occidentale. Sono un concetto cui chiunque può collegarsi a livello umano. Tutti noi vogliamo eguaglianza, giustizia e libertà al di là del luogo in cui siamo nati.

Io credo la cooperazione regionale con le donne dell’area citata sia estremamente cruciale e non solo per avere voci diverse. Le donne in queste particolari zone hanno preoccupazioni e aspirazioni comuni, che possiamo affrontare collettivamente, e strategie incredibilmente intelligenti che hanno sviluppato con il tempo. Questo non significa che tutti i paesi siano uguali, però c’è grande valore nel sostenerci e nell’imparare l’una dall’altra.

AWID: Quale speranze e aspirazioni hai per il Bahrain?

MA: Quel che io voglio per il Bahrain è ciò che il popolo del Bahrain vuole per se stesso. Il re Hamad bin Isa Al Khalifa ha ripetutamente promesso un governo elettivo e riforme legislative, ma nessuna di queste promesse è stata realizzata.

Prima della sollevazione del 2011, chiedevamo semplicemente maggiori libertà personali e politiche, piuttosto che l’abolizione della monarchia. Tuttavia, dopo aver testimoniato l’assassinio di persone che protestavano pacificamente in strada, le richieste sono cambiate passando dalle riforme all’abdicazione del regime. Tutti quelli coinvolti e responsabili per le violazioni dei diritti umani commesse a partire dal 2011 devono essere processati, compresi coloro che si situano ai vertici della gerarchia politica come il re, il primo ministro e il principe ereditario. Alle persone devono essere garantiti i loro diritti di base economici, sociali e politici.

AWID: In che modo la comunità internazionale può sostenere la richiesta di avere un Bahrain libero e democratico?

MA: Io penso che il cambiamento possa venire solo dall’interno. Ma non sto in alcun modo disprezzando i contributi dell’attivismo internazionale pro diritti umani e della pressione diplomatica. E’ stata una campagna internazionale a tirarmi fuori di prigione l’anno scorso. La comunità internazionale dovrebbe continuare ad esporre le violazioni dei diritti umani in Bahrain e fornire sostegno ai difensori dei diritti umani del paese, ma il vero cambiamento verrà dall’interno, dalla gente del Bahrain.

 

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