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9 ottobre 2015 / miglieruolo

Deve finire ora di Maria G. Di Rienzo

“Primi mesi di gravidanza se la donna viene picchiata cosa succede”.

Tale frase in questo momento, secondo WordPress, sta nei “termini maggiormente ricercati” del mio sito. E’ vero, siamo così piccoli da queste parti che probabilmente bastano 3 o 4 visite per situarsi in classifica – non ho modo di saperlo. Non so neanche a che estremità dello spettro della violenza si situa chi ha digitato le parole suddette in un motore di ricerca: se si tratta di qualcuno che mena le mani o di qualcuna che riceve le botte. Potrebbe anche trattarsi di un/una semplice curioso/a e speriamo che sia così, ma il fatto è che spesso la gravidanza è il momento in cui la violenza domestica INIZIA o PEGGIORA (in oltre un terzo dei casi, secondo studi internazionali).

Perciò, non voglio sottrarmi alla risposta e poiché c’è comunque la possibilità che un emerito stronzo stia cercando di sapere sino a che punto può spingersi nel torturare la “donna che ama”, ecco qua:

picchiare una donna incinta aumenta il rischio di aborto, di infezioni, di danni al feto, di morte del feto, di parto prematuro, di peso insufficiente del bimbo alla nascita. In poche parole, lei sta rischiando di menomare e uccidere sia la donna, sia la creatura che la donna porta in grembo, gentile (è un sarcasmo) signore.

Se invece è una signora ad aver chiesto lumi, la prego di ascoltarmi: ha letto quanto sopra? Lei deve chiedere aiuto SUBITO.

Cerchi qualcos’altro su Google, tipo “rifugi antiviolenza” o “telefono rosa” seguiti dal nome della città in cui abita o, se vive in un paesino, dal nome del capoluogo di provincia. Oppure usi direttamente la mappa dei Centri Antiviolenza: http://comecitrovi.women.it/

Parli della situazione con chi sta seguendo professionalmente la sua gravidanza (ginecologo/a, medico/a, ostetrico/a, doula) se ritiene la persona degna di fiducia. Chiami il Numero Verde sulla violenza contro le donne: 1522.

breaking free

Non la sto trattando da debole e sottomessa ne’ con condiscendenza, mi creda. So quanta resistenza ci vuole per vivere con qualcuno che abusa di te. So quanto lei è forte e intelligente nell’adottare ogni sorta di strategie per sopravvivere un altro giorno. Io riconosco sia la sua sofferenza, sia il suo enorme coraggio e – soprattutto – riconosco il suo valore. Lei merita di essere libera dalla minaccia e dalla paura. Lei e il suo bimbo o la sua bimba avete pieno e incontestabile diritto a vivere una vita priva di violenza. E la comunità umana di cui lei è parte ha il dovere di aiutarla a raggiungere questo.

Io ho vissuto nel terrore come lei, incapace di prevedere e quindi di prevenire il prossimo attacco: qualsiasi cosa poteva scatenarne uno in qualsiasi momento.

Si è cercato di isolarmi da qualsiasi relazione esterna alla famiglia di modo che io fossi dipendente e impotente. In queste circostanze diventa difficile persino capire cosa sta succedendo, non c’è modo di confrontarsi con una voce esterna (e perché avrei dovuto farlo? Noi non siamo come loro, noi siamo diversi, ripeteva il perpetratore principale, mio padre).

Con il passar del tempo, mentre gli abusi si ripetevano, la mia autostima si è dissolta. Ho cominciato a credere agli insulti diretti contro di me. Ho biasimato me stessa per quel che accadeva.

Ho cercato di ignorare quel che accadeva, sperando che delle persone che amavo e che mi facevano costantemente del male, cambiassero. Ho scrutato speranzosa, per anni, i loro gesti per trovarne uno che aprisse la nostra relazione al cambiamento e alla riconciliazione. Ho offerto loro, e non esagero, centinaia di aperture di dialogo. Be’, non sono cambiati. Non avevano alcuna volontà di cambiare, non ritenevano di agire in modo sbagliato.

L’ultima frase (di cui sono a conoscenza) con me come soggetto, pronunciata da una madre che non c’è più, è stata: “Cantane quattro a quella cagna di tua sorella”. Questo mentre brigava con attivo entusiasmo per privare le figlie, la cagna (io) e la maggiore, di ogni possibile eredità alla morte sua e di suo marito. Doveva ingozzare il figlio maschio, come aveva fatto per tutta la vita, e così è stato.

Qualcuno degli schemi riportati sopra le è familiare, vero? Nemmeno la persona che la maltratta ha ragione di cambiare, e non cambierà qualsiasi cosa lei faccia – o non faccia – restando nella situazione in cui si trova. Per poter sperare nel cambiamento delle persone, è la situazione che deve cambiare per prima. Per questo la invito di nuovo a non restare in silenzio. La sua vita e quella della sua creatura sono preziose. Lei non è responsabile della violenza che subisce. La violenza è sbagliata a priori e deve finire ORA. Maria G. Di Rienzo

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